Trifolium repens L.

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Fabaceae - Trifolium repens L.; Pignatti 1982: n. 1840; Trifolium repens L.
Plant List: accettato
Trifolium repens L.
(a cura di Giuseppe Laino)

Etimologia: l’epiteto del genere è una parola latina formata da due termini: il primo, tres, tria = tre [Cicerone et al.], e il secondo, folium, -ii = “foglia” [G. Cesare, Virgilio, Plinio et al.], con il significato complessivo di “tre foglie” in riferimento alla foglia ternata (cioè divisa in tre segmenti o foglioline). L’epiteto specifico deriva dal verbo latino repo, -is, repsi, reptum, -ere = “strisciare, arrampicarsi strisciando, insinuarsi”, con riferimento all’andamento dei suoi stoloni mediante i quali la pianta si propaga per via vegetativa.
Sinonimi:
Amoria repens (L.) C. Presl.
Nomi volgari:
Trifoglio bianco, Trifoglio ladino, Trifoglio strisciante (italiano). Piemonte: Tarfoi ladin (Alessandria). Lombardia: Ladin, Terfojo ladin; Trefoej ladin (Como). Veneto: Terfojo, Zerfojo ladin, Zerfojo salvadeg (Verona). Friuli: Cian cianutt, Cruote cian, Dint di cian, Lustre cian, Strafuej, Trifuej. Emilia-Romagna: Ladein, Zarfoi ludsan, Zarfoi mat, Zarfoj ladein, Zarfoj salvadegh (Reggio); Trafojela (Bologna). Toscana: Trafogliolo di prato, Trifoglio bianco, Trifoglio ladino. Campania: Ceuzolle (Napoli); Pratilli bianchi (Ischia). Puglia: Cocomero (Lecce). Sicilia: Cucciareddu; Acitusa (Etna); Taglia fierru, Trifuogghiu liafierru (Modica).
Forma biologica e di crescita:
emicriptofita reptante. Pianta bi-triennale in condizioni non umide, mentre è perenne nelle zone irrigue umide come quelle della Lombardia.
Tipo corologico:
paleotemperato. Propria delle regioni eurasiatiche e nordafricane, divenuta subcosmopolita. Nel mondo il Trifoglio bianco è forse, con l’Erba medica (Medicago sativa L.) e con la congenere Trifolium pratense L. (Trifoglio dei prati o Trifoglio violetto), la leguminosa da foraggio più diffusa. Esso, infatti, è reperibile dovunque si pratichi un’attività agricola: dall’Asia all’Africa, dalle Americhe all’Europa, all’Australia ed alla Nuova Zelanda. La zona di origine è ancora controversa; alcuni Autori la collocano in Eurasia, altri in Nordamerica ed altri ancora in entrambe le zone contemporaneamente.
Fenologia:
fiore: IV-X, frutto: V-XI, diaspora: VI-XII.
Limiti altitudinali: dal piano a 2000 m di altitudine.
Abbondanza relativa e distribuzione geografica in Italia: nel nostro Paese la specie è assai comune, spontanea o coltivata, in tutto il territorio continentale e insulare.
Habitus: erbacea perenne, alta 10-20 cm, glabra, con rizomi riccamente ramificati, fusti striscianti, stoloniferi e radicanti ai nodi, sovente violacei, ascendenti nella parte superiore e talvolta ricoperti di corti peli. I suoi fusti prostrati e striscianti sono detti “catene”, capaci di emettere radici avventizie dai nodi; queste catene che si estendono e si rinnovano continuamente conferiscono alle colture una durata notevole; infatti i nodi delle catene, dai quali spuntano radici, foglie e fiori, si comportano come tante nuove piantine indipendenti dalla pianta madre formando vasti tappeti.
Foglie:
le foglie, alterne, lungamente picciolate, trifogliate, sono composte da foglioline ovali od obcordate, lunghe 1,5-2 cm, glabre, minutamente dentellate ai margini e spesso con una striscia biancastra (a forma di V) nella metà inferiore. Stipole membranose saldate alla base e appuntite all’estremità.
Fiore:
i capolini fiorali, composti da 40-80 elementi che diventano penduli e bruni dopo la fioritura, densi, globosi, larghi circa 2 cm, sono solitari all’apice di scapi eretti più alti delle foglie (lunghi più o meno 20 cm), glabri e privi di foglie. Il peduncolo fiorale è lungo più o meno 4 mm, eretto all’antesi, pendulo alla fruttificazione, glabro o con pochi peli, sotteso da una singola piccola brattea scariosa lunga 1-2 mm, larga 0,5 mm. Il calice, lungo 4-5 mm, debolmente bilabiato con 5 denti ineguali (i due superiori lunghi circa 2 mm e i 3 inferiori più corti, 1,4 mm), lesiniformi, ha un tubo breve, lungo 2,5 mm, del diametro di 1,5 mm, glabro sia internamente che esternamente, percorso da 10 venature, verde, a volte rossastro.
La corolla, papilionacea, glabra, lunga 8-10 mm e larga 4 mm, è generalmente di colore bianco, verdastro o leggermente rosato, ma diventa brunastra al termine della fioritura. Androceo con 10 stami diadelfi, glabri, di cui 1 libero e 9 saldati, portanti antere gialle lunghe 0,2-0,3 mm. Gineceo con ovario verde, glabro, lungo all’antesi 2,1 mm, stilo glabro, lungo 3 mm, curvo in alto, translucido, con stimma capitato.

Frutto:
il frutto è un piccolo legume lineare, lungo 5 mm, appiattito, pendulo che porta attaccato il fiore appassito.
Semi:
il legume contiene da 2 a 4 semi globosi, cuoriformi. I semi sono piccolissimi (1000 semi pesano 0,6-0,7 g), giallo dorati che invecchiando diventano giallo-rossi.
Polline:
granuli pollinici monadi, di medie dimensioni (26-50 mµ), sferoidali; perimetro in vista equatoriale: circolare; tricolporati; esina: perforata, eutectata. L’impollinazione è entomofila. Abbondante nettare è contenuto nell’estremità del profondo tubo formato dai petali e, di solito, soltanto insetti dalla lunga proboscide, come le api (Apis mellifica) e maggiormente i bombi (Bombus terrestris), riescono a raccoglierlo. Trifolium repens è importante, specialmente come nutrimento per le api, dato che è uno dei fiori principali per la produzione del miele “millefiori”, quando si esauriscono i rifornimenti di Taraxacum officinale Weber (Dente di leone) e Acer pseudoplatanus L. (Acero di monte). Dopo essere stati fecondati, i fiori si piegano per lo più verso il basso, nascondendo i giovani legumi.
Numero cromosomico: 2n = (16) 32.
Sottospecie e/o varietà: oltre alla sottospecie qui descritta, sul nostro territorio è presente Trifolium repens L. ssp prostratum Nyman che si distingue per i peduncoli fiorali pubescenti o irsuti, capolini con un numero di circa 20 fiori, corolla generalmente rosea. Presente nelle regioni centrali e, con esclusione della Puglia, in quelle meridionali.
Della specie
Trifolium repens si distinguono tipi diversi: la var. sylvestre o selvatica a foglie piccole, comprende le forme che entrano come componenti naturali dei prati e dei pascoli e che si sono selezionate a seconda della forma di utilizzazione. Sono forme perenni, con elevata capacità di radicamento, in grado di colonizzare velocemente il suolo. Le dimensioni degli organi vegetativi e riproduttivi sono ridotte.
La var.
hollandicum o comune, a foglie medie, poco diffusa in Italia.
La var.
giganteum, varietà gigante selezionatasi nelle colture intensive della Valle Padana, nelle zone del Cremonese e del Lodigiano caratterizzate da terreni alluvionali freschi e leggeri. È conosciuto come Trifoglio bianco gigante lodigiano, oppure Ladino a foglie larghe. Si differenzia dal Trifoglio bianco comune per le maggiori dimensioni degli organi vegetativi e riproduttivi. La selezione ha fatto sì che questa varietà sopporti con difficoltà la mancanza nel terreno di adeguati livelli di umidità.
Il foraggio falciabile di Trifoglio bianco è costituito esclusivamente dalle foglie e dalle infiorescenze con i loro piccioli: è perciò molto acquoso, ma anche molto digeribile. Questo Trifoglio, coltivato nei prati monoliti, è diverso da quello che si trova spontaneo negli incolti o nei pascoli.
Il Trifoglio ladino è adatto ai climi temperato umidi, quanto a terreno esige quelli sciolti, leggeri, ben provvisti di calce, non necessariamente profondi purché irrigati. Nell’avvicendamento il Trifoglio ladino prende il posto tra due cereali: frumento o riso, il riso è il precedente migliore perché rinettando perfettamente il terreno dalle erbe terrestri garantisce un ladinaio puro e di lunga durata. La semina del ladinaio può farsi in diversi modi:
in bulatura nel frumento, in primavera con 5-6 kg/ha di seme; con il sistema di prato forzato: quando si voglia avere un ladinaio puro, di alta produttività e di lunga durata, si seminano in autunno, su terreno precedentemente coltivato a frumento e ben lavorato, 5-7 kg/ha di seme di ladino e 100 kg/ha di seme di segale; in aprile la segale viene falciata, così come il suo ributto dopo una ventina di giorni, dopo di che crescerà rigoglioso il Trifoglio ladino puro.
L’irrigazione del prato è assolutamente necessaria, con acqua abbondante e turni frequenti, applicata generalmente con il metodo irriguo della spianata. Le adacquature si sospendono all’avvicinarsi dei tagli per impedire che il foraggio, troppo acquoso, possa nuocere al bestiame e per evitare calpestii eccessivi e dannosi.
Utili si rivelano le erpicature autunnali miranti ad arieggiare il terreno troppo rassodato ed a favorire la formazione delle catene: vanno usati erpici con organi taglienti, che taglino le catene, piuttosto che strapparle. Particolare importanza per la buona produzione e il mantenimento del prato ha l’impiego del terricciato in copertura: questo concime organico (si tratta di letame mescolato a terra e fatto maturare) rincalza e fertilizza le piante e facilita l’allungamento e il radicamento di nuove catene.
Il ladinaio consente da 4 a 6 tagli all’anno e dura in genere 4 anni. La resa media annua è di 10-12 t/ha di ottimo fieno, con punte di 12-15 t/ha. Il buon fieno di Trifoglio ladino ha la seguente composizione: sostanza secca 84%, protidi grezzi 18-19%, U.F. 0,6 per kg di sostanza secca. Alla produzione di seme si destinano i ladinai più puri e quindi più giovani. La resa di seme, che può essere favorita da un’accorta regolazione dell’irrigazione, si aggira su 150 kg/ha.

Habitat ed ecologia: prati e pascoli, tappeti erbosi di giardini, parchi, campi sportivi ecc. Di solito in terreni ricchi di sostanze azotate su substrato indifferentemente calcareo, calcareo siliceo o siliceo; non soffre se calpestata; pianta molto frequente.
Syntaxon (syntaxa) di riferimento:
Cynosurion.
Life-strategy (sensu Grime & Co.): Stress tolleranti (S).
IUCN: N.A.
Farmacopea:
la medicina popolare in passato ha considerato il Trifoglio bianco pianta antireumatica, depurativa, oftalmica, detergente, tonica. Veniva indicata per i disturbi della digestione e la dissenteria ostinata, le infiammazioni delle vie respiratorie, i reumatismi e come antisettico per uso esterno.
Alcune piante di Trifoglio bianco allo stato spontaneo producono nelle foglie una sostanza chimica, che si trasforma in acido prussico quand’è ingerita dagli animali e che, in elevate quantità, può causare avvelenamenti. Fortunatamente il suo sapore sgradevole allontana gli animali, se trovano altro cibo.

Usi: come molte altre leguminose, il Trifoglio ospita fra le sue radici dei batteri simbionti capaci di fissare l’azoto atmosferico; viene utilizzato di conseguenza nel sistema di rotazione delle colture o come sovescio per migliorare la fertilità del suolo. Inoltre, il Trifoglio è notevolmente ricco di proteine e viene seminato come foraggio per il bestiame di allevamento.
Il Trifoglio bianco è il più adattabile dei Trifogli e per questo ha un’importanza grandissima nel miglioramento dei pascoli o nell’impianto dei prati-pascoli, per i quali sono da scegliere le forme più rustiche e adattabili (Trifolium repens var. silvestre), mentre talune forme molto esigenti e produttive costituiscono prati monoliti da vicenda, importanti per certe regioni come la pianura irrigua piemontese-lombarda a Nord del Po.
Pianta alimurgica, nel passato durante i periodi di carestia i capolini secchi venivano raccolti per essere macinati integrando in tal modo la farina.
Curiosità: Dioscoride e Galeno attribuivano al Trifoglio in genere la proprietà di guarire le ferite causate dal morso di serpenti velenosi. I fusti striscianti di Trifoglio bianco radicano man mano che avanzano, facendone una pianta difficile da sradicare quando si sia stabilita nel prato rasato di un giardino. Esso ha anche un apparato radicale molto persistente, che può resistere per molti anni.
Dalla
Flora dell'apicoltore lombardo, pubblicata sulla rivista "L'Apicoltore" nel 1873, a riguardo del Trifoglio bianco (e di altre due congeneri) si può leggere: «Fra le moltissime specie di trifoglio l'apicoltore deve conoscerne tre che tanto per la loro diffusione, come per la quantità di miele che somministrano riescono d'una importanza non comune. Le tre specie sono: il Trifoglio pratense, o di Lombardia, o di Stiria, il Trifoglione, o incarnato, ed il Trifoglio ladino, o cavallino, o domestico. Alcuni apicoltori dissero che le api non raccolgono miele sul Trifoglio incarnato in causa della profondità del calice, anzi alcuni vorrebbero che l'ape italiana per avere una lingua più allungabile della tedesca per raccogliere miele da codesto fiore mentre l'ape tedesca non lo può. In ogni modo l'importanza di codesto Trifoglio è molto minore delle altre due, e specialmente del Trifoglio ladino che dà ottimo e abbondante miele».
Nel V secolo san Patrizio, l’evangelizzatore dell’Irlanda celtica, spiegò ai suoi connazionali il mistero della Trinità cristiana - tre persone in un’unica sostanza - mostrando loro un trifoglio. Sicché questa pianticella venne adottata come simbolo della Trinità da molti artisti, da Filippo Lippi a Michelangelo, dal Beato Angelico a Gentile da Fabriano e al Carpaccio, che la dipinsero nei quadri e negli affreschi di soggetto sacro.
Il Trifoglio ispirò a re Giorgio III di Gran Bretagna l’Ordine di San Patrizio, destinato alla nobiltà irlandese, che egli istituì nel 1783 assegnandogli uno stemma dove campeggiava un trifoglio. Tre anni prima l’imperatore d’Austria Giuseppe II aveva deciso di nominare conte un certo J. C. Schubart, esperto coltivatore e selezionatore di trifoglio, che in tedesco si chiama
Klee. Schubart divenne così Graf von Klleefeld, cioè “conte del campo del Trifoglio”.
La piantina di Trifoglio ha una caratteristica: all’avvicinarsi di un temporale o di una tempesta le sue foglie si rizzano. A volte (circa 1 su 10.000) i Trifogli possono avere quattro foglie, questi vengono comunemente chiamati quadrifogli e considerati dei portafortuna (vedi oltre).
Esiste un trifoglio a quattro foglie, un quadrifoglio araldico tracciato sui muri della scala di una cappella nel monastero dei Carmelitani di Loudun, in Francia, fra il XVI e il XVII secolo, che simboleggia in una composizione esoterica il Cristo quale Sorgente di Vita. Nel quadrifoglio è iscritta una
swastika. «Si sa - di solito vagamente - che la croce gammata, la Swastika dei culti dell’Estremo Oriente» scrive Louis Charbonneau-Lassay (Il giardino del Cristo ferito, Roma 1995, pp. 242-242) «fu anche da noi uno degli emblemi del Cristo. In Oriente essa rappresenta, fra gli altri significati che le sono attribuiti, il movimento apparente del sole, la vita cosmica, perché il movimento è una delle manifestazioni della vita».
Miti e leggende:
i Druidi nutrivano una grande venerazione per questa pianticella che consideravano sacra. Nelle fiabe irlandesi, echeggianti la tradizione celtica, si narra che fosse la prediletta dagli elfi i quali amavano succhiarla golosamente e apparivano eccezionalmente al fortunato che stringesse in mano o portasse sul capo “il re dei trifogli”, ovvero il raro quadrifoglio.
In una novella inglese si racconta che una sera una fanciulla si recò a mungere le vacche, com’era sua abitudine: le stelle cominciavano a brillare quando lei finì il lavoro con Daisy, la mucca fatata.
Il secchio era così pieno che essa riusciva a stento a sollevarlo. Prima di sistemarselo sulla testa prese una manciata di erbe e di trifogli che si pose sul capo come un cuscinetto per reggere più comodamente quel peso. Ma appena i trifogli ebbero toccato la testa, lei vide apparire migliaia di minuscole creature che si affaccendavano intorno alla mucca. L’erba e i fiori di trifoglio formavano un mucchio che saliva fino all’altezza del ventre dell’animale dove centinaia di quelle piccole creature correvano tenendo in mano bottoni d’oro, vilucchi, fior di digitale; e bevevano il latte che Daisy lasciava colare come una pioggia dalle sue quattro mammelle. C’era anche un folletto più grande degli altri, che per meglio bere si era sdraiato e, appoggiando i talloni sul ventre della mucca, teneva con le mani una mammella succhiandola avidamente.
Quando la fanciulla ebbe raccontato alla padrona ciò che aveva visto, la donna esclamò che doveva avere un quadrifoglio sul capo: così era, infatti.
Il trifoglio a quattro foglie divenne un talismano in tutti i territori di cultura celtica, dove nacque la credenza che chi scopre un quadrifoglio sarà fortunato nella vita e, se femmina, troverà certamente un marito.
Secondo una pia leggenda cristiana la pianta era servita come cuscino per Gesù Bambino nella grotta di Betlemme, e a contatto con il suo capo sarebbe fiorita in pieno inverno.
Nel giorno di San Giovanni (24 giugno), in Francia, le giovani fanciulle erano solite cercare nei fiori di trifoglio la conferma dell’amore come si fa con le margherite.
Negli erbari medievali veniva assegnata alla pianta la virtù terapeutica di sanare le macchie dell'occhio (leucomi); sarebbe bastato porvi sopra una polvere di foglie di trifoglio. Nello spazio di quindici giorni si era sicuri della guarigione perché, come si può ancora leggere,
probatum est.
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M. La Rosa, San Miniato Basso, San Miniato, 16-05-1993, subsp. repens
S. Sgorbati, Manerba, 13-06-1998, subsp. repens
M. La Rosa, Bosco di Chiusi, Larciano, 30-04-2002, subsp. repens
M. La Rosa, Bosco di Chiusi, Larciano, 30-04-2002, subsp. repens
A. Serafini Sauli, Casperia, 26-05-2000, subsp. repens
A. Serafini Sauli, Casperia, 26-05-2000, subsp. repens
V. Tomaselli, Pietrapertosa, Potenza, 06-06-2005
V. Tomaselli, Pietrapertosa, Potenza, 06-06-2005
V. Tomaselli, Monte Croccia, Potenza, 08-06-2005
R. Guarino, Galvarina, Adrano, Etna, 12-07-2006, subsp. prostratum (Biasoletto) Nyman
M. Adorni, Stagno Lombardo, Cremona, 16-06-2008
L. Ghillani, Argine, Provincia di Cremona, 16-06-2008
L. Ghillani, Argine, Provincia di Cremona, 16-06-2008
L. Ghillani, Argine, Provincia di Cremona, 16-06-2008
C. Pelagallo, disegno
G. Pallavicini, Calizzano, 06-2003
M. Aleo, Trapanese
M. Aleo, Trapanese

Distribuzione


■ autoctona ■ alloctona ■ incerta ■ scomparsa ■ assente

Caratteristiche

Relazioni con l'uomo
[ C ] C: specie di interesse alimentare e/o aromatico
[ P ] P: specie velenose - tossiche - stupefacenti - psicotrope - irritanti - fotosensibilizzanti
[ A ] A: specie con polline allergenico.
Biologia riproduttiva

ER (ermafrodita): specie con organi maschili e femminili riuniti nel medesimo fiore.

[ EP - AC+ZC ] EP (entomofilia): Il polline è trasportato da insetti, che vengono indotti a visitare il fiore con svariate strategie di richiamo, con o senza ricompensa; AC (anemocoria): Semi dispersi dalle correnti aeree, sia perché incospicui, sia perché presentano peli, setole, pappi ecc; ZC (zoocoria): Frutti e/o semi raccolti attivamente o passivamente dagli animali e poi dispersi.

Indici di Ellenberg

Salinità: 0

L: 8; T: n.d.; C: n.d.; U: n.d.; R: n.d.; N: 7;

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