Corylus avellana L.

← Torna alla tua ricerca

Betulaceae - Corylus avellana L.; Pignatti 1982: n. 190; Corylus avellana L.
Plant List: accettato
Corylus avellana L.
(a cura di Giuseppe Laino)

Etimologia: l’epiteto del genere è il nome latino corylus, -i, f. = “nocciuolo” [Virgilio, Ovidio et al.] con il quale gli antichi Romani indicavano la pianta, ereditato dal greco córys = “elmo”, per la forma dell’involucro membranoso a cappuccio che ricopre il frutto. L’epiteto del genere deriva da Abella, -ae, f. = “Avella”, la città pomifera della Campania [Virgilio, Aen., 7, 40], dove la pianta era intensamente coltivata, i cui ruderi sono situati nei pressi di Avellino. I Romani chiamavano il frutto abellana, -ae, f. (anche abellanus o avellanus, -a, -um, agg. = “avellano, di Avella, nocciola, avellana, o anche nocciolo” [M. Porcio Catone il Censore Agr. 8, 2; Plinio].
Sinonimi: Corylus silvestris Salisb.
Nomi volgari: Nocciolo, Nocciolo comune, Avellana (italiano). Liguria: Avolana, Avolaniè, Linsoriè; Coelau (Fontanabuona); Coelea, Colea, Nissoea (Genova); Colaro, Collaro (Porto Maurizio); Colura (Bardineto); Linsoera (Rezzo); Ninsoea (Savona); Ninsoela (Mortola); Nissoera (Bardineto); Nissoera sarvaiga (Valle d'Arroscia); Nissola (Sarzana); Nissona (Sella, Altare). Piemonte: Linsole, Ninsola; Colora, Glacujer, Nisciola, Nisola (Novara); Ninsoela, Nissoela, Nissora (Alessandria); Ninsolè (Saluzzo); Oulagniè (Val S. Martino). Lombardia: Niscioel, Niscioer; Bajuccola, Bosca (Como); Coler, Niscula (Bergamo); Coller, Nisciola (Sondrio); Coloer (Valtellina); Nessoela, Nissoela (Brescia, Valle Camonica); Ninsoela (Pavia); Niscioela, Nizzoela (Milano); Nizola (Mantova). Veneto: Ninzola; Avelan, Ninzolar, Olana, Olanar (Verona); Busc, Busc de noseler, Noselai, Noseler, Nosolai, Nugiolo (Belluno); Nenzolar, Nizzolar, Nosella (Verona); Noselar (Pirano); Noselara (Padova); Nosellaro (Vicenza); Noseler, Nusien (Treviso). Friuli: Noglar, Nose, Nosele; Ciaranda, Sterp (Carnia). Emilia-Romagna: Avulen (Romagna); C' luv, Linzola, Ninzola, Nizzola (Bologna); Ninzoela (Piacenza); Ninzol (Parma); Nusola, Volana (Reggio). Toscana: Avellana, Avellano, Avellona, Avolano, Bajucola, Nocchia, Nocciola, Noce barbata, Noce pontica, Nocella; Nicciola (Siena). Marche: Acciarcarello, Nocella (Ancona). Umbria: Nocchie (Bevagna); Nocchio, Nocchiola selvatica (Perugia). Lazio: Nocchia, Nocchio (Roma). Abruzzi: Nocchie, Nucella, Vellana; Nuc (L’Aquila). Campania: Avalano, Nocella (Avellino); Nocchia, Nocchiatella (Terra di Lavoro); Nocella (Ischia); Ollana, Vellana (Napoli). Basilicata: Avolano (Potenza). Calabria: Nucedda, Nucella, Nucellaro, Nucidda, Nuciddara, Nuciddrara, Nucija, Nucillara, Nucillaro; Nucilla (Cosenza). Sicilia: Nucidda, Nucidda sarvaggia; Nucidda ghiandolara (Messina). Sardegna: Lenzola, Nizzola, Nucedda, Nughedda, Nunzola, Nuxedda, Nuzzola; Linzola (Olzai); Nuciola (Gallura); Vagliana (Alghero).
Forma biologica e di crescita: fanerofita scaposa.
Tipo corologico: Europa e Asia occidentale. Diffusa dalla Spagna a nord fino alla Scandinavia, a est fino alla Russia occidentale, all’Asia Minore e al Caucaso.
Fenologia: fiore: II-IV, frutto: VIII-IX, diaspora: IX.
Limiti altitudinali: dal piano collinare e montano fino a 1700 m di altitudine.
Abbondanza relativa e distribuzione geografica in Italia: nel nostro Paese la specie spontanea è diffusa su tutto il territorio continentale e insulare. Coltivata come pianta per la produzione di frutti in numerose regioni; l'Italia è il secondo produttore mondiale, dopo la Turchia. Le regioni dove assume maggiore importanza sono la Sicilia (pendici dell’Etna), la Campania (provincia di Avellino), il Lazio (Viterbese), il Piemonte e la Liguria.
Habitus: arbusto cespitoso, con apparato radicale superficiale forte ed espanso dotato di micorrize, non molto longevo (ciclo vitale di 100 anni), con elevata attitudine ad emettere polloni, raramente alberello alto fino a 7(-9) m, con chioma fitta, irregolare, ampia e larga fin dalla base, con un diametro massimo di 4 m, a ramificazioni eretto patenti, orizzontali e un po’ ricadenti verso l’estremità. Difficilmente si distingue un vero tronco ma piuttosto un cespo di fusti legnosi, cilindrici, arcuati, rivestiti di una caratteristica scorza grigia, liscia e lucente, che solo alla base e nei rami più vecchi mostra delle fenditure, disseminata di vistose lenticelle biancastre dapprima di piccole dimensioni ma che successivamente tendono ad espandersi diametralmente. Rametti giovani color ocra, villosi per la presenza di brevi rigidi peli ghiandolosi bianchi o rossicci. Gemme ellittiche con apice schiacciato, glabre, verdi, brevemente picciolate, alterne e protette da due spesse perule.
Foglie: caduche, con inserzione alterna, semplici, picciolate, verde sulla pagina superiore, più chiara su quella inferiore che è anche mollemente pubescente in particolare sulle nervature, sono dotate di stipole oblunghe e ottuse; la lamina è suborbicolare o largamente obovata (larga i 2/3 della lunghezza che è di 8-12 cm), acuminata all’apice e cordata o tronca alla base, con margine doppiamente seghettato e 5-7 paia di nervature laterali marcate.
Fiore: pianta monoica con infiorescenze unisessuali. A febbraio si sviluppano gli amenti maschili, penduli, a gruppi di 2-4 all’estremità oppure all’ascella delle foglie dei rami dell’anno precedente, inizialmente verde rossastri poi giallastri con l’inizio della foliazione, cilindrici, lunghi fino a 8 cm, molto vistosi sui rami ancora nudi; ogni fiorellino, sprovvisto dell’involucro, consiste di due stami ed è sotteso da due bratteole. I fiori femminili, sessili, eretti, minuscoli, difficili da vedere, compaiono in inverno prima delle foglie, assomigliano a gemme e presentano uno stimma rosso violaceo; nascono isolati o a gruppetti di 2-4 direttamente sui ramuli e possiedono un perigonio sfrangiato, che si trasforma nella pseudocupola. Stami e stimma maturano in tempi differenti, ciò che favorisce l’impollinazione incrociata.
Frutto: il frutto è un diclesio (detto nocciola o nocciolina), solitario o a gruppi di 2-4, del diametro di 2-3 cm, avvolto quasi interamente da un involucro campanulato, erbaceo, carnoso alla base, con dentature così irregolari da fargli assumere un aspetto sfrangiato e da cui si libera a maturazione, con pericarpo legnoso di colore marrone chiaro.
Semi: un solo seme (achenio) per frutto, bianco giallastro, con tegumento rosso bruno, dolce e oleoso, commestibile. La maturazione avviene a fine estate, in relazione all’altitudine di vegetazione.
Polline: granuli pollinici triangolare arrotondati in visione polare, ovali in visione equatoriale; dimensioni: asse polare 27,3 (25-31) mµ, asse equatoriale 28,9 (26-31) mµ; aperture: triporati, porus con diametro di circa 2-3 mµ; esina: sottile, scabrata; intina: sottile con aree di germinazione molto grandi (onci); citoplasma granulare. L’impollinazione è anemofila a fine inverno-inizio primavera, ma la fecondazione avverrà solo successivamente con la formazione completa dell’ovario.
Numero cromosomico: 2n = 22.
Sottospecie e/o varietà: fra le varietà ornamentali in coltura si annoverano le seguenti (l’epiteto varietale allude alle caratteristiche di forma o aspetto): Corylus avellana L. “Contorta” Bean (Nocciolo contorto), varietà ottenuta in Inghilterra nel 1863, a portamento arbustivo, con rami spiralati e foglie quasi rotonde, appuntite, dentate, verdi; possiede un bell’aspetto invernale ed è utile per composizioni floreali. Corylus avellana L. “Pendula” Dipp. (Nocciolo pendulo), con i rami ricadenti che arrivano a toccare il suolo. Corylus avellana L. “Fusco-rubra” Dipp. (Nocciolo rosso), con foglie rossastre durante i mesi primaverili. Corylus avellana L. “Aurea” (Nocciolo giallo), con fogliame tendente al giallo. Corylus avellana L. “Heterophyllus” (Nocciolo laciniato), è un arbusto in coltura dal 1825, poco longevo; in genere è ramificato fin dalla base, le foglie sono ovate, alterne, pennato lobate con fino a 5 coppie di lobi irregolari e appuntiti sui lati e uno terminale, molli e vellutate, irregolarmente dentate, verde grigio per effetto di una densa peluria.
Tra le numerose varietà in coltura agraria per la produzione di frutti di grosse dimensioni (nocchieti), alcune delle quali sono degli ibridi tra
Corylus avellana L. e Corylus maxima Mill,, si ricordano le più diffuse (l’epiteto varietale fa riferimento alle dimensioni o all’aspetto del frutto; ogni cultivar di Nocciolo è autosterile ed ha bisogno di essere impollinata da un'altra cultivar): Corylus avellana L. “Tonda Gentile delle Langhe”, piemontese, molto richiesta dall'industria dolciaria per le eccellenti caratteristiche organolettiche, si ambienta con difficoltà fuori dalla sua area classica di coltivazione (varietà usata per l’impollinazione: “Camponica”). Corylus avellana L. “Tonda di Giffoni”, originaria della provincia di Salerno, è coltivata in varie zone della Campania e del Lazio essendo una cultivar che presenta un eccellente ambientamento anche in zone diverse dall'area tipica di coltivazione, molto richiesta dall'industria dolciaria; frutto medio con buona resa in sgusciato e di ottima qualità (come impollinatori si usano le varietà “Mortarella”, “Camponica”, “Riccia di Talanico”). Corylus avellana L. “Tonda Gentile Romana”, diffusa nella zona di Viterbo; frutto medio grosso, di buona resa in sgusciato, di ottime caratteristiche organolettiche (impollinatore: “Nocchione”). Corylus avellana L. “Mortarella” e “San Giovanni”, coltivate in Campania, a frutto allungato. Corylus avellana L. “Camponica”, coltivata in Campania, a frutto grosso, ottima per il consumo da tavola. In Sicilia la varietà più diffusa è la Corylus avellana L. "Nostrale" o "Siciliana", coltivata principalmente nella provincia di Messina, ma anche sull’Etna, sulle Madonie e nei dintorni di Piazza Armerina; ottima per la tostatura perché esalta il suo aroma intenso.
Habitat ed ecologia: specie tipica del sottobosco delle zone collinari e montane su suolo fresco e profondo, di preferenza calcareo. Anche su versanti a elevata pendenza, in popolamenti puri o con Betulla (Betula pendula Roth) e Pioppo tremulo (Populus tremula L.). Specie altamente plastica, adatta a vegetare in climi molto diversi e senza particolari esigenze di suolo. Può essere considerata sia specie colonizzatrice di terreni incolti e di pascoli abbandonati, sia arbusto di sottobosco associato, particolarmente in radure ed aree marginali, ad altre specie arboree, latifoglie o aghifoglie.
Note fitosociologiche e selvicolturali (tratte dal volume edito dalla Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia, La vegetazione forestale e la selvicoltura nella Regione Friuli-Venezia Giulia, AA.VV., Udine 1998):
«Il Nocciolo è da considerarsi una specie ubiquitaria ad elevata capacità ricolonizzatrice di zone abbandonate dall’attività agro-pastorale. Questa dote dipende dalla sua ampia diffusione, favorita sia dall’azione umana sia dall’opera disseminatrice di uccelli e piccolissimi mammiferi che si nutrono dei suoi frutti. I suoi semi, dotati di buona facoltà germinativa, sono in grado di attecchire praticamente in tutte le condizioni, occupando in pochi anni superfici naturali non boscate e aprendo così la strada a boschi di neoformazione costituiti da specie diverse. Solitamente il nocciolo partecipa ai processi di ricolonizzazione forestale nelle fasi iniziali, per cedere poi il passo, dopo periodi più o meno lunghi, secondo la fertilità stazionale e la capacità concorrenziale, alle altre specie edificatrici del bosco che entrano caso per caso nel processo evolutivo. Nella zona settentrionale della penisola italiana ed in buona parte di quella centrale, si possono distinguere tre situazioni:
«1.
Cenosi effimere, ossia di breve durata (dai 30 ai 50 anni circa), definibili corileti mesotermi, che si sviluppano soprattutto nell’area potenziale dei carpineti e degli aceri frassineti, con accompagnamento nello strato arbustivo di Crataegus monogyna, Rosa canina, Rubus sp. e in quello erbaceo di Galanthus nivalis, Vinca minor, Asarum europaeum, Allium ursinum ed abbondante Clematis vitalba. Quando ai margini dell’area da ricolonizzare è presente il Carpino bianco (zone pianeggianti) si formerà col tempo un carpineto più o meno ricco in Nocciolo, che resterà subordinato. Qualora invece siano presenti Acero montano e Frassino maggiore (forre o versanti su substrati flyscioidi) il Nocciolo, primo colonizzatore, verrà in alcuni decenni soppiantato dalla rigogliosa affermazione delle due specie arboree, fino a regredire.
«2.
Cenosi labili, denominabili corileti macrotermi, meno frequenti, che si formano nell’area potenziale degli orno-ostrieti, nei versanti soleggiati dell'orizzonte delle Querce, su ex prati falciati abbandonati, con accompagnamento di Juniperus communis e Rosa canina e con specie erbacee tipiche di ambienti aperti. Sono formazioni rade che si sviluppano in tempi più lunghi (oltre 50-60 anni), per una certa povertà dei suoli, per lo più calcarei, poco favorevoli all’attecchimento e alla crescita delle specie ricolonizzatrici che accompagnano, e in seguito soppiantano, il Nocciolo: Carpino nero, Orniello, talora anche Carpino bianco. Lo stadio finale sarà un orno-ostrieto tipico, comunque sempre con presenza di Nocciolo.
«3.
Cenosi durevoli, nell’area potenziale delle faggete submontane interessate o dal passaggio del fuoco o da eccesso di pascolamento. Qui il Nocciolo e insieme il Farinaccio trovano facile affermazione grazie alla capacità di ricaccio pollonifero dopo l’incendio ed alla precoce fruttificazione. In queste situazioni il corileto permane nel tempo, anche molto a lungo, al più con la compresenza minoritaria del Faggio. In tali condizioni è inopportuno intervenire per tentare di estirpare il Nocciolo. Sono altresì sconsigliabili inserimenti artificiali di altre specie, (soprattutto Abete rosso), con l’eccezione di Faggio e Abete bianco, in grado di tollerare la copertura e di potersi affermare in tempi lunghi. Laddove si riscontra la presenza di Nocciolo nel sottobosco di peccete, questa è un sicuro indice di diffusione della conifera al di fuori delle sue stazioni e, anche dopo il taglio definitivo dell'Abete rosso, tenacemente si protrarrà nel tempo».
Syntaxon (syntaxa) di riferimento: Tilio platyphylli-Acerion pseudoplatani e Lauro nobilis-Tilion platyphylli
Life-strategy (sensu Grime & Co.): Competitive (C).
IUCN: N.A.
Farmacopea: del Nocciolo la medicina popolare usa l’infuso preparato con gli amenti maschili, raccolti al momento della fioritura, che è assai precoce precedendo la comparsa delle foglie, come diaforetico nella cura delle affezioni febbrili dell’apparato respiratorio ed anche come antidiarroico; la decozione della corteccia contro le febbri intermittenti e, per uso esterno, in impacchi sulle vene varicose ulcerate. La medicina popolare considera i semi, dai quali si può ottenere anche un olio di gusto gradevole, succedaneo dell’olio di oliva, come efficaci contro la clorosi e l’anemia in genere.
Le foglie del Nocciolo (contengono resine, tannini, fenoli, flavonoidi), hanno proprietà astringenti e tonificanti dei vasi sanguigni e antidiarroiche per via interna; astringenti dei dotti sebacei e sudorali, antiinfiammatorie e cicatrizzanti per uso esterno.
La corteccia, che contiene sostanze flavoniche, ha avuto impiego tradizionale come febbrifugo e astringente venoso.

Avversità: le avversità cui il Nocciolo è soggetto sono rappresentate da parassiti animali: cocciniglie che infestano rami e germogli (Eleucanium corni, Eleucanium coryli, Lepidosaphes ulmi); afidi infestanti la vegetazione (Myzocallis coryli e Corylobium avellanae); acaro eriofide delle gemme del Nocciolo (Phytoptus avellanae); coleottero buprestide (Agrilus viridis) che scava gallerie negli organi legnosi insieme al cerambicide Oberea linearis; erosioni e scheletrizzazioni del lembo fogliare dovute ai coleotteri Haltica brevicollis e Polydrosus sp; infestazioni del frutto da parte delle larve del balanino delle nocciole Curculio nucum; infestazioni della vegetazione e dei frutti da parte di varie cimici: Gonocerus acuteangulatus, Palomena prasina, Nezara viridula, Carpocoris pudicus, ecc.; infestazione di cicaline sulle foglie dove provocano tipici schiarimenti; meno frequentemente si possono riscontrare danni da parte di larve di lepidotteri defogliatori; attacchi, peraltro non frequenti, da parte del ragnetto rosso (T. urticae) che provoca bronzature fogliari e filloptosi.
Tra gli agenti di malattia (funghi, batteri, entità infettive), sono da elencare: mal bianco dovuto ai funghi
Phyllactinia suffulta e Microsphaera alni; il mal dello stacco con deperimenti e lesioni agli organi legnosi dovuti al fungo Cytospora corylicola; l’antracnosi alle infiorescenze e ai germogli determinata dal fungo Gloeosporium coryli; marciumi fungini radicali da Armillaria mellea e Rosellinia necatrix; macchie necrotiche fogliari a diversa eziologia fungina (Cercospora, Phyllosticta, Gnomonia, ecc.).
Coltura: la necessità di ridurre i costi di coltivazione per la produzione di nocciole ha portato all’introduzione di tecniche colturali atte a favorire la totale meccanizzazione che ha contribuito al controllo e contenimento delle maggiori fisiopatie, con l’integrazione di pratiche di difesa nel rispetto dell’ambiente. Invece della forma tradizionale a cespuglio, nei nuovi impianti si preferiscono la forma a monocaule nelle diverse varianti: vaso libero, monocono, ipsilon e a siepe. Oggi ci si orienta verso un aumento della densità di piantagione; tenendo conto della necessità di favorire la meccanizzazione ed evitare la competizione nei riguardi della luce; si adottano distanze di impianto non inferiori ai 5 m fra le file.
La preparazione del terreno prevede il livellamento, la ripuntatura e un’aratura leggera con la quale interrare sostanza organica e dosi elevate di fosforo e potassio. Nella fase di piena produzione l’apporto di azoto deve essere di 100-150 kg/ha in coltura asciutta e 200-250 kg/ha nei noccioleti irrigati, con un rapporto NPK circa di 2-1-2, ripartendo la distribuzione degli azotati da febbraio a luglio. La potatura di produzione si esegue annualmente in modo da eliminare il 10-15% della vegetazione e lasciando una buona dotazione di rami con lunghezza fra 20 e 25 cm. Il controllo dei polloni si effettua con apposite macchine o con prodotti chimici.
Il ricorso all’irrigazione, specie nelle aree poco piovose o con precipitazioni mal distribuite, è indispensabile per ottenere produzioni soddisfacenti.

Produzione: la raccolta, se eseguita a mano, incide per circa un terzo sul costo colturale totale; se meccanizzata si abbassa al 19%. Le macchine per la raccolta sono le raccoglitrici pneumatiche trainate e quelle semoventi (più' rapide ma anche più costose perché non sempre adattabili alle irregolarità dei terreni). La raccolta meccanica dei frutti può essere agevolata da trattamenti chimici, per favorire la maturazione contemporanea e la caduta delle nocciole. La produzione di nocciole è molto variabile: oscilla da 1-2 q/ha di prodotto secco con guscio, in condizioni vegetative scadenti, a 5-15 q/ha in coltura specializzata e fino a 16-18 q/ha e oltre. La raccolta viene effettuata in agosto-settembre.
Usi: il frutto (nocciola) ha seme edule, con un contenuto di olio grasso al 50% e grassi monoinsaturi; si rivela particolarmente utile nel diminuire trigliceridi e colesterolo se consumato con moderazione. 100 g di nocciole apportano 628 Kcal, con 16,7 g di carboidrati, 14,95 g di proteine, 60,75 g di grassi. Essendo molto caloriche si rivelano un ottimo integratore e contengono inoltre una buona quantità di vitamina E.
La nocciola è usata nell'alimentazione per il consumo diretto a fresco o tostato (processo, quest’ultimo, che ne esalta il suo aroma intenso) oppure destinato all’industria dolciaria che ne prevede la sgusciatura, la tostatura e l’eliminazione della pellicola che ricopre il seme. Spesso è impiegata in prodotti dolciari a base di cioccolato, per la produzione di torroni e nei prodotti di gelateria e pasticceria. Oltre alla famosa pasta spalmabile a base di nocciole (Nutella), il dolce più famoso che vede le nocciole impiegate come ingrediente principale è il gianduiotto, un cioccolatino torinese, la cui pasta è composta da farina di nocciole con il 15-20% di cacao. Questa pasta venne creata all’inizio del XIX secolo a causa della penuria di cacao dovuta al blocco dell’importazione di spezie decretato di Napoleone.
Le nocciole sono anche impiegate nell'industria dei colori e in profumeria.
Il legno biancastro, di qualità mediocre e ridotte dimensioni, è impiegato soprattutto per confezionare piccoli oggetti rustici: manici, bastoni, cucchiai da cucina, ceste, pali, botti, o come combustibile per produrre carbone. Pianta a fioritura molto precoce, viene visitata dalle api che ne raccolgono il polline.

Curiosità: il Nocciolo è una delle piante predilette dal Tartufo bianco (Tuber magnatum) e dal Tartufo nero di Norcia (Tuber melanosporum), simbionti delle sue micorrize.
L’utilizzo di rami biforcuti da parte dei rabdomanti per la ricerca di vene d’acqua è legato al legno di Nocciolo. I rabdomanti affermano che il ramoscello di Nocciolo entrerebbe in risonanza con le onde emesse dalla radiazione dei nodi metallici nella Terra o dalla concentrazione delle acque. La loro tecnica di ricerca è stata descritta da Pierre-Adolphe Cheruel (
Dictionnaire historique dei institutions, des mœurs et coutumes de France, Parigi 1885): «Si tiene nella mano l’estremità di un rebbio, avendo cura di non stringerla troppo; il palmo della mano dev’essere rivolto verso l’alto. Con l’altra mano si tiene l’estremità dell’altro rebbio, mentre il gambo da cui parte la biforcazione va tenuto parallelo all’orizzonte. Si avanza allora piano piano verso il punto in cui si suppone l’esistenza dell’acqua. Appena vi si è giunti, la bacchetta gira nella mano e si piega verso terra, come un ago appena calamitato. Questo, almeno, è il resoconto di coloro che credono alla virtù della bacchetta divinatoria. Essi aggiungono che la verga ha anche la proprietà di scoprire le miniere, i tesori nascosti, i ladri e gli assassini fuggiaschi».
Due città dell’Appennino, in Campania, prendono il nome dal Nocciolo: Avella ed Avellino (le cui aree sono ancora oggi ricche di noccioleti): il loro toponimo deriva dal latino
Abella (vedi sopra).
I Romani chiamavano il Nocciolo
nux pontica, come riferisce Plinio (Naturalis historia, XV, 88), sostenendo che l’albero era arrivato in Asia e in Grecia dal Ponto. In realtà la specie, pur non provenendo da quella zona, vi fu migliorato assumendo le attuali caratteristiche. Nell’antichità si ponevano nelle tombe ramoscelli di Nocciolo per augurare ai defunti una nuova vita, come testimoniano i sepolcri più antichi del Württemberg, nei quali sono state trovate nocciole insieme con noci e zucche.
Miti e leggende: al Nocciolo è legata la fiaba di Cenerentola dei fratelli Grimm (Jacob e Wilhelm Grimm, Fiabe del focolare, Torino 1951, I, 21): fu infatti un suo rametto a salvarla dalla persecuzione della matrigna, permettendole di sposare il Principe. Un giorno il padre, accingendosi a recarsi alla fiera, le chiese cosa volesse in dono ottenendo non la richiesta di bei vestiti o perle e gemme, come le due sorellastre, ma «il primo rametto che vi urta il cappello sulla via del ritorno».
Cenerentola piantò il rametto sulla tomba della madre, annaffiandolo di così tante lacrime che esso crebbe diventando in breve una pianta rigogliosa; vi andava in visita tre volte al giorno e ogni volta sull’alberello si posava un uccellino bianco che, se lei esprimeva un desiderio, lo esaudiva immediatamente. E così fu anche quando la fanciulla decise di partecipare alla festa che sarebbe durata per tre sere e che il re aveva indetto perché il figlio potesse scegliere la sposa: «Piantina, scuotiti, scrollati, d’oro e d’argento coprimi», esclamò.
L’uccellino le gettò un abito d’oro e d’argento e scarpette trapunte d’argento e di seta. Così avvenne anche per la sera successiva. Per la terza le diede un abito più sfarzoso e splendente di quelli precedenti e un paio di scarpine d’oro; e fu proprio una di quelle scarpine, rimasta attaccata a un gradino della scala che il Principe aveva fatto spalmare di pece per trattenere la misteriosa fanciulla sfuggita per ben due volte, a permetterne il ritrovamento.
Il legame del Nocciolo con una divinità femminile o con le sue ancelle è testimoniato anche da William Shakespeare (
Romeo e Giulietta, atto I, scena IV), dove Mercuzio descrive la carrozza della regina Mab, la levatrice delle fate, colei che suscita i sogni: «Il suo cocchio è un guscio di nocciola, lavorato dal falegname scoiattolo o dal vecchio verme, da tempo immemorabile carrozzieri delle fate. In questo aggeggio ella galoppa da una notte all’altra attraverso i cervelli degli amanti, e allora essi sognano d’amore».
Nelle campagne di Otranto si narrava nel 1800 che le streghe a caccia di un tesoro si recavano con un rametto di Nocciolo nel luogo dove credevano fosse sepolto; se il rametto si fletteva su un lato oppure verso terra, non v’erano dubbi: si doveva scavare in quel posto.
Al Nocciolo è anche riferita una leggenda cristiana secondo la quale un giorno Gesù bambino si era addormentato e la Madonna ne approfittò per andare nel bosco a cogliere una manciata di fragole sapendo che al risveglio il Pargolo le avrebbe gradite. Trovatele, si chinò per raccoglierle, quando una vipera inferocita balzò dall’erba. La Madonna, spaventata, abbandonò le fragole fuggendo, ma la vipera la inseguì. Alla fine la Vergine trovò riparo dietro un cespuglio di Nocciolo da dove non si mosse finché la serpe non desistette. Poi, colta qualche fragola per il suo Piccolo, rientrò verso casa dicendo: «Come oggi la pianta di Nocciolo fu un rifugio per me, così lo sarà per altri in futuro». Per questa ragione si dice, fin dai tempi più antichi, che un ramo di Nocciolo è la difesa più sicura contro le serpi e tutto quel che striscia sulla terra (Jacob e Wilhelm Grimm,
Fiabe del focolare, «Leggende per bambini», Torino 1951, X). In realtà già fra Greci e Romani era radicata questa credenza, che è durata a lungo. Infatti Castore Durante (Herbario novo, 1585, p. 57) scriveva: «È stato sperimentato che toccandosi le serpi con una verga di nocciuolo, restano stupide, e finalmente si muoiono: sospese l’avellane, scacciano da quel luogo gli scorpioni. Et per questo si crede che giovino a i morsi loro e degli altri animali velenosi masticate e impiastrate». Per lo stesso motivo i pastori abruzzesi, rievocati da Gabriele d’Annunzio (vedi oltre), usavano scegliere per bastone un ramo d’avellana.
I Romani donavano piante di Nocciolo come augurio di prosperità e di pace. Nell’
Ancien Régime si distribuivano nocciole e noci in occasione delle nozze per augurare fecondità agli sposi. In Germania si raccontava che, adoperando delle bacchette di Nocciolo, era possibile obbligare le streghe a restituire la fecondità ad animali e piante ai quali l’avevano tolta con i loro sortilegi. Durante alcune processioni domenicali, si usava toccare in nome di Dio l’avena destinata ai cavalli con ramoscelli di Nocciolo.
Il Nocciolo in letteratura: negli erbari del Rinascimento si usava ancora chiamare la pianta avellana (da Avella, vedi sopra), da cui i pastori abruzzesi ricavavano il loro bastone, come ricorda Gabriele d’Annunzio (“Settembre”, in Alcyone):
                           Settembre, andiamo. È tempo di migrare.
                           Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori
                           lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
                           scendono all’Adriatico selvaggio
                           che verde è come i pascoli dei monti.
                           Han bevuto profondamente ai fonti
                           alpestri, che sapor d’acqua natia
                           rimanga ne’ cuori esuli a conforto,
                           che lungo illuda la lor sete in via.

                           Rinnovato hanno verga d’avellano.
Bibliografia:
ANGIOLINI C., FOGGI B., VICIANI D., GABELLINI A. Contributo alla conoscenza sintassonomica dei boschi del Tilio-Acerion Klika 1955 dell’Appennino centro-settentrionale (Italia centrale). Fitosociologia, 42, 1,109-119, 2005
BANFI E., CONSOLINO F.,
Alberi (Conoscere e risconoscere tutte le specie più diffuse di alberi spontanei e ornamentali), Istituto Geografico De Agostini SpA, Novara, 2001.
BIONDI E. et al., Manuale italiano di interpretazione degli habitat della Direttiva 92/43/CEE.
CATTABIANI A., Florario (Miti, leggende e simboli di fiori e piante), Oscar Saggi Mondadori, I edizione, 1998.
FERRARI M., MEDICI D.,
Alberi e arbusti in Italia (Manuale di riconoscimento), Edagricole, Bologna 2001.
LANZARA P., PIZZETTI M.,
Alberi, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1977.
LAUBER K., WAGNER G., Flora Helvetica (Flore illustrée de Suisse), 2ème édition, Editions Paul Haupt, 2001.
NEGRI G., Nuovo erbario figurato (Descrizione e proprietà delle piante medicinali e velenose della flora italiana), V edizione, Ulrico Hoepli, Milano1991.
TICLI B.,
Enciclopedia degli alberi d’Italia e d’Europa, De Vecchi Editore, Milano 2007.
www.dryades.eu
www.polleninfo.org
http://www.agraria.org/coltivazioniarboree/nocciolo.htm
http://vnr.unipg.it/habitat/index.jsp
S. Sgorbati, Fornico, Gargnano, 07-02-1999
A. Serafini Sauli, Pineto, Roma, 02-06-2002
M. La Rosa, Bucciano, San Miniato, 26-08-2004
M. La Rosa, Valle di Simoneta, Castelfranco di Sotto, 08-02-2004
M. La Rosa, Bucciano, San Miniato, 26-08-2004
N. G. Passalacqua, Calabria
L. Scuderi, Monte Callisio, Trento, 12-04-2009
A. Mascagni, La Poza, Bellamonte, Trento, 06-2008
G. Pallavicini, Valle Gesso, Roccavione, 03-1991
G. Pallavicini, Valle Gesso, Valdieri, 05-1997
G. Laino, Milano, 01-09-2008, culta
G. Laino, Giardini Pubblici Montanelli, Milano, 30-01-2007, culta
G. Laino, Ferrera, Varese, 31-08-2008, culta
B. Petriglia, senza dati
B. Petriglia, senza dati
B. Petriglia, senza dati
B. Petriglia, senza dati
B. Petriglia, senza dati
B. Petriglia, senza dati
B. Petriglia, senza dati
G. Pellegrino, - http:\\floramarittime.it -, Grotte del Bandito, Valle Gesso, Alpi Marittime, 16-02-2007
D. Bouvet, 28-02-2007
E. V. Perrino, Gargano
B. Gatti, senza dati

Distribuzione


■ autoctona ■ alloctona ■ incerta ■ scomparsa ■ assente

Caratteristiche

Relazioni con l'uomo
[ C ] C: specie di interesse alimentare e/o aromatico
[ O ] O: specie di interesse farmaceutico-officinale
[ A ] A: specie con polline allergenico.
Biologia riproduttiva

MO (monoica): specie con fiori maschili e femminili sullo stesso individuo.

[ AP - BC+ZC ] AP (anemofilia): Il polline è disperso dalle correnti aeree e può avere un volo breve (piante erbacee) o lungo (alberi); BC (barocoria): I semi relativamente pesanti, da soli o dentro i frutti, cadono per gravità a maturità o dopo un periodo di postmaturazione; ZC (zoocoria): Frutti e/o semi raccolti attivamente o passivamente dagli animali e poi dispersi.

Indici di Ellenberg

Salinità: 0

L: 6; T: 5; C: 4; U: 5; R: 5; N: 8;

← Torna alla tua ricerca