Quercus ilex L.

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Fagaceae - Quercus ilex L.; Pignatti 1982: n. 195; Quercus ilex L.
Plant List: accettato
Famiglia, nome latino per esteso Quercus ilex L.
(a cura di Giuseppe Laino)

Etimologia: l’epiteto del genere quercus, -us, f. = “quercia” [Ennio, Cicerone, Virgilio et al.] è rimasto quello che i Latini utilizzavano per altre specie; secondo un’ipotesi è un nome di origine celtica formato da due parole, kaer quer = “bell’albero” col significato di albero per eccellenza. L’epiteto specifico ilex (che in celtico significa “punta”) nell’antichità classica indicava il Leccio [Virgilio et al.]; sembra che il nome sia poi stato trasposto in quello generico per l’Agrifoglio (Ilex aquifolium L.) suggerito a Tournefort dalla rassomiglianza delle foglie delle due specie.
Sinonimi: Quercus avellaniformis Colmeiro & Boutelou, Quercus avellaeformis Colmeiro & Boutelou, Quercus calicina Poir., Quercus cookii Loudon, Quercus expansa Poir., Quercus gracilis Lange, Quercus gramuntia L., Quercus sempervirens Mill., Quercus smilax L.
Nomi volgari: Leccio, Elce, Quercia leccio (italiano). Liguria: Euse; Eixu (Campegli); Erexu (San Remo); Erixu (Pigna); Erizì (Camporosso); Ersu, Erzu (Porto Maurizio); Erxu (Genova); Exie (S. Vittoria di Libiola); Lissa (Levanto, Sarzana). Piemonte: Rol; Roul d' riviera (Cuneo). Lombardia: Elcio, Eles, Less (Brescia); Luzzin (Como); Ruer (Bergamo). Veneto: Elise; Elese, Elice, Leza, Lezza, Velso (Verona). Friuli: Elis. Emilia-Romagna: Lezz (Romagna). Toscana: Delcio, Elice, Elicio, Leccio; Leccia (Livorno). Umbria: Lecino, Lecio, Licino (Perugia). Marche: Elce; Leccino (Ascoli). Lazio: Elce, Leccio, Lecino, Lucino (Roma). Abruzzi: Algina, Elgine, Lecina, Licine; Alazzo (Teramo); Elece (Campobasso); Ilice, Ischio (Chieti). Campania: Aria; Alezzo, Lezza, Licina (Napoli); Alezzo, Elece, Elicina (Avellino); Cerza, Ilice (Ischia); Licino, Lucina (Terra di Lavoro). Puglia: Alizza, Lezze (Otranto). Basilicata: Alezza (Potenza). Calabria: Arju, Ilici; Aria (Bova); Aria (Cosenza); Elico, Glice (Reggio). Sicilia: Ilici; Cerza ilici (Etna). Sardegna: Eliche, Elighe, Elizi, Ilighe, Ilixi.
Forma biologica e di crescita: fanerofita scaposa sempreverde, particolarità quest’ultima, che tra le congeneri, condivide soltanto con la Sughera (Quercus suber L.) e con il Fragno (Quercus trojana Webb.).
Tipo corologico: steno-mediterraneo. La ssp ilex è distribuita nella fascia nord del suo areale, dalla parte settentrionale della Penisola Iberica all’est della Francia e attraverso l’Italia fino alla Grecia.
Fenologia: fiore: III-VI, frutto: X, diaspora: X-XI.
Limiti altitudinali: dal livello del mare fino a 600 m di altitudine nel settentrione della nostra penisola. Sull’Appennino si spinge fino a quote di 1500 m, per raggiungere i 1800 m di altitudine in Sicilia..
Abbondanza relativa e distribuzione geografica in Italia: nel nostro Paese la specie è presente in quasi tutto il territorio continentale (ad esclusione della Valle d’Aosta); al nord è presente fino alle Prealpi, sporadica nella Pianura Padana, mentre è assai diffusa nelle isole e lungo le coste addentrandosi spesso verso l'interno. Nelle zone planiziali lungo i litorali, dove un tempo la lecceta dominava incontrastata, attualmente non v'è traccia di questa pianta se non in forma residuale poiché essa ha dovuto cedere il posto alle colture agrarie. La lecceta si ritrova soprattutto lungo i ripidi versanti dei monti.
Belle leccete si trovano in Sardegna, sull’altopiano del Supramonte di Orgosolo, nel Nuorese, dove il Leccio si associa a tassi e ginepri secolari e più a sudest, verso la costa orientale dell’isola, nel territorio di Baunei, si trova il Bosco di Biriola che è una lecceta pura a strapiombo sul mare. Nei pressi di Assisi, sul monte Subasio, si trova una lecceta secolare e fittissima che circonda l’Eremo delle Carceri, luogo dove usava ritirarsi San Francesco.
Habitus: albero a crescita lenta, molto longevo (il suo ciclo vitale può raggiungere e superare i 1000 anni), il più delle volte con portamento arboreo (raramente arbustivo o cespuglioso), alto 25-30 m, con chioma di un verde molto scuro, densa, globosa e largamente espansa, di spettacolare effetto negli esemplari monumentali (vedi oltre). Il tronco diritto e robusto presenta negli esemplari maturi una scorza rugosa grigio brunastra, finemente screpolata in placchette subrettangolari; negli esemplari giovani è liscia e grigiastra. I rami, di un colore cenerino-pubescenti fino al secondo anno, diventano poi glabri e più scuri. L’apparato radicale è fittonante nei primissimi anni di vita, si approfondisce nel terreno sino a oltre 10 m per ramificare lateralmente con l’età, divenendo imponente e tale da consentire alla pianta di sopravvivere anche in ambienti estremi quali suoli rocciosi o pareti verticali. Le gemme sono piccole, globoso-ovoidali, poco numerose, pelose.
Foglie: le foglie persistenti, semplici, alterne, verde scuro, glabre e lucenti nella pagina superiore, più chiare e tomentose nella pagina inferiore per la presenza di peli stellati, sono di consistenza coriacea, percorse da nervature rilevate; da giovani presentano una tomentosità cotonosa sulle due pagine tanto da farle apparire biancastre; sono di forma varia (eterofillia), come pure varie sono le dimensioni: da suborbicolari a lanceolate, con apice e base cuneata, margine intero (nella parte apicale della chioma), ondulato, irregolarmente sinuato dentato o addirittura dentato spinescente (nella parte basale della pianta e nelle piante cespugliose) al punto da ricordare l’Agrifoglio (Ilex aquifolium L.) o la Quercia spinosa (Quercus coccifera L.). Lunghe da 3 a 7 cm, larghe la metà o meno, più grandi nei polloni, possiedono un breve picciolo (lungo al massimo 1 cm).
Fiore: i fiori maschili, giallastri, come in tutte le congeneri, sono disposti in glomeruli che formano amenti filiformi, lunghi 5-7 cm, densi, penduli, bene allungati in piena fioritura, con rachide peloso e una brattea rossastra all’inserzione, sono portati all’estremità dei rami dell’anno; fiori più o meno sessili, isolati, bratteolati; perianzio di 6 tepali ovali, saldati tra loro alla base; androceo generalmente di 8 stami con antere gialle. Le infiorescenze femminili si trovano solitarie sui rami o a piccoli gruppi di 4-6, su un asse fruttifero lungo 3-5 cm, tomentoso e munito di brattea; i fiori sono inseriti sull’asse fruttifero isolati o a coppie con peduncolo tomentoso lungo poco meno di 1 cm; androceo composto da 3-4 stimmi verde giallastri.
Frutto: i frutti sono acheni ovoidali (comunemente chiamati ghiande), sono portate in numero di 1 o 2 da un peduncolo peloso, appuntiti, dapprima verdi, poi bruno castani a maturazione, lunghi 1,5-3 cm e larghi 1-1,5 cm, con striature longitudinali; cicatrice piccola, convessa, rugosa, biancastra; cupola emisferica che ricopre la ghianda per circa la metà o un terzo della sua lunghezza, del diametro di 1,5-2 cm, ricoperta di scaglie brevi, appressate ed embricate, triangolari. Maturano in autunno inoltrato; hanno sapore amaro (ciò che la distingue dalla ssp rotundifolia le cui ghiande sono dolci).
Polline: granuli pollinici in visione polare circolari o insinuato esagonali, ellittici in visione laterale; dimensioni: asse polare 22,3 (20,8-25,7) mµ, asse equatoriale 24,7 (23,7-25,7) mµ; aperture: trizonocolp(or)ati con colpi stretti; esina: sottile, scabrata; intina sottile, spesso convesso ispessita al di sotto dei colpi; plasma granuloso. L’impollinazione è anemofila.
Numero cromosomico: 2n = 24.
Sottospecie e/o varietà: Quercus ilex L. ssp rotundifolia (Lam.) Tab. Morais (Leccio a foglie tonde); sinonimi: Quercus rotundifolia Lam., Quercus ballota Desf. Occupa la parte meridionale dell’areale che va dal sud della Penisola Iberica al nordest dell'Africa passando per l’Italia meridionale. Foglie rade (nella ssp ilex le foglie sono molto ravvicinate); ghiande lunghe 2,5 cm, dal sapore dolce.
Quercus x morisii Borzì, ibrido generato dall'incrocio tra Quercus ilex L. e Quercus suber L., molto simile al primo dei genitori ma con portamento più robusto, chioma più lassa, corteccia suberosa ma non spessa come quella del secondo, quasi biancastra; ghiande di dimensioni ridotte.
Habitat ed ecologia: specie termofila tipica costituente della macchia mediterranea, vive su suoli poveri non troppo ricchi di argilla né con elevata umidità. È specie abbastanza rustica, vegeta molto facilmente sia in luoghi dove le precipitazioni sono abbondanti sia in quelli dove sono scarse. Sopporta bene l'ombra e le densità elevate tanto che i boschi di Leccio sono tanto fitti da non consentire la formazione di un sottobosco per scarsità di luce. Non sopporta geli intensi e prolungati.
La lecceta è utilizzata spesso come termine di paragone per evidenziare o definire l’equilibrio della vegetazione mediterranea di cui essa è l'espressione più alta. Quando nella zona del Lauretum ci si trova in presenza di una bella lecceta, si dice che là la vegetazione è in equilibrio. Comunque, per quanto sia resistente e cerchi di difendere le sue posizioni grazie al vigore della sua ceppaia e alla capacità di produrre foglie spinose in diversi casi (sui rami basali, allo stato di cespuglio, dopo aver subito il morso degli animali al pascolo), spesso il Leccio ha dovuto cedere il posto alla Roverella, molto più resistente.
Syntaxon (syntaxa) di riferimento: il Leccio vegeta in boschi puri (leccete) o in boschi misti in associazione con specie del Lauretum: Lentisco (Pistacia lentiscus L.), Pino d’Aleppo (Pinus halepensis Mill.), Mirto (Myrtus communis L.), Alaterno (Rhamnus alaternus L.), Fillirea (Phillyrea angustifolia L.), ecc. A volte si spinge sino al Castanetum in associazione con Roverella (Quercus pubescens, Willd.), Cerro (Quercus cerris L.), Carpini (Carpinus sp), Aceri (Acer sp), Orniello (Fraxinus ornus L.) dove però mostra tendenza a diradare la sua presenza e a ridurre le dimensioni, tranne che nelle zone esposte a mezzogiorno.
Life-strategy (sensu Grime & Co.): Stress tolleranti (S).
IUCN: N.A..
Farmacopea:
non si conoscono usi medicinali per il Leccio. Tuttavia le galle fogliari prodotte dall’albero dopo la puntura di particolari insetti (per es. la cecidomia Dryomya lichtensteini), hanno proprietà fortemente astringenti, per cui nella medicina popolare sono state utilizzate nel trattamento di emorragie, diarrea cronica, dissenterie ecc. In fitoterapia, nei tempi andati, si usava soprattutto la corteccia della pianta come rimedio per i disturbi gastrointestinali.
Alberi monumentali: fra gli alberi monumentali d’Italia, come risulta da un censimento eseguito dal Corpo forestale dello Stato nel 1982, si annoverano alcuni Lecci, tutti con altezze superiori ai 20 metri con tronchi aventi circonferenza che varia dai 4 agli oltre 7 m. Fra i più imponenti sono da segnalare: all’Isola Madre, comune di Stresa (Novara) un esemplare di 20 m ma con un ragguardevole tronco di 5,2 m di circonferenza; nel Parco degli Astroni, a Pozzuoli (Napoli), un esemplare alto 40 m, con 4,5 m di circonferenza; in provincia di Pisa si ricordano tre esemplari: nel comune di Cresina, uno a Villa Guardavalle alto 30 m, circonferenza 3,85 m, un secondo in località Vallisonsi alto 25 m, circonferenza 4 m, un terzo a Volterra, in località S. Anastasio, alto 25 m con 5,2 m di circonferenza; in provincia di Nuoro si trovano quattro esemplari: uno nel comune di Gaira, località Genna, alto 28 m, circonferenza 5,3 m, uno nel comune di Orgosolo, in località Fresta Montes-Sas Baddes alto 28 m con 7,6 m di circonferenza, uno in comune di Seulo, in località Sa Sedda e S’Era alto 25 m e 6,15 m di circonferenza e uno nel comune di Urzulei, località Iscopile alto 25 m con circonferenza di 4,9 m.
Impatto ambientale: nell’antichità il Leccio formava foreste estesissime lungo tutte le coste della penisola e sulle montagne interne delle isole, delle quali restano solo sparuti lembi. L’antropizzazione, con il conseguente sviluppo della civiltà, ha comportato la distruzione di queste foreste per far posto ai campi coltivati e perché il legno veniva utilizzato a scopo edilizio, per la costruzione di imbarcazioni, o come combustibile nei forni per l'estrazione dei metalli, della calce e dello zolfo. Per tutti questi motivi, non ultimo l’avvento della macchina a vapore e quindi del treno e conseguentemente alla necessità di disporre di ottimo carbone e di allestire le linee ferroviarie (all'incirca tra la seconda metà del XIX secolo e la prima del XX secolo), il legno del Leccio è stato massicciamente impiegato sia per la produzione del carbone che per quella delle traversine dei binari; ciò ha significato, per il taglio selvaggio e incontrollato, lo smantellamento irreversibile di immense leccete. Ecco perché ormai il Leccio lo si trova abbarbicato alle rocce, relegato in punti inaccessibili dove riesce a sopravvivere grazie alle sue spiccate doti di xericità.
Avversità: il Leccio è una pianta abbastanza resistente alle avversità e ai danni da inquinamento. Tuttavia vi è una malattia specifica provocata da un fungo che determina macchie fogliari (Elsinoe quercus ilex). Vi sono inoltre dei parassiti animali che attaccano specificamente il Leccio e non (o meno frequentemente) le altre querce. Essi sono: la fillossera (Phyllossera quercus), che è un afide che provoca necrosi puntiformi sulle foglie; la cecidomia (Dryomya lichtensteini), che produce galle fogliari; un acaro eriofide che produce galle tomentose. Altre avversità cui potrebbe andar soggetto il Leccio sono quelle comuni ad altre querce, in modo particolare della Farnia (Quercus robur L.).
Usi: il Leccio è una pianta che, oltre all’uso forestale nei rimboschimenti, per la sua resistenza all’inquinamento può essere utilizzata anche a scopo ornamentale e paesaggistico nel verde urbano degli areali mediterranei; può anche essere impiegata per viali o per siepi data la sua adattabilità alle potature, tanto che di solito i filari di Leccio sono potati in maniera da assumere forme geometriche definite.
Le galle, ricche in tannini, sono state utilizzate a lungo per la concia delle pelli, per la tintura dei tessuti e per la produzione di inchiostro.
Il legno del Leccio, di colore rosso scuro, molto forte, duro e resistente, è di difficile stagionatura e lavorazione. Pertanto il governo a fustaia non è molto diffuso perché i grossi fusti di Leccio non hanno un grande pregio commerciale dato che si presentano spesso contorti e nodosi. È utilizzato in ebanisteria per attrezzi minuti, per lavori al tornio, ecc. Le leccete vengono invece governate a ceduo matricinato per ricavarne legna da ardere; infatti questo legno brucia a lungo, anche “verde; dalla sua combustione si ottiene un carbone molto pregiato (noto come “carbone cannello”), di lunga combustione e con un elevato potere calorifico.
Dove il Leccio viene governato a ceduo composto (maggiormente in Umbria), è possibile la produzione di ghiande di cui sono molto ghiotti i maiali le cui carni, con questo tipo di alimentazione, risultano più pregiate.
Le ghiande torrefatte sono uno dei molti surrogati del caffè. Seccate e polverizzate, possono essere usate come addensante, allo stesso modo della fecola di patate. In passato, mescolate a farine di cereali, se ne faceva il pane. Poiché però contengono tannino si lavavano accuratamente con acqua corrente, operazione che faceva disperdere buona parte dei sali minerali in esse contenuti. Per ovviarvi si usava seppellirle in terreno umido durante tutto l’inverno, dissepellendole poi a primavera, prossime alla germinazione: a quel punto avevano perso gran parte del loro potere astringente.
La tutela del Leccio: il Leccio è oggi oggetto di tutela da parte di alcune Regioni italiane. In particolare, si segnalano le legislazioni della Regione Veneto che, con la legge regionale n. 53 del 15-11-1974, nell’art. 7, "Norme per la tutela di alcune specie della fauna inferiore e della flora e disciplina della raccolta dei funghi", inserisce Quercus ilex tra le specie per le quali è vietata la raccolta integrale o di parti di esse.
La Regione Umbria, con l’allegato A alla legge regionale n. 28 del 19-11-2001, "Testo unico regionale per le foreste", riporta l'elenco delle piante sottoposte a tutela, tra cui compare Quercus ilex. Tale elenco è anche allegato all'articolo 1, comma 1 della legge regionale n. 49 del 18-11-1987 che enumera "specie arboree delle quali è vietato l'abbattimento e lo spostamento di esemplari, siano essi isolati, in filari, in piccoli gruppi puri o misti, quando costituiscano patrimonio di particolare valore naturalistico, ambientale o culturale della Regione".
La Regione Piemonte, con un allegato alla legge regionale n. 32 del 2-11-1982, prescrive "norme per la conservazione del patrimonio naturale e dell'assetto ambientale", riportando l'elenco delle specie a protezione assoluta che comprende Quercus ilex, limitando però tale protezione solo per la Provincia di Torino.
La Regione Marche con "Legge forestale regionale" del 23-02-2005, n. 6, all’articolo 20, "Specie tutelate", prescrive che "è vietata, senza la specifica autorizzazione dell'ufficio foreste competente per territorio, l'abbattimento delle piante di alto fusto delle seguenti specie, siano esse isolate, in filari, in piccoli gruppi o misti". Tali disposizioni sono le stesse dell'articolo 1 della legge regionale n. 8 del 10-01-1987 "Disposizioni per la salvaguardia della flora marchigiana", dove tra le specie tutelate è elencata anche Quercus ilex.
La sensibilità verso il patrimonio arboreo delle pubbliche amministrazioni si manifesta con diversi dispositivi legislativi. Alcune Regioni italiane prevedono l'obbligo, da parte delle Amministrazioni comunali, di impiantare un albero da scegliere in un elenco, nel quale figura anche Quercus ilex L., per ogni neonato che venga registrato all'Anagrafe. Apposite leggi regionali regolano quest'obbligo. Vi provvede la Regione Liguria con legge regionale n. 33 del 5-7-1994, con la tabella B allegata all’articolo 2, comma 2, lettera B, che prescrive l’ "Obbligo per il comune di porre a dimora un albero per ogni neonato residente". La Regione Abruzzo, da parte sua ha emanato, con legge regionale n. 15 del 29-03-1994, art. 3, una "Disciplina delle tipologie delle essenze arboree da porre a dimora per ogni neonato a seguito di registrazione anagrafica". Più generosa, con l’estensione dell’obbligo di impianto anche per ogni minore adottato, è la Regione Campania che, con legge n. 14 del 18-12-1992, allegato 1 all’articolo 2, prescrive l’ "Obbligo per i comuni di residenza di porre a dimora un albero per ogni neonato e/o minore adottato".
Curiosità: le caratteristiche spiccatamente xerofile (cioè amante degli ambienti secchi) consentono al Leccio di sopravvivere in condizioni di estrema aridità. Le sue foglie coriacee sono un tipico esempio di sclerofillia, fenomeno grazie al quale la pianta riesce ad evitare i danni che potrebbero verificarsi nei tessuti interni nei periodi di maggiore aridità quando la penuria di acqua tende a provocare un appassimento della foglia. La pagina inferiore appare grigia e vellutata per la presenza di un gran numero di piccolissimi peli stellati (per osservare i quali è necessario l’ausilio di una lente a forte ingrandimento). Essi proteggono dall'azione disidratante del vento gli stomi, aperture presenti sulla pagina inferiore delle foglie di tutte le piante grazie alle quali avvengono gli scambi gassosi con l'ambiente esterno. Nei periodi di siccità, però, gli stomi si possono trasformare in pericolosi rubinetti attraverso i quali la pianta potrebbe perdere notevoli quantità di acqua a causa della minore umidità dell'ambiente esterno rispetto ai tessuti della foglia; pertanto la pianta si difende coprendo gli stomi e circondandoli con una fitta peluria.
La città di Lecce, capoluogo del Salento, prende il suo nome proprio dal Leccio che difatti è raffigurato nel suo stemma assieme ad una lupa (dal nome latino della città: Lupiae).
Miti e leggende: il greco Pausania (Guida della Grecia, VIII) descrive una foresta che si trovava in Arcadia e che era consacrata alla dea Era, dove crescevano Lecci e Olivi dalle stesse radici. Ovidio nelle Metamorfosi (I, 112), narrava che nell’Età dell’oro le api, considerate simboli delle anime immortali, si posavano sul Leccio di cui apprezzavano gli amenti gialli:
         di latte scorrevano i fiumi, di nettare i fiumi
        
e biondo miele stillava dal verde leccio.
Plinio (Naturalis historia, XVI, 11) riferisce che nella Roma arcaica la corona civica «era fatta di foglie di Leccio, poi trovò maggior favore quella di foglie di Farnetto [Quercus frainetto Ten.], pianta sacra a Giove, e in alternativa quella di Rovere [Quercus petraea (Matt.) Liebl.]: solo la ghianda fu mantenuta quale emblema di onorificenza, mentre la specie particolare usata era quella disponibile secondo i luoghi».
Era credenza
diffusa che la pianta, attirando i fulmini come le altre querce, fosse oracolare. Ai piedi dell’Aventino vi era un bosco di Lecci dove viveva, secondo la leggenda, la ninfa Egeria, ispiratrice di re Numa. Plinio (Naturalis historia, XVI, 237) scriveva che sul Vaticano, noto come il Colle degli Indovini, vegetava il Leccio più antico della città. Esso recava una iscrizione su bronzo in caratteri etruschi, il che fa supporre che quell’albero fosse già oggetto di venerazione religiosa. «Anche i Tiburtini» continua Plinio «hanno un’origine molto anteriore a quella di Roma: nel loro territorio esistono tre Lecci ancora più antichi di Tiburno, fondatore della città, che secondo la tradizione fu consacrato vicino ad essi». Tiburno era figlio dell’indovino Anfiarao, che nella battaglia dei Sette contro Tebe stava per essere ucciso da un nemico, quando Zeus aprì con un tuono una voragine nella quale egli sparì col suo carro.
Oltre ad essere sostituito gradatamente dalle altre querce, il Leccio andò assumendo fama di albero sinistro, consultato soltanto per gli oracoli funesti e annoverato tra gli alberi funerari. I Greci lo consacrarono alla dea Ecate favoleggiando che le tre Parche funerarie si coronassero con le sue foglie. Era considerato da Seneca un albero triste mentre Virgilio faceva risuonare fra le sue fronde il grido del corvo. E questa nomea sinistra si è tramandata fino a noi. Una leggenda delle isole ioniche, raccolta dal poeta Valoritis nel secolo scorso, racconta come gli alberi, dopo la condanna a morte di Cristo, si riunissero in assemblea impegnandosi a non offrire il legno per la Croce. Quando i boscaioli cominciarono a colpire con le asce il primo tronco di un albero, il legno si scheggiò in mille pezzi, e così avvenne per tutti gli altri. Soltanto il Leccio restò integro, offrendo il suo legno per la Passione di Cristo. Per questo motivo fu considerato dagli altri alberi come un traditore e i Greci dell’Acarnania e di Santa Maura temevano di contaminare l’ascia e di sconsacrare il focolare toccando l’albero maledetto, simbolo vegetale di Giuda.
Però nei
Detti del beato Egidio (il terzo compagno di San Francesco), si riferisce che il Cristo predilige il Leccio perché fu l’unico albero a capire che doveva sacrificarsi, come il Salvatore, per contribuire alla Redenzione: e proprio sotto un Leccio il Signore appariva spesso a Egidio.
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F. Selvi, Sticciano, Grosseto

Distribuzione


■ autoctona ■ alloctona ■ incerta ■ scomparsa ■ assente

Caratteristiche

Relazioni con l'uomo
[ C ] C: specie di interesse alimentare e/o aromatico
[ O ] O: specie di interesse farmaceutico-officinale
[ P ] P: specie velenose - tossiche - stupefacenti - psicotrope - irritanti - fotosensibilizzanti
[ A ] A: specie con polline allergenico.
Biologia riproduttiva

MO (monoica): specie con fiori maschili e femminili sullo stesso individuo.

[ AP - BC+ZC ] AP (anemofilia): Il polline è disperso dalle correnti aeree e può avere un volo breve (piante erbacee) o lungo (alberi); BC (barocoria): I semi relativamente pesanti, da soli o dentro i frutti, cadono per gravità a maturità o dopo un periodo di postmaturazione; ZC (zoocoria): Frutti e/o semi raccolti attivamente o passivamente dagli animali e poi dispersi.

Indici di Ellenberg

Salinità: 0

L: 2; T: 9; C: 4; U: 3; R: n.d.; N: n.d.;

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