Trifolium pratense L.

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Fabaceae - Trifolium pratense L.; Pignatti 1982: n. 1879; Trifolium pratense L.
Plant List: accettato
Trifolium pratense L.
(a cura di Giuseppe Laino)

Etimologia: l’epiteto del genere è una parola latina formata da due termini: il primo, tres, tria = tre [Cicerone et al.], e il secondo, folium, -ii = “foglia” [G. Cesare, Virgilio, Plinio et al.], con il significato complessivo di “tre foglie” in riferimento alla foglia ternata (cioè divisa in tre segmenti o foglioline). L’epiteto specifico è l’aggettivo latino pratensis, -e = “di prato, che cresce nei prati” [Orazio et al.], con riferimento all’ambiente di crescita.
Sinonimi:
Trifolium borysthenicum Gruner, Trifolium bracteatum Schousb.
Nomi volgari:
Moscino, Trifoglio rosso, Trifoglio violetto, Trifoglio pratense comune, Trifoglio dei prati (italiano). Liguria: Trifuey; Forfoeggiu (Quinto); Laete d' la Madonna (Chiavari); Sciù d'a Madonna (Cogorno); Serfoeju, Zerfoeju (Bardineto); Serfoju (Sella); Surfoeggiu sarvaegu (Voltri); Sussalaete (S. Olcese); Treifoeggiu, Trifoeggiu (Genova); Trifoeglin (Valle d'Arroscia); Trifoeilu (Mortola); Zerfoeggiu (Quiliano). Piemonte: Tarfoej, Terfoei, Tirfoej, Trafoei, Triolet; Tarfoi ad' pra (Alessandria); Trafoeil (Val San Martino). Lombardia: Trifojo, Trifojon; Cersevi (Pavia); Prat ross, Trefoi ross (Brescia); Trefoj (Como). Veneto: Trefogio, Trifogio; Strafoi (Belluno); Strafuoi (Treviso); Zerfojo (Verona). Friuli: Cerfuej, Strafuej, Trifoj, Trifuej; Strafuoi (Carnia). Emilia-Romagna: Barsan, Tarfoei (Piacenza); Strafoi, Trefoj, Trifoj (Romagna); Tarfoj, Trifoj, Zarfoj, Zarfoj smestgh, Zerfoj (Reggio). Toscana: Amaranto salvatico, Trafogliolino, Trafogliolo di prato, Trafogliolo pratense, Trifoglio bolognese, Trifoglio dei prati, Trifoglio pratense. Capo rosso (Pisa); Moscino (Figline); Trafogliolo cavallino (Scandicci); Trafogliolo salvatico (Brozzi). Umbria: Trifoglione (Bevagna). Abruzzi: Trefojje, Trefuojje. Campania: Moscarello, Patrini, Scappuccella, Sciurilli (Napoli). Puglia: Trifuddo (Otranto). Calabria: Trifogghiu, Trifoghia. Sicilia: Trifogghiu. Sardegna: Travullu, Trivozu arrubiu, Trovozu ruju.
Forma biologica e di crescita:
emicriptofita scaposa. Specie fisiologicamente poliennale (perenne); in pratica, però, si comporta come una specie biennale, in quanto alla fine del secondo anno quasi tutte le piante sono morte o per siccità o per attacchi di funghi. Pertanto il Trifoglio pratense nei Paesi dell’Europa meridionale dura in coltura soltanto due anni, solo nel Nord Europa le varietà locali durano 4-5 anni.
Tipo corologico:
eurosiberiana, divenuta cosmopolita. Da tempo una delle leguminose foraggere più diffuse e coltivate in Europa, raggiunge estensioni di alcune centinaia di migliaia di ettari. Di non antichissima coltivazione, giunse in Europa probabilmente attraverso la Spagna e, da qui, si estese alla Francia, alla Germania ed ai Paesi Bassi. Già conosciuto come pianta foraggera, il Trifoglio pratense non fu però mai estesamente coltivato e assurse a pianta di primaria importanza solamente quando, introdotto in Inghilterra verso la metà del 1600, venne inserito nell’avvicendamento in sostituzione del maggese nudo. Le conseguenze di tale accorgimento furono duplici: da un lato esso provocò un sensibile aumento delle disponibilità foraggere e, dall’altro, grazie alla sua capacità azotofissatrice ed al conseguente arricchimento del tenore in azoto del terreno, consentì un incremento di tutta la produzione agraria.
Fenologia:
fiore: IV-X, frutto: V-XI diaspora: VI-XII.
Limiti altitudinali: dal piano a 2500 m di altitudine.
Abbondanza relativa e distribuzione geografica in Italia: nel nostro Paese la specie è molto comune, spontanea o coltivata, in tutto il territorio. In Italia la coltura pura di questa leguminosa da prato è andata progressivamente perdendo di interesse nel corso degli ultimi venti anni.
Habitus: erbacea perenne, alta 10-40(-90) cm, con un sistema radicale molto superficiale costituito da un piccolo fittone molto ramificato sulle cui branche laterali sono inseriti numerosi tubercoli della grossezza di qualche millimetro che ospitano batteri simbionti in grado di fissare l’azoto atmosferico in ammonio che, disciolto nel suolo, è la fonte principale di azoto per le piante. Com'è noto, l'azoto è indispensabile a tutte le piante per la formazione delle proteine strutturali che costituiscono lo scheletro o struttura portante della pianta. La pianta è dotata di fusti cespugliosi, ascendenti o striscianti, più o meno ramificati, cavi, striati od angolosi, spesso rossicci, con pelosità (per peli bianchi appressati) ridotta.
Foglie:
le foglie sono alterne, trifogliate; le inferiori lungamente picciolate, le superiori perfino sessili; sono composte da foglioline brevemente picciolate, ovato ellittiche, obcordate, glabre o leggermente pubescenti, color verde vivace sulla pagina superiore, glauche sulla pagina inferiore, quasi sempre con una caratteristica striscia biancastra a forma di V; margine intero od oscuramente denticolato. Alla base delle foglie sono presenti due stipole lanceolate, bianco membranacee, con la parte adesa ovata e rigonfia, bruscamente ridotte in una coda setaceo aristata (resta) lunga 1/3-1/4 della parte espansa.
Fiore:
i capolini fiorali, larghi 2-4 cm e lunghi 2-3 cm (composti da 80-100 fiori), ascellari, sessili o brevemente peduncolati, generalmente solitari, hanno forma ovoidale o globosa, senza bratteole e circondati dalle foglie. Il calice, persistente, lungo 5-8 mm, obconico, ha un tubo corto con 10 nervature, inferiormente assottigliato, peloso e 5 denti ineguali, lineari filiformi, eretti nel frutto, 4 subuguali al tubo, il quinto, che è l’inferiore, spesso un po’ più lungo, fauce con cercine di peli accrescente in un’unica piega epidermica più o meno sviluppata nel frutto. La corolla, di colore rosa violaceo più o meno intenso, persistente dopo la fecondazione, tubolare, è lunga 1-1,8 cm, con vessillo a margini laterali paralleli, apice troncato, smarginato, con una piccola punta mediana; androceo con stami diadelfi, alternativamente lunghi; gineceo con ovario con pochi ovuli, stilo arcuato, fusiforme e stimma a bottone.
Frutto:
il frutto è costituito da un piccolo legume opercolato, con asse allungato, lungo 3 cm, liscio, incluso nel calice persistente.
Semi:
il legume contiene un solo piccolo seme (1.000 semi pesano 1,6-1,8 g), di forma piriforme, di colore giallo brillante con sfumature di violetto variabilissime da seme a seme e da una parte all’altra dello stesso seme.
Polline:
granuli pollinici monadi, di medie dimensioni (26-50 mµ), sferoidali; perimetro in vista equatoriale: circolare; tricolporati; esina: perforata, eutectata. La fecondazione è esclusivamente incrociata e l’impollinazione è entomofila. Il profumo delicato dei fiori attrae mosche e farfalle, ma in quasi tutti i campi l’insetto impollinatore più importante sembra essere il bombo (Bombus terrestris), i cui nidi sono nella terra, lungo i campi, nei boschetti e nei prati incolti. Se nei paraggi ci sono alveari di api (Apis mellifica), esse si dimostrano altrettanto efficaci raccoglitrici di nettare.
Ma, a proposito di questi ultimi impollinatori, sono da ricordare le osservazioni di Luigi Fossati in
Flora nettarifera: « La fioritura del trifoglio rosso (Trifolium pratense) è malamente frequentata dalle api, per la nota forma della corolla del fiore, troppo lunga in proporzione alla lingua degli insetti. Il trifoglio rosso, a semina primaverile, mostra a tarda estate una pianta ridotta nelle dimensioni; anche il fiore è piccolo ed allora vediamo le api frequentarlo normalmente; nella primavera successiva, quando la pianta presenta il massimo della sua robustezza, anche il fiore è più grande ed allora le api lo trascurano. Si vedono sempre volare su questi fiori bombi e farfalle».
Numero cromosomico: 2n = 14.
Sottospecie e/o varietà: oltre a quella descritta in questa scheda, la più comune sul nostro territorio, sono presenti altre due sottospecie: Trifolium pratense L. ssp nivale (Sieber) Asch. et Gr. con corolla di colore lattiginoso, soffusa di roseo verso l’apice. Pianta robusta, densamente pelosa, stipole ovate con resta lunga 1/4-1/6 della parte espansa. Capolini apicali grandi spesso appaiati, presente nei pascoli subalpini delle Alpi orientali.
Trifolium pratense
L. ssp semipurpureum (Strobl) Pign., con piccoli capolini di colore roseo violetto. Pianta di dimensioni modeste (5-10 cm) con densa pelosità appressata, stipole ovate con resta lunga 1/4-1/6 della parte espansa. Capolini sempre singoli, diffusa nei pascoli subalpini sull'Appennino centro-meridionale ed in Sicilia, forse centro d’origine della specie.
Varietà in coltura: in ogni regione esistevano popolazioni locali (ecotipi) ben adattati alle condizioni d’ambiente particolari. Oggi possono essere commerciate solo varietà selezionate. Ecotipi italiani rinomati sono stati il Bolognino o Pescarese, e lo Spadone. La produzione nel primo anno è scarsissima, si hanno solo stoppie inerbite che, al massimo, possono essere sfruttate con un prudente pascolamento. La produzione piena, falciabile, si ottiene solo nel secondo e ultimo anno in cui il prato dà due ottimi sfalci, uno a metà maggio, l’altro a fine giugno. Solo in ambienti e annate molto favorevoli talora può aversi un modestissimo terzo taglio. Le rese in fieno sono di 5-6 t/ha. Un fieno ottimo di Trifoglio violetto tagliato a inizio fioritura ha un contenuto di sostanza secca dell’86% circa, di protidi grezzi del 17-18% (su sostanza secca) e un valore nutritivo di 0,6-0,65 U.F. per kg di sostanza secca.
Il seme di Trifoglio pratense si produce sul secondo taglio: le produzioni sono basse (100-200 kg/ha) e sono rese molto aleatorie da parecchie difficoltà: scarsità di insetti impollinatori, attacchi di insetti (
Apion pisi), allettamento, sgranatura.
Habitat ed ecologia: come pianta spontanea vegeta in prati asciutti o moderatamente umidi, pascoli, luoghi incolti; generalmente in terreni ricchi di elementi nutritivi e profondi; molto frequente; si trova spesso nelle sementi per prati.
Il Trifoglio pratense in coltura ha un’area di distribuzione più settentrionale di quella dell’Erba medica (Medicago sativa L.), in quanto resiste meglio al freddo, ma non si adatta ai climi caldi e siccitosi per il suo apparato radicale piuttosto superficiale. Quanto al terreno, preferisce quello di medio impasto, fresco; sopporta bene terreni umidi, molto pesanti, poco calcarei, acidi (pH 5-7,5, optimum 6-7), inadatti all’Erba medica. Ottima coltura miglioratrice che, perciò, è adatta a seguire e precedere il Frumento o un altro cereale affine. È impossibile coltivare Trifoglio pratense su un terreno che lo abbia ospitato poco tempo prima, perciò è assolutamente indispensabile che entri in rotazioni lunghe nelle quali trascorra un lungo periodo (almeno 5 anni) tra due colture successive di questa leguminosa.
Data la brevità del ciclo produttivo e la lentezza del suo sviluppo nel primo anno, non c’è convenienza a seminare il Trifoglio pratense in coltura specializzata; in Italia la tecnica normale era la semina in bulatura in mezzo ad un cereale, ma con la coltura intensiva del Frumento sono scarse le possibilità di sopravvivenza della leguminosa in esso traseminata. L’epoca più usuale per la semina è febbraio-marzo; per la semina si adoperano 30-35 kg/ha di seme.

Syntaxon (syntaxa) di riferimento: Molinio-Arrhenatheretea.
Life-strategy (sensu Grime & Co.): Stress tolleranti (S).
IUCN: N.A.
Farmacopea:
i fiori contengono parecchi glucosidi (trifolina, isotrifolina, ramnetina, quercetina), sostanze coloranti appartenenti al gruppo dei flavoni (pratol, pratensol), un olio etereo contenente furfurolo (a fresco 0,006%, a secco 0,028%), acido salicilico, acido p-cumarico, resine. In tutta la pianta sono state riscontrate tracce di arsenico (a fresco 0,012 mmg, a secco 0,037 mmg per 100 g di sostanza); nei semi un olio grasso (11,1-14,78%), saccarosio, mannano, ecc.
Empiricamente si sarebbe osservato che il Trifoglio, usato in infuso, regolerebbe la secrezione degli apparati ghiandolari e delle mucose, siano esse le ghiandole intestinali dei dispeptici, la mucosa delle vie aeree nelle persone sofferenti di catarri faringei e laringei o di bronchiti, la parotide o le altre ghiandole cervicali, facilmente tumefatte nei bambini o la mucosa uterina nei casi di mestruazioni eccessive (Kosch). L’esperienza clinica di questo rimedio è probabilmente insufficiente, ma interessante a seguirsi.

Usi: come molte altre leguminose, il Trifoglio ospita fra le sue radici dei batteri simbionti capaci di fissare l’azoto atmosferico; viene utilizzato di conseguenza nel sistema di rotazione delle colture o come sovescio per migliorare la fertilità del suolo. Inoltre, il Trifoglio è notevolmente ricco di proteine e viene seminato come foraggio per il bestiame di allevamento.
Data la sua proprietà di antagonista dell'
Ambrosia, pianta infestante della famiglia delle Composite in rapida diffusione in molte zone del nord Italia, la semenza di Trifoglio viene usata in aggiunta alle granaglie per il controllo della diffusione dell'Ambrosia nelle zone agricole.
Curiosità: per la sua importanza foraggera, Trifolium pratense è chiamata, sin dai secoli passati, “pane del latte” o “erba da latte” per i bovini (tale appellativo è ancora in uso presso gli anziani contadini); molto ricca di proteine, coltivata fin dall’XI secolo.
Dioscoride e Galeno gli attribuivano la proprietà di guarire le ferite causate dal morso di serpenti velenosi.
Nel V secolo san Patrizio, l’evangelizzatore dell’Irlanda celtica, spiegò ai suoi connazionali il mistero della Trinità cristiana - tre persone in un’unica sostanza - mostrando loro un trifoglio. Sicché questa pianticella venne adottata come simbolo della Trinità da molti artisti, da Filippo Lippi a Michelangelo, dal Beato Angelico a Gentile da Fabriano e al Carpaccio, che la dipinsero nei quadri e negli affreschi di soggetto sacro.
Il Trifoglio ispirò a re Giorgio III di Gran Bretagna l’Ordine di San Patrizio, destinato alla nobiltà irlandese, che egli istituì nel 1783 assegnandogli uno stemma dove campeggiava un trifoglio. Tre anni prima l’imperatore d’Austria Giuseppe II aveva deciso di nominare conte un certo J. C. Schubart, esperto coltivatore e selezionatore di trifoglio, che in tedesco si chiama
Klee. Schubart divenne così Graf von Klleefeld, cioè “conte del campo del Trifoglio”.
La piantina di Trifoglio ha una caratteristica: all’avvicinarsi di un temporale o di una tempesta le sue foglie si rizzano. A volte (circa 1 su 10.000) i Trifogli possono avere quattro foglie, questi vengono comunemente chiamati quadrifogli e considerati dei portafortuna (vedi oltre).
Esiste un trifoglio a quattro foglie, un quadrifoglio araldico tracciato sui muri della scala di una cappella nel monastero dei Carmelitani di Loudun, in Francia, fra il XVI e il XVII secolo, che simboleggia in una composizione esoterica il Cristo quale Sorgente di Vita. Nel quadrifoglio è iscritta una
swastika. «Si sa - di solito vagamente - che la croce gammata, la Swastika dei culti dell’Estremo Oriente» scrive Louis Charbonneau-Lassay (Il giardino del Cristo ferito, Roma 1995, pp. 242-242) «fu anche da noi uno degli emblemi del Cristo. In Oriente essa rappresenta, fra gli altri significati che le sono attribuiti, il movimento apparente del sole, la vita cosmica, perché il movimento è una delle manifestazioni della vita».
Miti e leggende:
i Druidi nutrivano una grande venerazione per questa pianticella che consideravano sacra. Nelle fiabe irlandesi, echeggianti la tradizione celtica, si narra che fosse la prediletta dagli elfi i quali amavano succhiarla golosamente e apparivano eccezionalmente al fortunato che stringesse in mano o portasse sul capo “il re dei trifogli”, ovvero il raro quadrifoglio.
In una novella inglese si racconta che una sera una fanciulla si recò a mungere le vacche, com’era sua abitudine: le stelle cominciavano a brillare quando lei finì il lavoro con Daisy, la mucca fatata.
Il secchio era così pieno che essa riusciva a stento a sollevarlo. Prima di sistemarselo sulla testa prese una manciata di erbe e di trifogli che si pose sul capo come un cuscinetto per reggere più comodamente quel peso. Ma appena i trifogli ebbero toccato la testa, lei vide apparire migliaia di minuscole creature che si affaccendavano intorno alla mucca. L’erba e i fiori di trifoglio formavano un mucchio che saliva fino all’altezza del ventre dell’animale dove centinaia di quelle piccole creature correvano tenendo in mano bottoni d’oro, vilucchi, fior di digitale; e bevevano il latte che Daisy lasciava colare come una pioggia dalle sue quattro mammelle. C’era anche un folletto più grande degli altri, che per meglio bere si era sdraiato e, appoggiando i talloni sul ventre della mucca, teneva con le mani una mammella succhiandola avidamente.
Quando la fanciulla ebbe raccontato alla padrona ciò che aveva visto, la donna esclamò che doveva avere un quadrifoglio sul capo: così era, infatti.
Il trifoglio a quattro foglie divenne un talismano in tutti i territori di cultura celtica, dove nacque la credenza che chi scopre un quadrifoglio sarà fortunato nella vita e, se femmina, troverà certamente un marito.
Secondo una pia leggenda cristiana la pianta era servita come cuscino per Gesù Bambino nella grotta di Betlemme, e a contatto con il suo capo sarebbe fiorita in pieno inverno.
Nel giorno di San Giovanni (24 giugno), in Francia, le giovani fanciulle erano solite cercare nei fiori di trifoglio la conferma dell’amore come si fa con le margherite.
Negli erbari medievali veniva assegnata alla pianta la virtù terapeutica di sanare le macchie dell'occhio (leucomi); sarebbe bastato porvi sopra una polvere di foglie di trifoglio. Nello spazio di quindici giorni si era sicuri della guarigione perché, come si può ancora leggere,
probatum est.
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M. La Rosa, Alpe di Fanes, Marebbe, 18-07-2004, subsp. nivale (Koch) Arcang.
M. La Rosa, Alpe di Fanes, Marebbe, 19-07-2004, subsp. nivale (Koch) Arcang.
F. Gironi, Val Zebrù, Sondrio, subsp. nivale (Koch) Arcang.
M. Pascale, Valle Stura, Sambuco, 07-1997, subsp. nivale (Koch) Arcang.
M. La Rosa, San Vivaldo, Montaione, 14-06-2006, subsp. pratense
M. La Rosa, San Vivaldo, Montaione, 14-06-2006, subsp. pratense
L. Scuderi, Doline di Piano Battaglia, Palermo, 18-06-2007, subsp. semipurpureum (Strobl) Pignatti
A. Mascagni, Castel Firmiano, Appiano, Bolzano, 08-2006 (con Hymenoptera, Aculeata, Apoidea, Xylocopa violacea (L.))
F. Gironi, Sentiero Abate Stoppani, Valdisotto, Sondrio, 27-06-2007, subsp. nivale (Koch) Arcang.
F. Gironi, Sentiero Abate Stoppani, Valdisotto, Sondrio, 27-06-2007, subsp. nivale (Koch) Arcang.
A. La Rosa, Monte Nero degli Zappini, Etna, Catania, 20-07-2016
A. La Rosa, Monte Nero degli Zappini, Etna, Catania, 20-07-2016
A. La Rosa, Monte Nero degli Zappini, Etna, Catania, 20-07-2016
A. La Rosa, Monte Nero degli Zappini, Etna, Catania, 20-07-2016
A. La Rosa, Monte Nero degli Zappini, Etna, Catania, 20-07-2016

Distribuzione


■ autoctona ■ alloctona ■ incerta ■ scomparsa ■ assente

Caratteristiche

Relazioni con l'uomo
[ C ] C: specie di interesse alimentare e/o aromatico
[ O ] O: specie di interesse farmaceutico-officinale
[ P ] P: specie velenose - tossiche - stupefacenti - psicotrope - irritanti - fotosensibilizzanti
[ A ] A: specie con polline allergenico.
Biologia riproduttiva

ER (ermafrodita): specie con organi maschili e femminili riuniti nel medesimo fiore.

[ EP - AC ] EP (entomofilia): Il polline è trasportato da insetti, che vengono indotti a visitare il fiore con svariate strategie di richiamo, con o senza ricompensa; AC (anemocoria): Semi dispersi dalle correnti aeree, sia perché incospicui, sia perché presentano peli, setole, pappi ecc.

Indici di Ellenberg

Salinità: 0

L: 7; T: n.d.; C: 4; U: n.d.; R: n.d.; N: n.d.;

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