Castanea sativa Miller
(a cura di Giuseppe Laino)
Etimologia: castanea è termine latino che deriva dal greco kástanon (nome dato dai greci alla pianta) che deriva a sua volta da Castanis, nome della città del Ponto (Asia Minore, attuale Iran, dove la pianta era molto diffusa e dalla quale passò in Grecia e poi in Italia); sativa dal latino sativus = che si semina (in riferimento al fatto che la pianta era ampiamente coltivata dai Romani).
Sinonimi: Castanea vesca Gaertn., Castanea vulgaris, Lam., Fagus castanea L., Fagus procera Salisb.
Nomi volgari: Castagno (italiano). Liguria: Castregne (Bormida). Lombardia: Castegna. Piemonte: Castagnè; Castan (Novara); Ciastagne (Val S. Martino). Veneto: Castagnar (Verona): Castagner (Treviso); Maronara, Maronaro (Vicenza). Friuli: Giastinar, Moronar, Tistinar; Tistignar (Carnia). Emilia-Romagna: Castagn. Toscana: Castagno, Marrone. Calabria: Castagnara. Sardegna: Castangia, Castanza; Hastanza (Olzai).
Forma biologica e di crescita: fanerofita caducifoglia..
Tipo corologico: Europa meridionale, Nordafrica (limitatamente all’Atlante Telliano in Algeria) e Asia occidentale. Vegeta in un areale circum-mediterraneo, a diffusione frammentata, dalla penisola iberica alle regioni caucasiche che si affacciano sul Mar Nero. In Europa la maggiore estensione si ha nelle regioni occidentali dove è diffuso nel centro e nel nord del Portogallo, nelle regioni settentrionali spagnole, in gran parte del territorio francese, rado in Svizzera e in Germania, si spinge verso il sud dell’Inghilterra, lungo il versante tirrenico della penisola italiana e nell’Arco alpino fino a inoltrarsi in Slovenia e Croazia dove l’areale si interrompe per riprendere dalle regioni meridionali della Bosnia e del Montenegro, per estendersi in gran parte dei territori dell’Albania, della Macedonia e della Grecia, con presenze sporadiche e discontinue in Bulgaria e Romania. Infine riprende dalle regioni occidentali della Turchia per estendersi a quelle settentrionali, lungo il Mar Nero, fino al Caucaso. Nel Mediterraneo è presente nel in gran parte del territorio della Corsica, nelle regioni centrali della Sardegna, in quelle settentrionali della Sicilia e in quelle centrali dell’isola d’Elba.
L’areale di origine, comunque, non è ben noto. Erroneamente ritenuto fino a poco tempo fa originario del bacino sudorientale del Mar Nero comprendente le regioni del Ponto e del Caucaso occidentale e di qui propagato, nel corso dei secoli, prima dai Greci, poi dai Romani e proseguito ininterrottamente per tutto il Medio Evo dagli ordini monastici. Teoria superata in quanto le indagini sui ritrovamenti di granuli pollinici preistorici rinvenuti anche in Italia fanno ritenere che gli effetti dell’ultima glaciazione (Würm) abbia ridotto sensibilmente l’areale della specie. Oggi l’ipotesi più accreditata è che la pianta avesse un’ampia diffusione in Europa nel Terziario, ma nel corso delle glaciazioni pleistoceniche l’areale si sia progressivamente ridotto verso sud. Nel corso dell’ultima glaciazione, la specie si ritirò definitivamente nell’Asia Minore.
Fenologia: fiore: VI, frutto: X.
Limiti altitudinali: si rinviene su quote variabili dai 200 agli 800 m nelle zone alpine; nell’Appennino meridionale si spinge fino ai 1000-1300 m per arrivare ai 1400 m in Sicilia.
Abbondanza relativa e distribuzione geografica in Italia: nel nostro Paese vegeta nella zona fitoclimatica del Castanetum, cui dà il nome, con distribuzione frammentata; si estende inoltre nelle zone fresche del Lauretum. La maggiore diffusione si ha in tutto il versante tirrenico della penisola, dalla Calabria alla Toscana e alla Liguria e nel settore occidentale dell’arco alpino piemontese. Ha una presenza sporadica sul versante adriatico e nel Triveneto. Assente nella Pianura Padana. Presente in areali frammentati nelle isole maggiori (vedi sopra), limitati alle aree più fresche. La concentrazione di maggiore rilevanza è in Campania, che contribuisce per circa un terzo all’intera produzione nazionale di castagne.
Habitus: albero alto fino a 25 m, molto longevo, con chioma espansa, rotondeggiante o globosa. Il tronco nei vecchi esemplari diventa possente raggiungendo 10 e più metri di circonferenza (vedi oltre, Monumenti viventi). La corteccia è grigio olivastra, liscia e quasi lucente nei giovani tronchi, poi, negli esemplari adulti, diviene di colore grigio bruno scura, spessa, rugosa fessurandosi profondamente in lunghi cordoni che si sviluppano verticalmente lungo il tronco con andamento a spirale sinistrorsa.
Foglie: lunghe 10-20 cm, sono decidue, alterne, con picciolo corto, lembo lanceolato allungato, verde scuro e un po’ lucide sulla pagina superiore, verde chiaro e opache sulla pagina inferiore, acuminato-subcaudate all’apice, presentano nervature laterali diritte e parallele che terminano in denti forti e appuntiti.
Fiore: i fiori sono monoici: i maschili sono riuniti in glomeruli portati da lunghe spighe (amenti) erette o patenti, alla base delle quali si trovano i fiori femminili. I primi, provvisti di un piccolo perigonio a 6 tepali e di numerosi stami sporgenti, sono bianco crema, molto odorosi e melliferi; i secondi non hanno perigonio e formano di solito gruppetti di 2-3 (ma possono anche essere solitari), circondati da un giro di brattee verdi reciprocamente saldate che nell’insieme formano la cupola e si trasformano nell’infruttescenza (il caratteristico riccio spinoso).
Frutto: infruttescenza trimosa composta da un pericarpo spinoso avviluppante i semi (2-3, o un unico seme, vedi oltre), con un comune involucro di brattee saldate che a maturità si apre in quattro valve.
Semi: il seme è un achenio (la castagna), con pericarpo di consistenza cuoiosa e colore marrone, glabro e lucido all'esterno, tomentoso all'interno. La forma è più o meno globosa, con un lato appiattito, detto pancia, e uno convesso, detto dorso. Il polo apicale termina in un piccolo prolungamento frangiato, detto torcia, mentre il polo prossimale, detto ilo, si presenta leggermente appiattito e di colore grigiastro. Sul dorso sono presenti delle striature più o meno marcate, in particolare nelle varietà del gruppo dei marroni.
Polline: granuli monadi, radio simmetrici, isopolari; perimetro in vista polare: subtriangolari, pticotremi; vista equatoriale: ovali 2%, ellittici 98%; di forma subprolati 2%, prolati 98%; trizonocolporati; aperture ora: prevalentemente circolari; colpi rettangolari per 3/4 della lunghezza o leggermente fusiformi; esina tectata, scabrata. Al SEM le scabrae evidenziano rugulae sovatectali poco marcate; dimensioni: asse polare 18 (17) 15 µm, asse equatoriale 12 (10) 7 µm. L’impollinazione è sia anemogama (prevalentemente) che entomofila: infatti i fiori del castagno sono bottinati dalle api, per cui questa pianta è considerata mellifera (vedi oltre, Usi).
Numero cromosomico: 2n = 24.
Sottospecie e/o varietà: per le sue prerogative, in quanto coltivato dall’antichità e secondo consuetudini locali, il castagno vanta un patrimonio genetico costituito da varietà di interesse regionale, ottenute nel corso dei tempi propagando i singoli cloni; spesso tipi ascrivibili alla stessa origine genetica hanno denominazioni differenti secondo la località. Le varietà più pregiate sono quelle i cui semi sono adatti ad essere canditi, usati per la produzione del “marron glacé” genericamente chiamate Marrone associandone il nome alla località di provenienza. Contrariamente a quanto si pensa non tutte le varietà a frutto grosso rientrano nel gruppo dei marroni. Il marrone ha infatti le seguenti caratteristiche: seme di grossa pezzatura, in numero di uno per riccio; seme intero, non settato, con la pellicola (episperma) che non penetra nella polpa e che si stacca con facilità nelle operazioni di pelatura; striatura della buccia; sterilità dei fiori maschili; bassa produttività. I marroni sono particolarmente ricercati sul mercato; la pezzatura dei semi delle diverse varietà si può considerare medio-grossa (da 55 a 70 semi per kg). Tutte le varietà derivano dal castagno europeo (Castanea sativa Miller). Le piante sono di buon vigore con portamento assurgente. L’entrata in produzione avviene dopo il 5°-6° anno dall’impianto o dall’innesto. La quasi totalità delle varietà di Marrone sono astaminee, cioè prive dei fiori maschili e necessitano quindi della presenza di impollinatori. Ottimi impollinatori sono considerati gli ibridi eurogiapponesi (Castanea sativa Miller x Castanea crenata Sieb. & Zucch.) introdotti per la castanicoltura da frutto in Piemonte e per la castanicoltura da legno in Francia: “Precoce Migoule”, “Marsol”, “Bourmette”, “Bouche de Betizac” e quelli europei “Castagna della Madonna” o “di Canale d’Alba”, “Marrone Belle Epine”, “Marrone Goujounac”.
Le più note varietà di marroni sono le italiane Marrone Fiorentino, Marrone di Caprese Michelangelo, Marrone di Viterbo, Marrone di Marradi, Marrone di Castel del Rio, Marrone di S. Mauro di Saline, Marrone di Chiusa Pesio, Marroncino di Borgovelino e le francesi Marrone Comballe, Marrone Bouche Rouge, Marrone Goujounac, Marrone Belle Epine. La maturazione dei semi di questo gruppo varietale si può considerare medio-tardivo ed inizia verso la fine di settembre.
Altre varietà, non comprese nel gruppo dei marroni, sono di pezzatura grossa e adatte alla candidatura dei semi: Montemarano o Castagna di Avellino, alcune varietà piemontesi (Castagna della Madonna, Marrubia), il marroncino di Melfi e un gruppo di varietà denominate genericamente Garrone.
Le varietà destinate all’essiccazione o all’estrazione di farina sono di importanza marginale ma da tutelare per la conservazione del germoplasma in quanto contengono spesso particolari proprietà qualitative o fisiologiche. Fra le più famose la Carpinese o Montanina, varietà a frutto piccolo adatta alla produzione di farina.
I tipi adatti alla castanicoltura da legno sono stati invece selezionati da vecchie varietà da farina che presentavano particolari requisiti ai fini della silvicoltura: rapido accrescimento, regolarità dei fusti, limitata emissione di rami e grandi dimensioni, requisiti finalizzati ad ottenere, in tempi relativamente brevi, assortimenti mercantili di discrete dimensioni e di buona qualità tecnologica.
Habitat ed ecologia: pianta eliofila dei boschi misti di latifoglie a carattere submediterraneo, dove caratterizza i suoli acidi o acidificati. In Europa si accompagna spesso alla rovere, al cerro, a diverse specie di pini e verso i limiti altitudinali superiori al faggio; tuttavia forma anche estesi boschi puri sui versanti montani e collinari, dove è generalmente condotta a ceduo. Moderatamente esigente in fatto di umidità. Sopporta bene i freddi invernali, subendo danni soltanto con temperature inferiori a -25 °C, ma diventa esigente durante la stagione vegetativa la cui ripresa è tardiva, con schiusura delle gemme nella tarda primavera e fioritura all’inizio dell’estate. Per completare il ciclo di fruttificazione la buona stagione deve durare quasi 4 mesi, condizione che in generale si verifica nel piano submontano delle regioni mediterranee o nella bassa collina più a nord. Una moderata siccità estiva determina il rallentamento dell’attività vegetativa nel mezzo della stagione e una fruttificazione irregolare. Le nebbie persistenti e la piovosità eccessiva nei mesi di giugno e luglio ostacolano l’impollinazione incidendo negativamente sulla fruttificazione.
Di moderate esigenze climatiche, il castagno presenta notevoli esigenze pedologiche per cui la sua diffusione è strettamente correlata alla geologia del territorio. Sotto l’aspetto chimico e nutritivo predilige terreni ricchi di potassio e fosforo e di humus. Condizioni ottimali che si verificano su suoli neutri o moderatamente acidi; tollera anche un’acidità più spinta mentre rifugge dai pH alti. Il calcare è moderatamente tollerato soltanto nei climi umidi. Sotto l’aspetto granulometrico predilige i terreni sciolti o tendenzialmente sciolti mentre non sono tollerati i suoli argillosi o comunque facilmente soggetti ai ristagni idrici. In generale sono preferiti i suoli derivati da rocce vulcaniche ma vegeta bene anche nei suoli prettamente silicei derivati da graniti, arenarie quarzose, ecc., purché sufficientemente dotati di humus. I suoli calcarei sono tollerati solo nelle stazioni più settentrionali, abbastanza piovose, mentre sono mal tollerate le marne.
Syntaxon (syntaxa) di riferimento:, Quercetalia roboris (caratt.), Quercetalia pubescentis (caratt.), dove fin dalla più remota antichità è stata introdotta, rubando spazio alle querce per impiantare castagneti da frutto; Querco-Fagetea, Lauretum, Pino-Quercetum.
Life-strategy (sensu Grime & Co.): Stress tolleranti (S) + Commensali (CM).
IUCN: N.A..
Farmacopea: le foglie di castagno, raccolte prima della fioritura e contenenti sostanze tanniche (9%), sali minerali (6%), un glucoside, saccarosio, glucosio, resina, grassi, si usano contro la pertosse ed in generale contro le tossi convulsive e stizzose da irritazione bronchiale, in forma di infuso caldo o di estratto fluido. Il decotto di corteccia ha applicazione nella terapia domestica come astringente intestinale e cutaneo..
Monumenti viventi: la presenza in Italia del castagno fin dall'antichità ha fatto sì che alcuni esemplari, ancora oggi esistenti, abbiano un particolare valore storico, culturale, paesaggistico e, come tali, sono definiti alberi monumentali. Tra i maggiori:
Melle (Piemonte). Noto come Tabudiera grossa o Tabudiera de Titta, ha una circonferenza di 9,6 m e un'altezza di 30-32 m. L'età presunta è di circa 300 anni.
Bioglio (Piemonte). Ha una circonferenza di 10,5 m e un'altezza di 15-18 m. L'età stimata è di 350 anni.
Sant'Alfio (Sicilia). Noto come Castagno dei Cento Cavalli, è considerato il più famoso d'Italia e uno dei più vecchi alberi d'Europa. Ad esso sono associate leggende e note storiche (vedi oltre, Miti e leggende) e ad esso si sono ispirati artisti e letterati. L'albero è ubicato alle falde dell'Etna, costituito in realtà da tre alberi monumentali, originati da tre polloni, i cui tronchi misurano 12, 20 e 22 metri di circonferenza e un’altezza di 22 metri, riuniti a formare una sorta di boschetto. Sebbene il tronco principale sia bruciato nel 1923, quel castagno appare ancora gigantesco: i suoi attuali polloni hanno una circonferenza complessiva superiore ai 50 metri. L'età è incerta e secondo varie fonti è stimata dai 2000 ai 4000 anni.
Mascali (Sicilia). Noto come Castagno della Nave, ha un'età incerta ma presumibilmente millenaria. Ubicato sulle falde dell'Etna, nella stessa stazione del Castagno dei Cento Cavalli a circa 300 metri da questo, ha una circonferenza di 20 m e un'altezza di 19 m.
Tonara (Sardegna). Ubicato a circa 800 m, è uno degli esemplari più notevoli della regione, con una circonferenza di 8,5 m e un'altezza di 15 m.
Camaldoli (Toscana). Noto come Castagno Miraglia, ha un'età presunta di 400 anni. Si tratta di uno degli esemplari più notevoli in Toscana, con una circonferenza alla base di 8,8 m e un'altezza di 19 m. Il nome è dedicato a Elena Miraglia, moglie del direttore generale del Ministero dell'Agricoltura alla fine dell'Ottocento.
Avversità: tra le avversità cui va soggetto il castagno sono da annoverare i parassiti animali come gli afidi infestanti le foglie ed i germogli: Lachnus roboris, Myzocallis castanicola; le cidie delle castagne, le cui larve si nutrono dei semi: Cydia splendana e Cydia fagiglandana; il coleottero balanino delle castagne (Curculis elephas) le cui larve si nutrono dei semi; le cocciniglie (Diaspis sp. e Eleucanium sp) infestanti la vegetazione; il ragnetto Oligonychus bicolor che provoca bronzature alle foglie, oltre agli attacchi degli insetti xilofagi, che in genere si sviluppano a carico di piante indebolite da condizioni ambientali non favorevoli quali il rodilegno (cossidi) le cui larve scavano gallerie nel legno. Alla riduzione delle superfici forestali a castagno hanno inoltre contribuito in modo non trascurabile le decimazioni causate dalle due più importanti crittogame associate a questa specie: Phytophtora cambivora e, più recentemente, Phytophtora cinnamoni, funghi responsabili del mal d’inchiostro, ed Endothia parasitica, fungo responsabile del cancro della corteccia, oltre a Mycosphaerella maculiformis, fungo che provoca la fersa sulle foglie (macchie clorotiche e necrotiche sparse).
Usi: lo scopo della estensione del castagno nel corso dei secoli aveva una duplice funzione: come risorsa amidacea (castagne) e come risorsa tecnologica (legname da opera). Ancora oggi di questa pianta si sfruttano massicciamente le sue caratteristiche e i suoi componenti. Tra i principali possono annoverarsi:
• l’apicoltura, che è un’attività accessoria. Il miele di castagno ottenuto dalle arnie ha una colorazione variabile dall’ambra al bruno scuro, retrogusto amaro, resiste per lungo tempo alla cristallizzazione, è particolarmente ricco di fruttosio e polline. La produzione si localizza nelle zone a maggiore vocazione per la castanicoltura e, in modo particolare, nella fascia submontana fra i 500 e i 1000 metri di altitudine, lungo l’arco alpino, il versante tirrenico della fascia appenninica e nelle zone montane della Sicilia settentrionale.
• il seme, che è utilizzato da tempi antichissimi per la produzione di farine a scopo alimentare, presumibilmente ancor prima perfino dei cereali, la cui domesticazione ebbe inizio circa 12.000 anni fa. Le castagne sono ricche di amido e, soprattutto, nel Medioevo hanno costituito la principale base alimentare delle popolazioni appenniniche, al punto che per quell’epoca e in quell’area geografica si parla di una “civiltà del castagno”. Oggi questo impiego ha un’importanza marginale e circoscritta alla produzione di dolci tipici, come il castagnaccio, del Panmorone, del Montblanc e dei frutti secchi per l’utilizzo in cucina. Ancora diffusa è la destinazione dei semi di buon pregio al consumo diretto, concentrato nei mesi autunnali (le “caldarroste”, le collane di “castagne del prete”, ecc.) e alla produzione industriale di marmellate e marron glacé. Scarso l’impiego dei semi come alimento per gli animali domestici.
• tannini. Dalla corteccia e dal legno del castagno si estraggono tannini destinati all’industria conciaria. Tale impiego, nel nostro Paese, ha riscosso un particolare interesse nei primi decenni del XX secolo, in quanto l’industria del tannino ha fatto largo uso del castagno, ma dopo il 1940 ha perso importanza sia per la contrazione di questo settore sia per l’impiego, come materia prima, di legni di scarto.
• legno. Il legno di castagno è caratterizzato dalla formazione precoce del durame, per questa ragione presenta un alburno sottile. Il durame è bruno, mentre l’alburno è grigio chiaro. Strutturalmente è un legno eteroxilo con porosità anulare con tendenza a sfaldarsi in corrispondenza degli anelli (cipollatura). La precocità di formazione del durame rende possibile l’attuazione di turni di ceduazione alquanto brevi in funzione del tipo di prodotto richiesto dal mercato. La densità è di circa 1 tonnellata/m3 nel legno fresco e di 0,58 tonnellate/m3 per quello stagionato. Fra i suoi pregi spiccano la durevolezza e la resistenza all’umidità, per cui è adatto per l’impiego come legno strutturale, e la facilità di lavorazione, che lo rendono adatto ad essere utilizzato per vari scopi. Un tempo non lontano era utilizzato per la produzione di pali per il sostegno di linee elettriche e telefoniche; oggi come in passato trova impiego nella produzione di travi di sostegno e paleria (soprattutto in edilizia) assieme a quella dell’industria del mobile. E’ un legno semiduro, adatto anche per lavori di ebanisteria.
Castanicoltura: il “ceduo” è oggi la forma più comune di governo dei castagneti per la produzione di travi e assortimenti per usi agricoli. Nei nuovi impianti si tagliano le piantine dopo 2 o 3 anni mentre nei vecchi castagneti abbandonati si tagliano a raso le ceppaie. In entrambi i casi vengono emessi i polloni, sui quali si praticherà l’innesto 1 o più anni dopo. Il ceduo semplice si governa tagliando a raso tutte le ceppaie al termine del turno; pratica consentita negli impianti artificiali, mentre nei boschi i regolamenti ammettono la “matricinatura” che consiste nel lasciare, ad ogni taglio, un certo numero di piante, dette matricine, il cui compito è quello di consentire la rinnovazione. Dato che il castagno ha una buona capacità di rinnovazione l’intensità della matricinatura è inferiore a quella ordinaria, riducendosi a 40-60 matricine per ettaro.
La “fustaia” differisce dal ceduo per avere una minore densità di piante e un solo fusto per ogni ceppaia. Si ottiene per evoluzione dai cedui, prolungandone il turno e selezionando i fusti che presentano i requisiti. Rappresenta la forma tradizionale di governo dei castagneti da frutto, soprattutto nelle regioni settentrionali, mentre in molte zone dell’Italia meridionale ci si orientava verso il ceduo da frutto.
Le densità del castagneto, a regime, dipendono dal tipo di governo e dalle condizioni di fertilità del suolo. Nei cedui si adottano intensità molto variabili, da un minimo di 2-300 ceppaie a un massimo di oltre 1000 ceppaie per ettaro di superficie. Nelle fustaie si hanno invece densità dell’ordine di 100-200 piante per ettaro. La durata del turno dipende dalle finalità produttive. Per i castagneti da frutto si adottano turni piuttosto lunghi, poiché la produzione di regime ha inizio a 30-50 dall’innesto. Per i castagneti da legno si adottano invece turni variabili secondo il tipo di assortimento richiesto dal mercato. In passato si adottavano anche turni brevi di 6 anni, finalizzati a fornire assortimenti per usi che oggi sono di importanza trascurabile, come ad esempio il legno per intrecci. Gli orientamenti attuali si attestano su turni di 16-18 anni, in grado di fornire un’alta resa in assortimenti grossi e intermedi, per rispondere alle richieste del mercato. In condizioni ottimali di fertilità, come si verifica per esempio nei suoli di origine vulcanica e ricchi di sostanza organica, il ceduo di castagno offre le migliori prestazioni produttive, con ritmi di incremento della massa legnosa paragonabili a quelli delle essenze esotiche da legno. Dopo l’abbandono definitivo dei pali di castagno per le linee elettriche o telefoniche, il mercato ha indirizzato la domanda verso il legname da sega per l’industria del mobile e tale evoluzione porta all’abbandono della castanicoltura da legno nelle stazioni meno fertili e ad un prolungamento del turno di ceduazione, con una durata ottimale di circa 25 anni.
Miti, leggende, letteratura e modi di dire: le castagne erano soprannominate dai latini “ghiande di Zeus” (Iovis glandes) perché anche quest’albero, come altri, evocava il dio supremo, reggitore dell’universo, grazie al suo tronco corto ma possente e ai rami che si allargano in tutti i sensi rendendone la chioma imponente.
Il Castagno dei Cento Cavalli è citato in alcune poesie in sicilianoo in italiano. Il poeta ottocentesco siciliano Giuseppe Borrello (1820-1894) citò in una sua poesia la leggenda da cui deriverebbe il nome popolare dell'albero. La leggenda narra di una "regina Giovanna", la cui identità non è storicamente accertata (ma che altri identifica in Giovanna d’Aragona), che in occasione di un suo viaggio in Sicilia si riparò con il suo seguito composto di cento cavalieri sotto il castagno durante un temporale:
Sinonimi: Castanea vesca Gaertn., Castanea vulgaris, Lam., Fagus castanea L., Fagus procera Salisb.
Nomi volgari: Castagno (italiano). Liguria: Castregne (Bormida). Lombardia: Castegna. Piemonte: Castagnè; Castan (Novara); Ciastagne (Val S. Martino). Veneto: Castagnar (Verona): Castagner (Treviso); Maronara, Maronaro (Vicenza). Friuli: Giastinar, Moronar, Tistinar; Tistignar (Carnia). Emilia-Romagna: Castagn. Toscana: Castagno, Marrone. Calabria: Castagnara. Sardegna: Castangia, Castanza; Hastanza (Olzai).
Forma biologica e di crescita: fanerofita caducifoglia..
Tipo corologico: Europa meridionale, Nordafrica (limitatamente all’Atlante Telliano in Algeria) e Asia occidentale. Vegeta in un areale circum-mediterraneo, a diffusione frammentata, dalla penisola iberica alle regioni caucasiche che si affacciano sul Mar Nero. In Europa la maggiore estensione si ha nelle regioni occidentali dove è diffuso nel centro e nel nord del Portogallo, nelle regioni settentrionali spagnole, in gran parte del territorio francese, rado in Svizzera e in Germania, si spinge verso il sud dell’Inghilterra, lungo il versante tirrenico della penisola italiana e nell’Arco alpino fino a inoltrarsi in Slovenia e Croazia dove l’areale si interrompe per riprendere dalle regioni meridionali della Bosnia e del Montenegro, per estendersi in gran parte dei territori dell’Albania, della Macedonia e della Grecia, con presenze sporadiche e discontinue in Bulgaria e Romania. Infine riprende dalle regioni occidentali della Turchia per estendersi a quelle settentrionali, lungo il Mar Nero, fino al Caucaso. Nel Mediterraneo è presente nel in gran parte del territorio della Corsica, nelle regioni centrali della Sardegna, in quelle settentrionali della Sicilia e in quelle centrali dell’isola d’Elba.
L’areale di origine, comunque, non è ben noto. Erroneamente ritenuto fino a poco tempo fa originario del bacino sudorientale del Mar Nero comprendente le regioni del Ponto e del Caucaso occidentale e di qui propagato, nel corso dei secoli, prima dai Greci, poi dai Romani e proseguito ininterrottamente per tutto il Medio Evo dagli ordini monastici. Teoria superata in quanto le indagini sui ritrovamenti di granuli pollinici preistorici rinvenuti anche in Italia fanno ritenere che gli effetti dell’ultima glaciazione (Würm) abbia ridotto sensibilmente l’areale della specie. Oggi l’ipotesi più accreditata è che la pianta avesse un’ampia diffusione in Europa nel Terziario, ma nel corso delle glaciazioni pleistoceniche l’areale si sia progressivamente ridotto verso sud. Nel corso dell’ultima glaciazione, la specie si ritirò definitivamente nell’Asia Minore.
Fenologia: fiore: VI, frutto: X.
Limiti altitudinali: si rinviene su quote variabili dai 200 agli 800 m nelle zone alpine; nell’Appennino meridionale si spinge fino ai 1000-1300 m per arrivare ai 1400 m in Sicilia.
Abbondanza relativa e distribuzione geografica in Italia: nel nostro Paese vegeta nella zona fitoclimatica del Castanetum, cui dà il nome, con distribuzione frammentata; si estende inoltre nelle zone fresche del Lauretum. La maggiore diffusione si ha in tutto il versante tirrenico della penisola, dalla Calabria alla Toscana e alla Liguria e nel settore occidentale dell’arco alpino piemontese. Ha una presenza sporadica sul versante adriatico e nel Triveneto. Assente nella Pianura Padana. Presente in areali frammentati nelle isole maggiori (vedi sopra), limitati alle aree più fresche. La concentrazione di maggiore rilevanza è in Campania, che contribuisce per circa un terzo all’intera produzione nazionale di castagne.
Habitus: albero alto fino a 25 m, molto longevo, con chioma espansa, rotondeggiante o globosa. Il tronco nei vecchi esemplari diventa possente raggiungendo 10 e più metri di circonferenza (vedi oltre, Monumenti viventi). La corteccia è grigio olivastra, liscia e quasi lucente nei giovani tronchi, poi, negli esemplari adulti, diviene di colore grigio bruno scura, spessa, rugosa fessurandosi profondamente in lunghi cordoni che si sviluppano verticalmente lungo il tronco con andamento a spirale sinistrorsa.
Foglie: lunghe 10-20 cm, sono decidue, alterne, con picciolo corto, lembo lanceolato allungato, verde scuro e un po’ lucide sulla pagina superiore, verde chiaro e opache sulla pagina inferiore, acuminato-subcaudate all’apice, presentano nervature laterali diritte e parallele che terminano in denti forti e appuntiti.
Fiore: i fiori sono monoici: i maschili sono riuniti in glomeruli portati da lunghe spighe (amenti) erette o patenti, alla base delle quali si trovano i fiori femminili. I primi, provvisti di un piccolo perigonio a 6 tepali e di numerosi stami sporgenti, sono bianco crema, molto odorosi e melliferi; i secondi non hanno perigonio e formano di solito gruppetti di 2-3 (ma possono anche essere solitari), circondati da un giro di brattee verdi reciprocamente saldate che nell’insieme formano la cupola e si trasformano nell’infruttescenza (il caratteristico riccio spinoso).
Frutto: infruttescenza trimosa composta da un pericarpo spinoso avviluppante i semi (2-3, o un unico seme, vedi oltre), con un comune involucro di brattee saldate che a maturità si apre in quattro valve.
Semi: il seme è un achenio (la castagna), con pericarpo di consistenza cuoiosa e colore marrone, glabro e lucido all'esterno, tomentoso all'interno. La forma è più o meno globosa, con un lato appiattito, detto pancia, e uno convesso, detto dorso. Il polo apicale termina in un piccolo prolungamento frangiato, detto torcia, mentre il polo prossimale, detto ilo, si presenta leggermente appiattito e di colore grigiastro. Sul dorso sono presenti delle striature più o meno marcate, in particolare nelle varietà del gruppo dei marroni.
Polline: granuli monadi, radio simmetrici, isopolari; perimetro in vista polare: subtriangolari, pticotremi; vista equatoriale: ovali 2%, ellittici 98%; di forma subprolati 2%, prolati 98%; trizonocolporati; aperture ora: prevalentemente circolari; colpi rettangolari per 3/4 della lunghezza o leggermente fusiformi; esina tectata, scabrata. Al SEM le scabrae evidenziano rugulae sovatectali poco marcate; dimensioni: asse polare 18 (17) 15 µm, asse equatoriale 12 (10) 7 µm. L’impollinazione è sia anemogama (prevalentemente) che entomofila: infatti i fiori del castagno sono bottinati dalle api, per cui questa pianta è considerata mellifera (vedi oltre, Usi).
Numero cromosomico: 2n = 24.
Sottospecie e/o varietà: per le sue prerogative, in quanto coltivato dall’antichità e secondo consuetudini locali, il castagno vanta un patrimonio genetico costituito da varietà di interesse regionale, ottenute nel corso dei tempi propagando i singoli cloni; spesso tipi ascrivibili alla stessa origine genetica hanno denominazioni differenti secondo la località. Le varietà più pregiate sono quelle i cui semi sono adatti ad essere canditi, usati per la produzione del “marron glacé” genericamente chiamate Marrone associandone il nome alla località di provenienza. Contrariamente a quanto si pensa non tutte le varietà a frutto grosso rientrano nel gruppo dei marroni. Il marrone ha infatti le seguenti caratteristiche: seme di grossa pezzatura, in numero di uno per riccio; seme intero, non settato, con la pellicola (episperma) che non penetra nella polpa e che si stacca con facilità nelle operazioni di pelatura; striatura della buccia; sterilità dei fiori maschili; bassa produttività. I marroni sono particolarmente ricercati sul mercato; la pezzatura dei semi delle diverse varietà si può considerare medio-grossa (da 55 a 70 semi per kg). Tutte le varietà derivano dal castagno europeo (Castanea sativa Miller). Le piante sono di buon vigore con portamento assurgente. L’entrata in produzione avviene dopo il 5°-6° anno dall’impianto o dall’innesto. La quasi totalità delle varietà di Marrone sono astaminee, cioè prive dei fiori maschili e necessitano quindi della presenza di impollinatori. Ottimi impollinatori sono considerati gli ibridi eurogiapponesi (Castanea sativa Miller x Castanea crenata Sieb. & Zucch.) introdotti per la castanicoltura da frutto in Piemonte e per la castanicoltura da legno in Francia: “Precoce Migoule”, “Marsol”, “Bourmette”, “Bouche de Betizac” e quelli europei “Castagna della Madonna” o “di Canale d’Alba”, “Marrone Belle Epine”, “Marrone Goujounac”.
Le più note varietà di marroni sono le italiane Marrone Fiorentino, Marrone di Caprese Michelangelo, Marrone di Viterbo, Marrone di Marradi, Marrone di Castel del Rio, Marrone di S. Mauro di Saline, Marrone di Chiusa Pesio, Marroncino di Borgovelino e le francesi Marrone Comballe, Marrone Bouche Rouge, Marrone Goujounac, Marrone Belle Epine. La maturazione dei semi di questo gruppo varietale si può considerare medio-tardivo ed inizia verso la fine di settembre.
Altre varietà, non comprese nel gruppo dei marroni, sono di pezzatura grossa e adatte alla candidatura dei semi: Montemarano o Castagna di Avellino, alcune varietà piemontesi (Castagna della Madonna, Marrubia), il marroncino di Melfi e un gruppo di varietà denominate genericamente Garrone.
Le varietà destinate all’essiccazione o all’estrazione di farina sono di importanza marginale ma da tutelare per la conservazione del germoplasma in quanto contengono spesso particolari proprietà qualitative o fisiologiche. Fra le più famose la Carpinese o Montanina, varietà a frutto piccolo adatta alla produzione di farina.
I tipi adatti alla castanicoltura da legno sono stati invece selezionati da vecchie varietà da farina che presentavano particolari requisiti ai fini della silvicoltura: rapido accrescimento, regolarità dei fusti, limitata emissione di rami e grandi dimensioni, requisiti finalizzati ad ottenere, in tempi relativamente brevi, assortimenti mercantili di discrete dimensioni e di buona qualità tecnologica.
Habitat ed ecologia: pianta eliofila dei boschi misti di latifoglie a carattere submediterraneo, dove caratterizza i suoli acidi o acidificati. In Europa si accompagna spesso alla rovere, al cerro, a diverse specie di pini e verso i limiti altitudinali superiori al faggio; tuttavia forma anche estesi boschi puri sui versanti montani e collinari, dove è generalmente condotta a ceduo. Moderatamente esigente in fatto di umidità. Sopporta bene i freddi invernali, subendo danni soltanto con temperature inferiori a -25 °C, ma diventa esigente durante la stagione vegetativa la cui ripresa è tardiva, con schiusura delle gemme nella tarda primavera e fioritura all’inizio dell’estate. Per completare il ciclo di fruttificazione la buona stagione deve durare quasi 4 mesi, condizione che in generale si verifica nel piano submontano delle regioni mediterranee o nella bassa collina più a nord. Una moderata siccità estiva determina il rallentamento dell’attività vegetativa nel mezzo della stagione e una fruttificazione irregolare. Le nebbie persistenti e la piovosità eccessiva nei mesi di giugno e luglio ostacolano l’impollinazione incidendo negativamente sulla fruttificazione.
Di moderate esigenze climatiche, il castagno presenta notevoli esigenze pedologiche per cui la sua diffusione è strettamente correlata alla geologia del territorio. Sotto l’aspetto chimico e nutritivo predilige terreni ricchi di potassio e fosforo e di humus. Condizioni ottimali che si verificano su suoli neutri o moderatamente acidi; tollera anche un’acidità più spinta mentre rifugge dai pH alti. Il calcare è moderatamente tollerato soltanto nei climi umidi. Sotto l’aspetto granulometrico predilige i terreni sciolti o tendenzialmente sciolti mentre non sono tollerati i suoli argillosi o comunque facilmente soggetti ai ristagni idrici. In generale sono preferiti i suoli derivati da rocce vulcaniche ma vegeta bene anche nei suoli prettamente silicei derivati da graniti, arenarie quarzose, ecc., purché sufficientemente dotati di humus. I suoli calcarei sono tollerati solo nelle stazioni più settentrionali, abbastanza piovose, mentre sono mal tollerate le marne.
Syntaxon (syntaxa) di riferimento:, Quercetalia roboris (caratt.), Quercetalia pubescentis (caratt.), dove fin dalla più remota antichità è stata introdotta, rubando spazio alle querce per impiantare castagneti da frutto; Querco-Fagetea, Lauretum, Pino-Quercetum.
Life-strategy (sensu Grime & Co.): Stress tolleranti (S) + Commensali (CM).
IUCN: N.A..
Farmacopea: le foglie di castagno, raccolte prima della fioritura e contenenti sostanze tanniche (9%), sali minerali (6%), un glucoside, saccarosio, glucosio, resina, grassi, si usano contro la pertosse ed in generale contro le tossi convulsive e stizzose da irritazione bronchiale, in forma di infuso caldo o di estratto fluido. Il decotto di corteccia ha applicazione nella terapia domestica come astringente intestinale e cutaneo..
Monumenti viventi: la presenza in Italia del castagno fin dall'antichità ha fatto sì che alcuni esemplari, ancora oggi esistenti, abbiano un particolare valore storico, culturale, paesaggistico e, come tali, sono definiti alberi monumentali. Tra i maggiori:
Melle (Piemonte). Noto come Tabudiera grossa o Tabudiera de Titta, ha una circonferenza di 9,6 m e un'altezza di 30-32 m. L'età presunta è di circa 300 anni.
Bioglio (Piemonte). Ha una circonferenza di 10,5 m e un'altezza di 15-18 m. L'età stimata è di 350 anni.
Sant'Alfio (Sicilia). Noto come Castagno dei Cento Cavalli, è considerato il più famoso d'Italia e uno dei più vecchi alberi d'Europa. Ad esso sono associate leggende e note storiche (vedi oltre, Miti e leggende) e ad esso si sono ispirati artisti e letterati. L'albero è ubicato alle falde dell'Etna, costituito in realtà da tre alberi monumentali, originati da tre polloni, i cui tronchi misurano 12, 20 e 22 metri di circonferenza e un’altezza di 22 metri, riuniti a formare una sorta di boschetto. Sebbene il tronco principale sia bruciato nel 1923, quel castagno appare ancora gigantesco: i suoi attuali polloni hanno una circonferenza complessiva superiore ai 50 metri. L'età è incerta e secondo varie fonti è stimata dai 2000 ai 4000 anni.
Mascali (Sicilia). Noto come Castagno della Nave, ha un'età incerta ma presumibilmente millenaria. Ubicato sulle falde dell'Etna, nella stessa stazione del Castagno dei Cento Cavalli a circa 300 metri da questo, ha una circonferenza di 20 m e un'altezza di 19 m.
Tonara (Sardegna). Ubicato a circa 800 m, è uno degli esemplari più notevoli della regione, con una circonferenza di 8,5 m e un'altezza di 15 m.
Camaldoli (Toscana). Noto come Castagno Miraglia, ha un'età presunta di 400 anni. Si tratta di uno degli esemplari più notevoli in Toscana, con una circonferenza alla base di 8,8 m e un'altezza di 19 m. Il nome è dedicato a Elena Miraglia, moglie del direttore generale del Ministero dell'Agricoltura alla fine dell'Ottocento.
Avversità: tra le avversità cui va soggetto il castagno sono da annoverare i parassiti animali come gli afidi infestanti le foglie ed i germogli: Lachnus roboris, Myzocallis castanicola; le cidie delle castagne, le cui larve si nutrono dei semi: Cydia splendana e Cydia fagiglandana; il coleottero balanino delle castagne (Curculis elephas) le cui larve si nutrono dei semi; le cocciniglie (Diaspis sp. e Eleucanium sp) infestanti la vegetazione; il ragnetto Oligonychus bicolor che provoca bronzature alle foglie, oltre agli attacchi degli insetti xilofagi, che in genere si sviluppano a carico di piante indebolite da condizioni ambientali non favorevoli quali il rodilegno (cossidi) le cui larve scavano gallerie nel legno. Alla riduzione delle superfici forestali a castagno hanno inoltre contribuito in modo non trascurabile le decimazioni causate dalle due più importanti crittogame associate a questa specie: Phytophtora cambivora e, più recentemente, Phytophtora cinnamoni, funghi responsabili del mal d’inchiostro, ed Endothia parasitica, fungo responsabile del cancro della corteccia, oltre a Mycosphaerella maculiformis, fungo che provoca la fersa sulle foglie (macchie clorotiche e necrotiche sparse).
Usi: lo scopo della estensione del castagno nel corso dei secoli aveva una duplice funzione: come risorsa amidacea (castagne) e come risorsa tecnologica (legname da opera). Ancora oggi di questa pianta si sfruttano massicciamente le sue caratteristiche e i suoi componenti. Tra i principali possono annoverarsi:
• l’apicoltura, che è un’attività accessoria. Il miele di castagno ottenuto dalle arnie ha una colorazione variabile dall’ambra al bruno scuro, retrogusto amaro, resiste per lungo tempo alla cristallizzazione, è particolarmente ricco di fruttosio e polline. La produzione si localizza nelle zone a maggiore vocazione per la castanicoltura e, in modo particolare, nella fascia submontana fra i 500 e i 1000 metri di altitudine, lungo l’arco alpino, il versante tirrenico della fascia appenninica e nelle zone montane della Sicilia settentrionale.
• il seme, che è utilizzato da tempi antichissimi per la produzione di farine a scopo alimentare, presumibilmente ancor prima perfino dei cereali, la cui domesticazione ebbe inizio circa 12.000 anni fa. Le castagne sono ricche di amido e, soprattutto, nel Medioevo hanno costituito la principale base alimentare delle popolazioni appenniniche, al punto che per quell’epoca e in quell’area geografica si parla di una “civiltà del castagno”. Oggi questo impiego ha un’importanza marginale e circoscritta alla produzione di dolci tipici, come il castagnaccio, del Panmorone, del Montblanc e dei frutti secchi per l’utilizzo in cucina. Ancora diffusa è la destinazione dei semi di buon pregio al consumo diretto, concentrato nei mesi autunnali (le “caldarroste”, le collane di “castagne del prete”, ecc.) e alla produzione industriale di marmellate e marron glacé. Scarso l’impiego dei semi come alimento per gli animali domestici.
• tannini. Dalla corteccia e dal legno del castagno si estraggono tannini destinati all’industria conciaria. Tale impiego, nel nostro Paese, ha riscosso un particolare interesse nei primi decenni del XX secolo, in quanto l’industria del tannino ha fatto largo uso del castagno, ma dopo il 1940 ha perso importanza sia per la contrazione di questo settore sia per l’impiego, come materia prima, di legni di scarto.
• legno. Il legno di castagno è caratterizzato dalla formazione precoce del durame, per questa ragione presenta un alburno sottile. Il durame è bruno, mentre l’alburno è grigio chiaro. Strutturalmente è un legno eteroxilo con porosità anulare con tendenza a sfaldarsi in corrispondenza degli anelli (cipollatura). La precocità di formazione del durame rende possibile l’attuazione di turni di ceduazione alquanto brevi in funzione del tipo di prodotto richiesto dal mercato. La densità è di circa 1 tonnellata/m3 nel legno fresco e di 0,58 tonnellate/m3 per quello stagionato. Fra i suoi pregi spiccano la durevolezza e la resistenza all’umidità, per cui è adatto per l’impiego come legno strutturale, e la facilità di lavorazione, che lo rendono adatto ad essere utilizzato per vari scopi. Un tempo non lontano era utilizzato per la produzione di pali per il sostegno di linee elettriche e telefoniche; oggi come in passato trova impiego nella produzione di travi di sostegno e paleria (soprattutto in edilizia) assieme a quella dell’industria del mobile. E’ un legno semiduro, adatto anche per lavori di ebanisteria.
Castanicoltura: il “ceduo” è oggi la forma più comune di governo dei castagneti per la produzione di travi e assortimenti per usi agricoli. Nei nuovi impianti si tagliano le piantine dopo 2 o 3 anni mentre nei vecchi castagneti abbandonati si tagliano a raso le ceppaie. In entrambi i casi vengono emessi i polloni, sui quali si praticherà l’innesto 1 o più anni dopo. Il ceduo semplice si governa tagliando a raso tutte le ceppaie al termine del turno; pratica consentita negli impianti artificiali, mentre nei boschi i regolamenti ammettono la “matricinatura” che consiste nel lasciare, ad ogni taglio, un certo numero di piante, dette matricine, il cui compito è quello di consentire la rinnovazione. Dato che il castagno ha una buona capacità di rinnovazione l’intensità della matricinatura è inferiore a quella ordinaria, riducendosi a 40-60 matricine per ettaro.
La “fustaia” differisce dal ceduo per avere una minore densità di piante e un solo fusto per ogni ceppaia. Si ottiene per evoluzione dai cedui, prolungandone il turno e selezionando i fusti che presentano i requisiti. Rappresenta la forma tradizionale di governo dei castagneti da frutto, soprattutto nelle regioni settentrionali, mentre in molte zone dell’Italia meridionale ci si orientava verso il ceduo da frutto.
Le densità del castagneto, a regime, dipendono dal tipo di governo e dalle condizioni di fertilità del suolo. Nei cedui si adottano intensità molto variabili, da un minimo di 2-300 ceppaie a un massimo di oltre 1000 ceppaie per ettaro di superficie. Nelle fustaie si hanno invece densità dell’ordine di 100-200 piante per ettaro. La durata del turno dipende dalle finalità produttive. Per i castagneti da frutto si adottano turni piuttosto lunghi, poiché la produzione di regime ha inizio a 30-50 dall’innesto. Per i castagneti da legno si adottano invece turni variabili secondo il tipo di assortimento richiesto dal mercato. In passato si adottavano anche turni brevi di 6 anni, finalizzati a fornire assortimenti per usi che oggi sono di importanza trascurabile, come ad esempio il legno per intrecci. Gli orientamenti attuali si attestano su turni di 16-18 anni, in grado di fornire un’alta resa in assortimenti grossi e intermedi, per rispondere alle richieste del mercato. In condizioni ottimali di fertilità, come si verifica per esempio nei suoli di origine vulcanica e ricchi di sostanza organica, il ceduo di castagno offre le migliori prestazioni produttive, con ritmi di incremento della massa legnosa paragonabili a quelli delle essenze esotiche da legno. Dopo l’abbandono definitivo dei pali di castagno per le linee elettriche o telefoniche, il mercato ha indirizzato la domanda verso il legname da sega per l’industria del mobile e tale evoluzione porta all’abbandono della castanicoltura da legno nelle stazioni meno fertili e ad un prolungamento del turno di ceduazione, con una durata ottimale di circa 25 anni.
Miti, leggende, letteratura e modi di dire: le castagne erano soprannominate dai latini “ghiande di Zeus” (Iovis glandes) perché anche quest’albero, come altri, evocava il dio supremo, reggitore dell’universo, grazie al suo tronco corto ma possente e ai rami che si allargano in tutti i sensi rendendone la chioma imponente.
Il Castagno dei Cento Cavalli è citato in alcune poesie in sicilianoo in italiano. Il poeta ottocentesco siciliano Giuseppe Borrello (1820-1894) citò in una sua poesia la leggenda da cui deriverebbe il nome popolare dell'albero. La leggenda narra di una "regina Giovanna", la cui identità non è storicamente accertata (ma che altri identifica in Giovanna d’Aragona), che in occasione di un suo viaggio in Sicilia si riparò con il suo seguito composto di cento cavalieri sotto il castagno durante un temporale:
« Un pedi di castagna tantu grossu ca ccu li rami so' forma un paracqua sutta di cui si riparò di l'acqua, di fùrmini, e saitti la riggina Giuvanna ccu centu cavaleri, quannu ppi visitari Mungibeddu vinni surprisa di lu timpurali. D'allura si chiamò st'àrvulu situatu 'ntra 'na valli lu gran castagnu d'i centu cavalli.»
« Un piede di castagna tanto grosso che con i rami forma un ombrello sotto il quale si riparò dalla pioggia, dai fulmini e dalle saette la regina Giovanna con cento cavalieri quando per visitare Mongibello venne sorpresa dal temporale. Da allora si chiamò quest'albero situato entro una valle il gran castagno dei cento cavalli.»
« Un piede di castagna tanto grosso che con i rami forma un ombrello sotto il quale si riparò dalla pioggia, dai fulmini e dalle saette la regina Giovanna con cento cavalieri quando per visitare Mongibello venne sorpresa dal temporale. Da allora si chiamò quest'albero situato entro una valle il gran castagno dei cento cavalli.»
A quest’albero Giovanni Pascoli dedicò in Myricae (Il castagno, IX) una poesia (di cui si cita qui soltanto l’ultima parte), in lode del legno e dei frutti che hanno scaldato e sfamato generazioni di contadini e montanari:
Per te i tuguri sentono il tumulto
or del paiolo che inquieto oscilla;
per te la fiamma sotto quel singulto
crepita e brilla;
or del paiolo che inquieto oscilla;
per te la fiamma sotto quel singulto
crepita e brilla;
tu, pio castagno, solo tu, l’assai
doni al villano che non ha che il sole;
tu solo il chicco, il buon di più, tu dai
alla sua prole;
ha da te la sua bruna vaccherella
tiepido il letto e non desia la stoppia,
ha da te l’avo tremulo la bella
fiamma che scoppia.
tiepido il letto e non desia la stoppia,
ha da te l’avo tremulo la bella
fiamma che scoppia.
Scoppia con gioia stridula la scorza
de’ rami tuoi, co’ frutti tuoi la grata
pentola brontola. Il vento fa forza
nell’impannata.
de’ rami tuoi, co’ frutti tuoi la grata
pentola brontola. Il vento fa forza
nell’impannata.
Il valore nutritivo delle castagne era conosciuto fin dall’antichità. Plinio non mostrava di apprezzarlo molto, tanto è vero che scriveva: “Esse sono protette da una cupola irta di spine, ed è veramente strano che siano di così scarso valore dei frutti che la natura ha con tanto zelo occultato. […] Sono più buone da mangiare se tostate; vengono anche macinate e costituiscono una sorta di surrogato del pane durante il digiuno delle donne” [Gaio Plinio Secondo (il Vecchio), Naturalis historia, XV, 92]. Nonostante le sue riserve, erano consumate abbondantemente dai Romani, come testimoniano Columella e Apicio. Quest’ultimo offriva anche la ricetta di un piatto di castagne che poteva sostituire le lenticchie (Giuseppe Mantovano, La cucina italiana. Origini, storia e segreti, Roma 1987, pp.23-66). A sua volta Marziale, nell’elenco delle vivande servite all’amico Toranio, ricorda alla fine del pranzo “castagne a lento fuoco abbrustolite”, provenienti dalla “dotta Napoli”.
I naturalisti del Rinascimento, dal Mattioli al Durante, non mancavano di sottolineare i limiti delle castagne accanto ai pregi, fra cui quello sorprendente di essere afrodisiache. Scriveva il Durante: “Le castagne arrostite sotto la cenere, e mangiate con pepe, con sale, o con zuccaro, sono men dure a digerire [rispetto a quelle crude], meno stiticano il corpo, generano ventosità e fanno minor dolore di testa. Se si digeriscono danno notabile nutrimento, ma non però buono: e per essere molto ventose provocano al coito” (Castore Durante, Herbario novo, 1585, p.98).
Le castagne hanno ispirato alcuni modi di dire e proverbi, di cui il più frequente, “Prendere in castagna”, significa “cogliere in fallo qualcuno”. “Cavar le castagne dal fuoco con la zampa del gatto” allude a chi fa qualcosa a suo vantaggio esponendo altri al rischio. Fin dal Medioevo questi frutti sono stati considerati anche cibo per i morti, e come tali simbolicamente omologhi alle fave e ai ceci e venivano consumati, in molte parti della penisola, alla vigilia o il giorno della commemorazione dei morti, ma anche a San Martino (in Piemonte come a Venezia), tanto che un proverbio rammenta: “Oca, castagne e vino, tieni tutto per San Martino”. Anticamente, come testimonia l’Ariosto, la scorza di castagna indicava quella particolare tonalità del marrone: “Un destrier baio a scorza di castagna”. La “castagna” di un pugile può sconfiggere l’avversario; a meno che chi la possiede non si faccia “incastagnare”, cioè mettere in difficoltà. “Castagnola” è il termine che designa un piccolo petardo e, nell’Italia meridionale, come in Spagna, indica al plurale le nacchere con il loro suono secco che ricorderebbe quello di due castagne vivacemente percosse l’una contro l’altra.
Il “marrone” che è il frutto di una varietà di castagno,oltre ad aver dato il nome al celebre dolce, si è trasformato nell’aggettivo che indica quel particolare colore. Ha ispirato infine alcune locuzioni con significato negativo: “marronare” o “smarronare” indica il dire spropositi; la “marronata” è un clamoroso sproposito. Fare o commettere un “marrone”, oppure un “marrone madornale”, significa infine commettere un grosso errore dovuto a ignoranza o, meno frequentemente, a disattenzione.
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