(a cura di Giuseppe Laino)
Etimologia: l’epiteto del genere fagus è il nome che i latini [Cesio, Virgilio] hanno dato alla pianta e che trae origine dal sostantivo greco-dorico phāgós (greco classico phēgós), che stava ad indicare una particolare quercia i cui frutti erano edibili anche dall'uomo; l’epiteto specifico sylvatica deriva dal latino silvaticus = “di bosco” o “da bosco” [Varrone, Plinio] (con allusione all’habitat che la pianta crea o in cui vive).
Sinonimi: nessuno.
Nomi volgari: Faggio (italiano). Liguria: Fazu (Sarzana); Fou (Valle d'Arroscia); Foun (Rezzo); Fraza (Bardineto); Fò (Genova). Piemonte: Fò; Fais (Novara); Fau (Cuneo, Val S. Martino). Lombardia: Fagg, Faiso, Fò; Fagec, Faghei (Milano); Faza (Brescia). Veneto: Fagar, Fagas, Fagio, Faza, Fazar (Verona); Fagaro (Venezia); Fagher, Fagiaro (Vicenza); Fagher (Treviso). Friuli: Fajar, Fau, Vespul; Frain, Vespala (Carnia). Emilia-Romagna: Fagg, Fajo, Faz, Faza (Modena, Reggio). Toscana: Faggio. Marche: Fao. Lazio: Fajo (Roma). Abruzzi: Fagge, Faggiu, Faghe, Fago, Fagu, Fao, Faro, Fave, Favo. Campania: Faa, Faitiello, Faja, Faje (Avellino); Faja, Fajo (Terra di Lavoro). Basilicata: Fago. Calabria: Fagu; Foga (Reggio). Sicilia: Faggiu, Fagu, Favu; Fau (Etna).
Forma biologica e di crescita: fanerofita scaposa caducifoglia.
Tipo corologico: albero tipicamente europeo, è originario delle regioni centroeuropee a clima oceanico fresco e umido, presente a ovest dalla Spagna settentrionale fino al Mar Nero a est e a nord dalla Svezia meridionale (con popolazioni più rade in Norvegia) a sud alla Sicilia e a sud-est alla Turchia nord-occidentale dove si mescola con il Fagus sylvatica L. ssp. orientalis (Lipsky) Greuter & Burdet (vedi oltre).
Fenologia: fiore: IV-V, frutto: VII-VIII.
Sinonimi: nessuno.
Nomi volgari: Faggio (italiano). Liguria: Fazu (Sarzana); Fou (Valle d'Arroscia); Foun (Rezzo); Fraza (Bardineto); Fò (Genova). Piemonte: Fò; Fais (Novara); Fau (Cuneo, Val S. Martino). Lombardia: Fagg, Faiso, Fò; Fagec, Faghei (Milano); Faza (Brescia). Veneto: Fagar, Fagas, Fagio, Faza, Fazar (Verona); Fagaro (Venezia); Fagher, Fagiaro (Vicenza); Fagher (Treviso). Friuli: Fajar, Fau, Vespul; Frain, Vespala (Carnia). Emilia-Romagna: Fagg, Fajo, Faz, Faza (Modena, Reggio). Toscana: Faggio. Marche: Fao. Lazio: Fajo (Roma). Abruzzi: Fagge, Faggiu, Faghe, Fago, Fagu, Fao, Faro, Fave, Favo. Campania: Faa, Faitiello, Faja, Faje (Avellino); Faja, Fajo (Terra di Lavoro). Basilicata: Fago. Calabria: Fagu; Foga (Reggio). Sicilia: Faggiu, Fagu, Favu; Fau (Etna).
Forma biologica e di crescita: fanerofita scaposa caducifoglia.
Tipo corologico: albero tipicamente europeo, è originario delle regioni centroeuropee a clima oceanico fresco e umido, presente a ovest dalla Spagna settentrionale fino al Mar Nero a est e a nord dalla Svezia meridionale (con popolazioni più rade in Norvegia) a sud alla Sicilia e a sud-est alla Turchia nord-occidentale dove si mescola con il Fagus sylvatica L. ssp. orientalis (Lipsky) Greuter & Burdet (vedi oltre).
Fenologia: fiore: IV-V, frutto: VII-VIII.
Limiti altitudinali: da 600 a 1200 m di quota sulle Alpi, da 1000 a 1700 m sull’Appennino, fra i 1100 e i 2000 m al sud, ma talvolta può scendere a quote più basse (300 m).
Abbondanza relativa e distribuzione geografica in Italia: nel nostro Paese in linea di massima è presente su tutti i principali rilievi alle altitudini proprie della fascia atlantica (vedi sopra), ad esclusione della Sardegna dove, in aree limitate, si sta naturalizzando; talvolta si estende a bassa quota, fino a 300 m nel Luinese (Varese) dove le condizioni generali del clima corrispondono in buona parte alle esigenze della specie. Nell’area appenninica il faggio domina a determinate quote e caratterizza un intero piano di vegetazione, mentre sulle Alpi, per effetto dell’azione antropica esso ha dovuto cedere terreno alle conifere presenti nel piano immediatamente superiore.
Di splendide faggete sui nostri monti se ne incontrano parecchie, tuttavia non sono sempre di rilevante estensione; la più celebre, bella e maestosa faggeta presente sul territorio nazionale, è quella di Soriano nel Cimino (Viterbo) che si trova sulla cima del Monte Cimino (1.053 m di quota). I boschi del Cansiglio, che comprendono anche aspetti ad abete rosso (Picea abies (L.) Karst.) e abete bianco (Abies alba Mill.), sono giustamente fra i più famosi, come pure la foresta di Valparma nell’Appennino Tosco-emiliano, e il complesso delle Foreste Casentinesi, con abete bianco, dove si trova la famosa riserva integrale di Sasso Fratino; infine è da ricordare la Foresta Umbra nel Gargano, spettacolarmente contrastante con la calda vegetazione mediterranea della costa sottostante.
Di splendide faggete sui nostri monti se ne incontrano parecchie, tuttavia non sono sempre di rilevante estensione; la più celebre, bella e maestosa faggeta presente sul territorio nazionale, è quella di Soriano nel Cimino (Viterbo) che si trova sulla cima del Monte Cimino (1.053 m di quota). I boschi del Cansiglio, che comprendono anche aspetti ad abete rosso (Picea abies (L.) Karst.) e abete bianco (Abies alba Mill.), sono giustamente fra i più famosi, come pure la foresta di Valparma nell’Appennino Tosco-emiliano, e il complesso delle Foreste Casentinesi, con abete bianco, dove si trova la famosa riserva integrale di Sasso Fratino; infine è da ricordare la Foresta Umbra nel Gargano, spettacolarmente contrastante con la calda vegetazione mediterranea della costa sottostante.
Habitus: albero alto da 15 a 40 m che talvolta raggiunge altezze superiori, con chioma larga e cupolare, tronco diritto, cilindrico da giovane, largamente scanalato da vecchio, rivestito da corteccia grigio cenere chiaro, sottile, che si presenta caratteristicamente liscia e lucente; rami in palchi regolarmente e fittamente sovrapposti, di norma orizzontali o un po’ inclinati verso l’alto, i giovani glabri o quasi.
Foglie: caduche, alterne, subcoriacee, con picciolo allungato (10-20 mm), lunghe 10-15 cm, a margine involuto sulla pagina superiore; da giovani per lo più pubescenti, arrossate, da adulte glabre e verde lucido sulla pagina superiore, verde più chiaro, opache, e sparse di peli stellati sulla pagina inferiore, con nervi secondari diritti e paralleli, a contorno ovato ellittiche, sinuato lobato, a lobi arrotondati interi o a loro volta subulati e base tronca o subcordata.
Fiore: infiorescenze in amenti fiorali unisessuali, penduli, con asse pubescente, i maschili in glomeruli allungati con fiori non stipati. Fiori maschili all’ascella di piccole brattee lanceolate, con perigonio di 5-9 tepali lanceolati, giallastri, ciliati, ed androceo di almeno 8 stami, con filamento sottile e libero, antere pressoché basifisse, biloculari e deiscenti per il lungo. Amenti femminili all’ascella delle foglie dei rami giovani, con asse filiforme e pochi fiori (1-2) bratteolati, pressoché globosi, circondati da squame bratteali connate con il ricettacolo in modo da assumere l’aspetto di una gemma; perigonio piccolo, ad elementi squamiformi, denticolati, ovario infero, triloculare almeno incompletamente, per setti che ne occupano la parte inferiore e con due ovuli per loggia. Stili in numero di 3-4, con stimmi purpurei e faccia interna scanalata. Squame embriciate, che circondano il fiore, accrescenti e lignificate durante la maturazione e formanti la piccola coppa verdastra (cupola) che circonda alla base il frutto.
Frutto: detto “fagiola”, è la versione non pungente del riccio di castagno; è un frutto composto (trimoso) di aspetto simile a una capsula legnosa, spinosa, di forma ovoidale triangolare, lunga circa 2 cm, e che si apre in quattro valve (le brattee superiori dell’infiorescenza) contenente i semi.
Semi: 1-2 frutticini (a volte nella cupola è presente un unico achenio per aborto di uno dei due fiori) simili ad acheni a 3 spigoli, oblunghi, con le facce concave, di grandezza assai variabile, bruno lucenti, commestibili.
Polline: granuli pollinici monadi, radiosimmetrici, isopolari; perimetro in visione polare: subcircolari, in visione equatoriale: circolari 57%, subcircolari 40%, ovali 3%; forma: suboblati 3%, oblato sferoidali 90%, prolato sferoidali 7%; trizonocolporati; aperture: ora: con annulus, colpi: stretti, ad apici acuti, con margo, membrana con granula; esina: tectata, scabrata. Al SEM le scabrae evidenziano rugulae sovratectali; dimensioni: asse polare 45 (42) 34 mµ, asse equatoriale 47 (44) 36. L’impollinazione è entomofila.
Foglie: caduche, alterne, subcoriacee, con picciolo allungato (10-20 mm), lunghe 10-15 cm, a margine involuto sulla pagina superiore; da giovani per lo più pubescenti, arrossate, da adulte glabre e verde lucido sulla pagina superiore, verde più chiaro, opache, e sparse di peli stellati sulla pagina inferiore, con nervi secondari diritti e paralleli, a contorno ovato ellittiche, sinuato lobato, a lobi arrotondati interi o a loro volta subulati e base tronca o subcordata.
Fiore: infiorescenze in amenti fiorali unisessuali, penduli, con asse pubescente, i maschili in glomeruli allungati con fiori non stipati. Fiori maschili all’ascella di piccole brattee lanceolate, con perigonio di 5-9 tepali lanceolati, giallastri, ciliati, ed androceo di almeno 8 stami, con filamento sottile e libero, antere pressoché basifisse, biloculari e deiscenti per il lungo. Amenti femminili all’ascella delle foglie dei rami giovani, con asse filiforme e pochi fiori (1-2) bratteolati, pressoché globosi, circondati da squame bratteali connate con il ricettacolo in modo da assumere l’aspetto di una gemma; perigonio piccolo, ad elementi squamiformi, denticolati, ovario infero, triloculare almeno incompletamente, per setti che ne occupano la parte inferiore e con due ovuli per loggia. Stili in numero di 3-4, con stimmi purpurei e faccia interna scanalata. Squame embriciate, che circondano il fiore, accrescenti e lignificate durante la maturazione e formanti la piccola coppa verdastra (cupola) che circonda alla base il frutto.
Frutto: detto “fagiola”, è la versione non pungente del riccio di castagno; è un frutto composto (trimoso) di aspetto simile a una capsula legnosa, spinosa, di forma ovoidale triangolare, lunga circa 2 cm, e che si apre in quattro valve (le brattee superiori dell’infiorescenza) contenente i semi.
Semi: 1-2 frutticini (a volte nella cupola è presente un unico achenio per aborto di uno dei due fiori) simili ad acheni a 3 spigoli, oblunghi, con le facce concave, di grandezza assai variabile, bruno lucenti, commestibili.
Polline: granuli pollinici monadi, radiosimmetrici, isopolari; perimetro in visione polare: subcircolari, in visione equatoriale: circolari 57%, subcircolari 40%, ovali 3%; forma: suboblati 3%, oblato sferoidali 90%, prolato sferoidali 7%; trizonocolporati; aperture: ora: con annulus, colpi: stretti, ad apici acuti, con margo, membrana con granula; esina: tectata, scabrata. Al SEM le scabrae evidenziano rugulae sovratectali; dimensioni: asse polare 45 (42) 34 mµ, asse equatoriale 47 (44) 36. L’impollinazione è entomofila.
Numero cromosomico: 2n = 24.
Sottospecie e/o varietà: in natura se ne distinguono due sottospecie: la nominale qui descritta (ssp sylvatica) occupa la parte occidentale dell’areale, mentre la sottospecie Fagus sylvatica L. ssp. orientalis (Lipsky) Greuter & Burdet sostituisce la prima dalla Grecia centrale alla Russia sudorientale. In coltivazione, tra le varietà ornamentali più note sono da annoverare: Fagus sylvatica L. var. pendula Lodd. (faggio coltivato a rami penduli), dal portamento maestoso, con lunghi rami ricadenti e foglie dai riflessi iridescenti, rosso brillante o macchiettate di bianco e marginate di rosso; Fagus sylvatica L. f. purpurea (Aiton) C. Schneider (faggio a foglie purpuree), con foglie rosso vinoso; Fagus sylvatica L. cv. atropurpurea (faggio coltivato a foglie rosse), con foglie porpora nerastro; Fagus sylvatica L. cv. laciniata o heterophylla (faggio dentato), a foglie profondamente lobate e talvolta colorate; Fagus sylvatica L. cv. Asplenifolia (faggio laciniato) quasi irriconoscibile per le foglie con lamina poco espansa, elegantemente e profondamente incise in lacinie simili a quelle delle felci. Fagus sylvatica L. cv. Fastigiata con portamento stretto e colonnare; Fagus sylvatica L. cv. tricolor con foglie rossastre bordate ai margini con linee rosa e bianco giallastre. Queste varietà, soprattutto purpurea e tricolor, che assumono un aspetto cespuglioso per la fitta ramificazione che parte dalla porzione basale, sono più tolleranti ed adattabili alle zone pianeggianti, per questo sono maggiormente utilizzate nei parchi e nei giardini urbani.
Habitat ed ecologia: il faggio è una specie oceanofila, predilige cioè le zone a bassa escursione termica, dove l’estate è fresca e umida e l’inverno freddo ma non gelido. Per tale ragione forma spesso foreste pure nel settore occidentale del Centroeuropa e nella cosiddetta fascia montana o subatlantica dei rilievi. E’ di temperamento "igrofilo", cioè gradisce l’umidità atmosferica (ma non quella nel terreno). Vegeta egualmente bene tanto sui suoli calcarei quanto su quelli silicei purché questi ultimi non siano eccessivamente acidi. La faggeta è una foresta molto caratteristica per i minimi livelli di luce che si raggiungono al suolo (pianta sciafila). La copertura delle chiome arboree è così fitta e spessa da schermare quasi completamente tutta la radiazione solare incidente, determinando condizioni di buio molto selettive per la vegetazione degli strati inferiori. Per questo motivo la vegetazione della faggeta è particolarmente povera, riducendosi in media a 15-20 specie e il sottobosco è in apparenza inesistente. La lettiera appare generalmente spessa e soffice e nel sottostante humus si sviluppa una ricca flora fungina i cui rappresentanti in gran parte sono simbionti del faggio.
Syntaxon (syntaxa) di riferimento: Querco-Fagetea
Life-strategy (sensu Grime & Co.): Competitive (C).
IUCN: N.A.
Farmacopea: l’importanza medicinale del faggio è dovuta alla produzione di creosoto, mescolanza di composti fenolici e soprattutto di guaiacolo e di creosolo, che si ottiene per distillazione frazionata del catrame del legno ed è un liquido oleoso, limpido, incoloro appena preparato ed imbrunente poi all’aria, molto rifrangente, di odore acuto e caratteristico, e di sapore caustico aromatico. Ha azione balsamica ed antisettica per le vie aeree ed il suo uso è quindi indicato nella cura delle affezioni infiammatorie croniche, di carattere torpido, tubercolari o no, dell’apparato respiratorio, mentre può dare inconvenienti nelle forme febbrili acute e congestizie e nei soggetti artritici, arteriosclerotici o deperiti per vecchiaia o malattia, od affetti da lesioni renali. L’uso prolungato e le dosi elevate di creosoto determinano però ipotermia, accompagnata da brividi e diminuzione della produzione dell’orina che assume un colore bruno per influenza dei composti fenolici. Può essere somministrato in preparazioni per via rettale (supposte o clisteri), per via orale (pozioni mucillaginose o in capsule). Il creosoto si usa anche come disinfettante ed analgesico locale nelle affezioni delle cavità dell’organismo aperte all’esterno e della cute; nelle metriti, quindi, nella carie dentaria e nella cura del lupus.
La corteccia, secondo qualche autore, potrebbe essere usata come succedaneo della china.
Nella pratica erboristica la droga del faggio è costituita dalla corteccia, cui vengono riconosciute proprietà astringenti e febbrifughe utili in particolare nel caso di febbri intermittenti. Un’altra applicazione medicinale del faggio è quella legata alle proprietà del carbone che si può ottenere dal suo legno; esso ha proprietà antiacide e assorbenti delle tossine intestinali.
Usi: il creosoto è stato usato largamente anche come conservante del legno, per esempio nelle traversine ferroviarie; ma la Comunità Europea ne ha vietato l’utilizzo, nel 2001, poiché presenta un significativo rischio di insorgenza di tumori.
Dal seme del faggio si estrae un olio pallido (ne contiene un’alta percentuale), trasparente, di sapore dolciastro, che può sostituire quello di oliva. In passato se ne è tentata la produzione per usi commerciali ma che è risultata economicamente poco conveniente. Viene comunque impiegato per illuminazione o per la fabbricazione di saponi.
IUCN: N.A.
Farmacopea: l’importanza medicinale del faggio è dovuta alla produzione di creosoto, mescolanza di composti fenolici e soprattutto di guaiacolo e di creosolo, che si ottiene per distillazione frazionata del catrame del legno ed è un liquido oleoso, limpido, incoloro appena preparato ed imbrunente poi all’aria, molto rifrangente, di odore acuto e caratteristico, e di sapore caustico aromatico. Ha azione balsamica ed antisettica per le vie aeree ed il suo uso è quindi indicato nella cura delle affezioni infiammatorie croniche, di carattere torpido, tubercolari o no, dell’apparato respiratorio, mentre può dare inconvenienti nelle forme febbrili acute e congestizie e nei soggetti artritici, arteriosclerotici o deperiti per vecchiaia o malattia, od affetti da lesioni renali. L’uso prolungato e le dosi elevate di creosoto determinano però ipotermia, accompagnata da brividi e diminuzione della produzione dell’orina che assume un colore bruno per influenza dei composti fenolici. Può essere somministrato in preparazioni per via rettale (supposte o clisteri), per via orale (pozioni mucillaginose o in capsule). Il creosoto si usa anche come disinfettante ed analgesico locale nelle affezioni delle cavità dell’organismo aperte all’esterno e della cute; nelle metriti, quindi, nella carie dentaria e nella cura del lupus.
La corteccia, secondo qualche autore, potrebbe essere usata come succedaneo della china.
Nella pratica erboristica la droga del faggio è costituita dalla corteccia, cui vengono riconosciute proprietà astringenti e febbrifughe utili in particolare nel caso di febbri intermittenti. Un’altra applicazione medicinale del faggio è quella legata alle proprietà del carbone che si può ottenere dal suo legno; esso ha proprietà antiacide e assorbenti delle tossine intestinali.
Usi: il creosoto è stato usato largamente anche come conservante del legno, per esempio nelle traversine ferroviarie; ma la Comunità Europea ne ha vietato l’utilizzo, nel 2001, poiché presenta un significativo rischio di insorgenza di tumori.
Dal seme del faggio si estrae un olio pallido (ne contiene un’alta percentuale), trasparente, di sapore dolciastro, che può sostituire quello di oliva. In passato se ne è tentata la produzione per usi commerciali ma che è risultata economicamente poco conveniente. Viene comunque impiegato per illuminazione o per la fabbricazione di saponi.
Il faggio viene coltivato in boschi cedui per la produzione di legna da ardere, tuttavia negli ultimi anni si è avuta una conversione da ceduo a fustaia per soddisfare l'interesse commerciale. Nelle coltivazioni a fustaia si effettuano tagli ogni 90-100 anni, dai quali si ricavano 400-500 metri cubi di legname a taglio. E il legno è il principale prodotto del faggio; di color bianco-rosato, piuttosto duro e compatto, è largamente impiegato (lo è stato specialmente in passato) in lavori di costruzione e di falegnameria, per lavori al tornio, rivestimenti, compensati, botti, zoccoli, manici di attrezzi. Piuttosto leggero, non è della migliore qualità, anche perché facilmente aggredibile dai tarli. Però si presta a essere curvato a vapore e si adopera per fabbricare sedie e mobili.
E’ un ottimo combustibile e ne viene anche prodotto carbone. Viene usato pure per l'affumicazione di pesci e insaccati. I semi vengono utilizzati come mangime per suini e bovini. Il substrato dei faggi è ricchissimo di humus ragione per cui molti fioristi ed agricoltori lo usano come fertilizzante.
In cosmesi dall’estratto di gemme di faggio si ottiene la gatulina, una sostanza che entra in svariati prodotti cosmetici e alla quale è riconosciuta un’azione ossigenante per i tessuti della pelle, valida a mantenerne l’elasticità e a ridurre il processo di invecchiamento.
In cucina, le foglie di faggio bollite sono un succedaneo di quelle del cavolo senza però dare odore e con esse si possono fare ottimi risotti. Le gemme bollite in aceto possono essere conservate sott’olio.
I semi possono essere mangiati crudi o leggermente tostati. Possono essere anche usati come un surrogato del caffè. La prudenza, tuttavia, sconsiglia un intenso uso alimentare del frutto, specie crudo, vista la presenza di saponine e tiaminasi e di un alcaloide, la fagina, la cui assunzione presenta un certo grado di tossicità, soprattutto per i bambini
Avversità: i parassiti più diffusi del faggio, specie nelle varietà coltivate, sono: gli afidi, specie la Phyllaphis fagi che imbratta la vegetazione con la melata prodotta unitamente a ciuffi cerosi bianchi; lepidotteri cossidi (Cossus cossus, Zeuzera pyrina) che scavano gallerie nel legno; coleotteri cerambicidi (Cerambyx scopolii e morimus) che scavano gallerie negli organi legnosi provocando disseccamenti agli stessi; Orchestes fagi (coleottero curculionide) le cui larve minano le foglie; Rhynchaenus fagi (coleottero) o punteruolo che produce erosioni sulle foglie; cicalina (Typhlocyba cruenta) che provoca decolorazioni fogliari; lepidotteri defogliatori come Lymantria dispar, Euproctis chrysorrhoea e Hypantria cunea; cocciniglie come Diaspis pentagona, Pulvinaria sp e Eleucanium sp le cui colonie infestano la vegetazione. In certi casi possono comparire infestazioni fogliari di acari tetranichidi e/o eriofidi (Aceria stenaspis e Aceria nervisequa).
Inoltre attaccano la pianta gli agenti di malattia (funghi, batteri ed entità infettive): mal bianco provocato dal fungo Microsphaera alphitoides; cancri sugli organi legnosi provocati dal fungo Nectria sp; marciumi radicali determinati dal fungo Armillaria mellea; antracnosi fogliare da Gloeosporium fagi (necrosi fogliari); carie del legno causata da diversi funghi lignicoli (Fomes, Ganoderma, Stereum, Polyporus ecc).
Infine sono da ricordare i deperimenti fisiologici provocati da condizioni asfittiche e di ristagno di acqua nella rizosfera e i danni da inquinamento atmosferico cui il faggio è abbastanza sensibile (vapori cloridrici e anidride solforosa).
Miti e leggende: il faggio è un albero che ha stimolato la fantasia popolare. In Liguria, dal colle del Melogno fino a Calizzano, ci si addentra in una faggeta con le piante che fiancheggiano la strada, in uno scenario cangiante, a seconda delle stagioni. In estate i rami, partendo dai bei tronchi, si intrecciano a formare fittissime cupole tanto che i raggi del sole non riescono a penetrarle, dando origine ad una frescura e un’ombra davvero uniche, sotto le quali non esiste traccia di vegetazione. Gli anziani del luogo raccontano che una volta le streghe vi danzavano, calpestando talmente il suolo da renderlo sterile e ostile perfino all'erba.
A Roma la sommità occidentale dell’Esquilino, oggi corrispondente alla zona in cui sorge San Pietro in Vincoli, era chiamata Fagutal, per un bosco sacro di faggi consacrato a Juppiter fagutalis. All’epoca di Plinio esisteva ancora un tempio dedicato a Juppiter fagutalis di fianco a un faggio sacro: sicché è possibile che il culto del faggio, dedicato al dio supremo, sia poi stato eclissato da quello della quercia, divenuta l’albero di Giove.
In Lorena e nelle Ardenne lussemburghesi si credeva che non venisse mai colpito dal fulmine. Nel XVII e nel XVIII secolo, in un territorio che comprendeva la Francia orientale, la Svizzera e la Baviera, l’apparizione di faggi dalle foglie porporine suscitava una grande emozione perché simboleggiava il biasimo divino per un delitto, oppure annunciava battaglie cruente. Nella foresta di Verzy, in Francia, inquietava la presenza di alcuni faggi mostruosi il cui tronco insieme con i rami più bassi formava ammassi confusi e contorti, quasi boschetti di streghe. Pare che le malformazioni fossero dovute a una mutazione provocata dalla caduta di un meteorite radioattivo nei primi secoli della nostra era. I faggi mostruosi sono già citati in un cartulario dell’abbazia di Saint-Basle del VI secolo.
L’aura divina che circonda quest’albero è testimoniata anche da una leggenda dei Pirenei francesi. Un giorno il buon Dio, passando accanto a un uomo che stava bestemmiando, lo punì trasformandolo in un orso che poteva salire su tutti gli alberi tranne il faggio.
Una leggenda riferita da Anatole Le Braz (La légende de la Mort chez les Brétons armoricains, Paris 1922, t. 2, pp. 46-55), attesta una credenza tipica della Francia settentrionale e soprattutto della Bretagna, dove si dice che alcuni alberi siano abitati da anime che devono espiare una pena. Una notte un contadino di nome Hervé Mingam udì presso la sua capanna un insolito frusciare di fogliame. Alzò gli occhi e nell’oscurità riconobbe dal bianco argenteo della corteccia che quel fruscio era prodotto da due faggi: si ergevano l’uno di fronte all’altro e parevano abbracciarsi con i loro rami. Incuriosito, cominciò ad ascoltare con attenzione fino a quando percepì il sussurro di due voci umane: quale non fu la sua meraviglia quando si accorse che erano quelle dei suoi genitori defunti che si lamentavano per il freddo. Dopo qualche tempo, infreddolito a sua volta, dovette rientrare in casa. Mentre si assopiva udì quegli alberi camminare pesantemente intorno alla capanna: poi l’uscio cigolò e i faggi, ripresa forma umana, vennero a scaldarsi al focolare. Conversando con loro, Hervé seppe che stavano scontando una penitenza perché in vita si erano dimostrati poco caritatevoli con i poveri. Il giorno seguente Hervé e la moglie fecero un’offerta per i bisognosi chiedendo che fossero celebrate due messe in chiesa: da allora i due faggi non si lamentarono più.
Bibliografia:
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www.dryades.eu
In cosmesi dall’estratto di gemme di faggio si ottiene la gatulina, una sostanza che entra in svariati prodotti cosmetici e alla quale è riconosciuta un’azione ossigenante per i tessuti della pelle, valida a mantenerne l’elasticità e a ridurre il processo di invecchiamento.
In cucina, le foglie di faggio bollite sono un succedaneo di quelle del cavolo senza però dare odore e con esse si possono fare ottimi risotti. Le gemme bollite in aceto possono essere conservate sott’olio.
I semi possono essere mangiati crudi o leggermente tostati. Possono essere anche usati come un surrogato del caffè. La prudenza, tuttavia, sconsiglia un intenso uso alimentare del frutto, specie crudo, vista la presenza di saponine e tiaminasi e di un alcaloide, la fagina, la cui assunzione presenta un certo grado di tossicità, soprattutto per i bambini
Avversità: i parassiti più diffusi del faggio, specie nelle varietà coltivate, sono: gli afidi, specie la Phyllaphis fagi che imbratta la vegetazione con la melata prodotta unitamente a ciuffi cerosi bianchi; lepidotteri cossidi (Cossus cossus, Zeuzera pyrina) che scavano gallerie nel legno; coleotteri cerambicidi (Cerambyx scopolii e morimus) che scavano gallerie negli organi legnosi provocando disseccamenti agli stessi; Orchestes fagi (coleottero curculionide) le cui larve minano le foglie; Rhynchaenus fagi (coleottero) o punteruolo che produce erosioni sulle foglie; cicalina (Typhlocyba cruenta) che provoca decolorazioni fogliari; lepidotteri defogliatori come Lymantria dispar, Euproctis chrysorrhoea e Hypantria cunea; cocciniglie come Diaspis pentagona, Pulvinaria sp e Eleucanium sp le cui colonie infestano la vegetazione. In certi casi possono comparire infestazioni fogliari di acari tetranichidi e/o eriofidi (Aceria stenaspis e Aceria nervisequa).
Inoltre attaccano la pianta gli agenti di malattia (funghi, batteri ed entità infettive): mal bianco provocato dal fungo Microsphaera alphitoides; cancri sugli organi legnosi provocati dal fungo Nectria sp; marciumi radicali determinati dal fungo Armillaria mellea; antracnosi fogliare da Gloeosporium fagi (necrosi fogliari); carie del legno causata da diversi funghi lignicoli (Fomes, Ganoderma, Stereum, Polyporus ecc).
Infine sono da ricordare i deperimenti fisiologici provocati da condizioni asfittiche e di ristagno di acqua nella rizosfera e i danni da inquinamento atmosferico cui il faggio è abbastanza sensibile (vapori cloridrici e anidride solforosa).
Miti e leggende: il faggio è un albero che ha stimolato la fantasia popolare. In Liguria, dal colle del Melogno fino a Calizzano, ci si addentra in una faggeta con le piante che fiancheggiano la strada, in uno scenario cangiante, a seconda delle stagioni. In estate i rami, partendo dai bei tronchi, si intrecciano a formare fittissime cupole tanto che i raggi del sole non riescono a penetrarle, dando origine ad una frescura e un’ombra davvero uniche, sotto le quali non esiste traccia di vegetazione. Gli anziani del luogo raccontano che una volta le streghe vi danzavano, calpestando talmente il suolo da renderlo sterile e ostile perfino all'erba.
A Roma la sommità occidentale dell’Esquilino, oggi corrispondente alla zona in cui sorge San Pietro in Vincoli, era chiamata Fagutal, per un bosco sacro di faggi consacrato a Juppiter fagutalis. All’epoca di Plinio esisteva ancora un tempio dedicato a Juppiter fagutalis di fianco a un faggio sacro: sicché è possibile che il culto del faggio, dedicato al dio supremo, sia poi stato eclissato da quello della quercia, divenuta l’albero di Giove.
In Lorena e nelle Ardenne lussemburghesi si credeva che non venisse mai colpito dal fulmine. Nel XVII e nel XVIII secolo, in un territorio che comprendeva la Francia orientale, la Svizzera e la Baviera, l’apparizione di faggi dalle foglie porporine suscitava una grande emozione perché simboleggiava il biasimo divino per un delitto, oppure annunciava battaglie cruente. Nella foresta di Verzy, in Francia, inquietava la presenza di alcuni faggi mostruosi il cui tronco insieme con i rami più bassi formava ammassi confusi e contorti, quasi boschetti di streghe. Pare che le malformazioni fossero dovute a una mutazione provocata dalla caduta di un meteorite radioattivo nei primi secoli della nostra era. I faggi mostruosi sono già citati in un cartulario dell’abbazia di Saint-Basle del VI secolo.
L’aura divina che circonda quest’albero è testimoniata anche da una leggenda dei Pirenei francesi. Un giorno il buon Dio, passando accanto a un uomo che stava bestemmiando, lo punì trasformandolo in un orso che poteva salire su tutti gli alberi tranne il faggio.
Una leggenda riferita da Anatole Le Braz (La légende de la Mort chez les Brétons armoricains, Paris 1922, t. 2, pp. 46-55), attesta una credenza tipica della Francia settentrionale e soprattutto della Bretagna, dove si dice che alcuni alberi siano abitati da anime che devono espiare una pena. Una notte un contadino di nome Hervé Mingam udì presso la sua capanna un insolito frusciare di fogliame. Alzò gli occhi e nell’oscurità riconobbe dal bianco argenteo della corteccia che quel fruscio era prodotto da due faggi: si ergevano l’uno di fronte all’altro e parevano abbracciarsi con i loro rami. Incuriosito, cominciò ad ascoltare con attenzione fino a quando percepì il sussurro di due voci umane: quale non fu la sua meraviglia quando si accorse che erano quelle dei suoi genitori defunti che si lamentavano per il freddo. Dopo qualche tempo, infreddolito a sua volta, dovette rientrare in casa. Mentre si assopiva udì quegli alberi camminare pesantemente intorno alla capanna: poi l’uscio cigolò e i faggi, ripresa forma umana, vennero a scaldarsi al focolare. Conversando con loro, Hervé seppe che stavano scontando una penitenza perché in vita si erano dimostrati poco caritatevoli con i poveri. Il giorno seguente Hervé e la moglie fecero un’offerta per i bisognosi chiedendo che fossero celebrate due messe in chiesa: da allora i due faggi non si lamentarono più.
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