Juglans regia L.

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Juglandaceae - Juglans regia L.; Pignatti 1982: n. 179; Juglans regia L.
Plant List: accettato
Famiglia, nome latino per esteso Juglans regia L.
(a cura di Giuseppe Laino)

Etimologia: l’epiteto del genere è di origine latina, usato già da Cicerone, e deriva da Jovis glans = “ghianda di Giove (vedi oltre). L’epiteto specifico deriva dal latino regius = “reale”, per la superiorità dei frutti rispetto a quelli delle altre specie.
Sinonimi:
nessuno.
Nomi volgari: Noce (italiano). Liguria: Noghiè, Nughiè; Nosè (Sarzana); Noxe (Genova); Nuse (Mortola); Nuxe (Porto Maurizio). Piemonte: Nosera, Nusera; Nuvie (Val San Martino). Lombardia: Nos, Nus. Veneto: Cucher, Nogher, Noghera (Treviso, Parenzo); Noera, Nojara (Belluno); Nogara (Verona, Pirano). Friuli: Cocolar, Near, Nojar, Nujar; Nuai (Carnia). Emilia-Romagna: Nos (Romagna); Nosa, Nusa (Reggio). Toscana: Noce. Abruzzi: Nuci, Nucia. Calabria: Nucara, Nuci; Caridi (Bova). Sicilia: Nuci; Nociara (Messina). Sardegna: Nozi, Nughe, Nuhe, Nuxi; Cocoro (Sorgono); Nou (Alghero); Nuche (Orosei).
Forma biologica e di crescita: fanerofita caducifoglia.
Tipo corologico: ritenuto fino a poco tempo fa originario dell’Asia occidentale, se ne sono trovate tracce fossili nel polline conservato in sedimenti quaternari della pianura veneta; si tratta dunque di un’entità quanto meno eurasiatica, scomparsa dall’Europa centroccidentale al termine dell’era glaciale e reintrodotto in coltura, in epoca antichissima, per i suoi frutti prelibati e per il legno. Attualmente diffuso allo stato spontaneo dalla Penisola Balcanica all’Afghanistan, subcosmopolita in coltivazione.
Fenologia: fiore: (IV-) VI, frutto: IX.
Limiti altitudinali: specie mesofila temperata, presente fino a 1000 m di altitudine.
Abbondanza relativa e distribuzione geografica in Italia: nel nostro Paese la coltura del noce da frutto, in genere promiscua, ha una certa rilevanza solo in Campania. Altrove l’albero è sparso in boschi, qua e là, su tutto il territorio. Impiegato per lo più come albero utilitaristico da podere, come ornamentale da parchi, giardini e viali alberati.
Habitus: albero di altezza variabile fra i 10 e i 25 m, eccezionalmente fino a 30 m, con chioma tonda e molto espansa, arrotondata, aperta e luminosa. Tronco diritto, massiccio, con corteccia grigio chiaro, liscia da giovane e quindi rugosa e solcata prevalentemente in senso longitudinale.
Foglie: decidue, alterne, grandi, con un picciolo dilatato alla base, sono composte, imparipennate, aromatiche, lunghe fino a 35 cm, con 2-3 paia di segmenti laterali subsessili, obovati o ellittici, e un segmento terminale più grande, tutti con la base arrotondata o subcuneata, a margine intero o leggermente sinuato e l’apice acuto o acuminato, nervatura pennata con gli angoli delle nervature secondarie muniti sulla pagina inferiore di ciuffi di peli, mentre la pagina superiore è glabra, lucida e di un verde più intenso di quella inferiore; rachide solcato, tomentoso glandoloso dapprima, poi glabro.
Fiore:
monoici, raccolti in amenti, gli staminiferi cilindrici, lunghi fino a 10 cm, penduli alla base dei giovani rami, con brattee disposte ad embrice prima della fioritura, concrescenti inferiormente con il perigonio che è 5-6 lobato, e libere all’apice; molti stami a filamento breve, antere voluminose, oblunghe, con due logge deiscenti per il lungo e connettivo interposto prolungato in una punta conica; infiorescenze femminili disposte all’apice dei rami in numero da 1 a 4, munite di brattee con perigonio tubuloso, 3-4 dentato sul margine, aderente all’ovario sino allo stilo, ovario uniloculare con un solo ovulo, portante due stimmi verdi, carnosi, fimbriati.
Frutto:
pseudodrupa del diametro di 4-5 centimetri, con esocarpo carnoso (mallo) di colore verde, di sapore molto astringente, derivata dall’involucro bratteale che circonda l’ovario anziché dalla parete di quest’ultimo come in una normale drupa e che si distacca irregolarmente e progressivamente. Il pericarpo (guscio) legnoso e bivalve, liscio e venato, suddiviso in 4 logge incomplete da due tramezzi incrociati che occupano solo il terzo inferiore della cavità interna..
Semi:
seme voluminoso (gheriglio), con grossi cotiledoni circonvoluti, cerebriformi, a 4 lobi sinuosi.
Polline: granuli pollinici monadi, radiosimmetrici, apolari; perimetro: iso- ed eteroassiali; forma: suboblati 10%, oblato sferoidali 30%, prolato sferoidali 47%, subprolati 13%; polipantoporati; aperture pori: con aspis, n. pori: 13 (11) 9; esina: tectata, scabrata; dimensioni: diametro maggiore 48 (44) 32 mµ, diametro minore 46 (42) 32 mµ. L’impollinazione è entomofila.
Numero cromosomico: 2n = 32.
Sottospecie e/o varietà: Juglans x intermedia, noce ibrido, è il risultato dell’incrocio delle due specie più conosciute, Juglans nigra L. e Juglans regia L.. E’ un albero attraente e vigoroso, alto fino a 30 m. In condizioni adatte può svilupparsi due volte più rapidamente del noce comune e può vivere più di 100 anni. Tra le varietà in coltura di maggiore interesse sono da ricordare: Sorrento, la più diffusa in Italia, di vigore elevato, portamento assurgente, a duplice destinazione (frutto e legno), produce frutti medi, di forma ovale, di buona qualità; la maturazione è medio-tardiva (fine settembre al Sud); Franquette, di vigore elevato, a duplice destinazione (frutto e legno), produce frutti grossi, di forma ovale, di ottima qualità, maggiormente impiegata al Centro-Nord e al Sud nelle zone più fredde per il suo fabbisogno di climi freschi; Hartley, di vigore medio, ad una sola destinazione (da frutto), produce frutti grossi, di forma subovale, di buona qualità, è adatta sia al Nord che al Sud.
Altre varietà interessanti sono: Malizia, selezione di Sorrento, Feltrina, Bleggiana, Cerreto e Midland.
Il noce viene propagato sia per seme che per innesto, così come tutte le specie a frutto secco.
Tra i portainnesti si ricordano: franchi di varietà locali ed il selvatico; poco usata la specie
Juglans Nigra L., talvolta con fenomeni di disaffinità dopo una trentina d’anni, sensibile al virus CLRV, che induce rottura nel punto d’innesto; infine la varietà Paradox, ibrido di prima generazione tra la specie californiana Juglans hindsii (Jeps.) Jeps. ex R.E. Sm. e Juglans regia L. Tutti i portainnesti da seme hanno il problema della disaffinità.
Habitat ed ecologia: specie propria dei climi non eccessivamente umidi né aridi; pur adattandosi a diversi ambienti, predilige la media collina, esposta a sud o a ovest, protetta dai venti. Si tratta di un relitto terziario tipico di boschi di latifoglie a elevata diversità, su suoli molto evoluti, sciolti e profondi. Limiti pedoclimatici: sensibile ai ristagni e stress idrici; non tollera i terreni pesanti, asfittici, mentre resiste anche ad un elevato tenore in calcare. Teme gli eccessi delle escursioni termiche (caldo e freddo) e le gelate tardive che provocano danni agli organi riproduttivi.
Syntaxon (syntaxa) di riferimento: -
Life-strategy (sensu Grime & Co.): Competitive (C).
IUCN: N.A.
Farmacopea:
le foglie di noce contengono un olio etereo (0,012-0,029%), juglone, inosite, sostanze tanniche, acido ellagico e gallico; vengono raccolte in maggio e giugno prima dello sviluppo completo, mondate del rachide e seccate all’ombra il più rapidamente possibile, affinché non anneriscano; hanno odore aromatico, sapore aspro, astringente. Per uso interno sono state prescritte agli individui scrofolosi e linfatici e contro le emorragie di origine tubercolare, in infuso, oppure in estratto. Buon successo hanno anche le lavature e le irrigazioni astringenti boccali, nasali, uretrali, vaginali, le lavature cutanee contro l’eritema dei neonati ed i bagni parziali o totali contro le dermopatie in genere, ogni qualvolta sia utile esercitare un’azione astringente; infine sono efficaci le pennellature dell’estratto sulle afte della mucosa boccale e sulle tonsille tumefatte.
L’olio ricavato dai semi è apprezzato nella medicina popolare per la cura della impetigine, degli eritemi solari
; per una presunta attività antielmintica (verme solitario) e per curare coliche renali e calcoli e come ricostituente per vecchi, bambini e convalescenti.
Il mallo, acerbo, contiene molte sostanze tanniche le quali scompaiono quasi completamente in condizioni di maturità ed inoltre idrojuglone alfa e beta, acido citrico e malico, ecc. L’annerimento del mallo è dato da un principio acre ed amaro, tossico (juglandina) che, sotto l’azione dell’aria e dell’umidità, si trasforma in una sostanza insipida e intensamente nera; reazione presentata del resto anche dalle foglie e da tutte le parti verdi e che corrisponde certamente ad una alterazione sensibile delle loro proprietà farmacologiche generali; questa è la ragione per la quale la conservazione delle foglie di noce in ambiente asciutto e riparato dall’aria è di rigore.
Usi: con il mallo, posto in infusione in alcool, si prepara un noto liquore stomachico (nocino) di uso familiare, assai diffuso (vedi oltre); i semi (gheriglio) hanno costituito e tuttora costituiscono un importante supporto alimentare; la noce è anche uno dei frutti secchi più ricchi di nutrienti; contiene glucidi, protidi, sali minerali (soprattutto zinco e rame), e le vitamine A, B1, B2, PP, B5. Sono molto usati nell’industria dolciaria, in cosmetica e, fino a tempi abbastanza recenti, servivano frequentemente per l’estrazione di un olio alimentare eccellente (ne contengono sino al 40-50%); oggi questo uso è abbandonato per il difetto di irrancidire rapidamente diventando meno digeribile.
L’Italia copre il 3% della produzione mondiale di noci.
Il legno è uno tra i più noti e pregiati per mobilia, grazie alla sua grana fine, al colorito bruno rosato, alla facilità di lavorazione e, nello stesso tempo, alla compattezza e alla resistenza al degrado.
Coltivazione: la forma di allevamento è identificabile in un vaso a 3 branche. Negli impianti specializzati possono essere adottati sesti variabili da m 7 x 7 per cultivar poco vigorose e in terreni con bassa fertilità e non irrigui e per la prevalente produzione di frutti a m 12 x 12 qualora, oltre ai frutti, si voglia produrre legname da opera; in questo caso le piante vengono impalcate alte (almeno 3,5 m). Si raggiungono densità fra 100-200 piante per ettaro. L’irrigazione è comunque necessaria per la produzione: 1500-2000 m3 per ettaro all’anno, con sistema localizzato. La concimazione prevede s.o. all’impianto, 40-60 tonnellate per ettaro, molto N fino al quinto anno, 100-400 grammi per pianta, P e K in minore quantità, 250 kg per ettaro e 300 kg per ettaro rispettivamente, dopodiché il rapporto di concimazione è 2:1:2.
Le piante vengono poste a dimora a poca profondità (solo 12-15 cm di terra sopra la radice). Fin dal primo anno si eseguono due interventi di potatura verde: il primo quando i germogli raggiungono i 20-25 cm per scegliere quello destinato a costituire il prolungamento del fusto, eliminando i polloni e raccorciando tutti gli altri a 1-2 foglie dall’asse centrale; il secondo intervento in luglio, durante la seconda ripresa vegetativa, sempre per favorire il germoglio centrale. Si usa un tutore di legno di 2,5-3 m al quale legare il germoglio di prolungamento. Nel secondo anno si ripetono i due interventi in verde fino al raggiungimento dell’altezza ove formare l’impalcatura, circa 2,5 m da terra.
Negli anni successivi gli interventi di potatura
vengono contenuti dato che è un albero che si autocontrolla; si eliminano i succhioni, i rami male inseriti e secchi, e in caso di necessità qualche taglio di ritorno.
Una pianta in piena produzione è in grado di fornire 50-70 kg di frutti; nell’impianto si raggiungono i 40 quintali per ettaro.
La raccolta dei frutti, da metà settembre a fine ottobre, è totalmente meccanizzata mediante l’uso di scuotitori, andanatrici e raccattatrici meccaniche. Di norma la raccolta viene fatta raccattando i frutti caduti naturalmente o con l’ausilio di pertiche, su reti appositamente distese sotto gli alberi.
Prima d
ella messa in commercio, i frutti vengono sottoposti a: smallatura per evitare l'annerimento del guscio; al lavaggio per eliminare ogni residuo del mallo; all’imbiancatura con anidride solforosa; all’essiccazione graduale per abbassare il tasso di umidità al 4-5%; alla selezione, calibratura e confezionamento; la conservazione è effettuata a 0 °C con umidità relativa del 60-75%, sicura contro l’irrancidimento.
Avversità: fra le avversità che colpiscono il Noce sono da annoverare i parassiti animali: insetti xilofagi che scavano gallerie nel legno, e in particolare i lepidotteri cossidi: rodilegno, rosso e giallo (Cossus cossus e Zeuzera pyrina) e un coleottero cerambicide del genere Morimus; gli afidi fogliari, che si dispongono tipicamente lungo la nervatura centrale delle foglie o nella pagina fogliare inferiore, quali Callaphis juglandis e Chromaphis juglandicola; le cocciniglie (Diaspis pentagona e Eleucanium sp.) che infestano rami e branche; gli insetti che attaccano il frutto, quali la carpocapsa (Cydia pomonella), le piralidi del noce (Apomyelois ceratoniae, Euzophera bigella, ecc.) e il coleottero curculionide Curculio nucum; le larve dei lepidotteri defogliatori Hiphantria cunea e Lymandria dispar; gli acari eriofidi che provocano tipiche bollosità fogliari (Eryophies tristriatus ed E. erineus); danni fogliari da ragnetto rosso comune (T. urticae).
Tra gli agenti di malattia (funghi, batteri ed entità infettive), sono da annoverare: l’antracnosi fogliare provocata dal fungo Gnomonia juglandis che si evidenzia con macchie fogliari nerastre più o meno diffuse; il batterio Xanthomonas juglandis responsabile del mal secco del Noce; i marciumi radicali e del colletto provocati dai funghi Armillaria mellea e Rosellinia necatrix; il mal dell’inchiostro determinato dal fungo Phytophtora cambivora; cancri rameali provocati dal fungo Botryosphaeria ribis; carie del legno provocate da vari agenti fungini.
Leggende, usanze e superstizioni: si favoleggiava che nella notte di San Giovanni le streghe sciamassero a migliaia nei cieli recandosi al gran sabba che si teneva sotto il noce di Benevento; quell’albero pare fosse molto vecchio perché nel VII secolo, sotto il regno di Costante II, il vescovo Barbato l’aveva fatto sradicare per troncare alcune pratiche pagane che vi si celebravano. “Inoltre, non lontano dalle mura di Benevento” riferisce l’anonimo autore della sua Vita (Vita Barbati 1-7) “in una specie di ricorrenza adoravano un albero sacro al quale appendevano una pelle di animale; tutti coloro che lì si erano riuniti, voltando le spalle all’albero, spronavano a sangue i cavalli e si lanciavano in una cavalcata sfrenata cercando di superarsi a vicenda. Ma durante questa corsa, girando i cavalli all’indietro cercavano di afferrare la pelle con le mani e, raggiuntala, ne staccavano un pezzetto mangiandolo secondo un empio rito. E poiché ivi si scioglievano voti insensati, da questo fatto a quel luogo dettero il nome di Voto, in uso ancora oggi”.
Proprio in quel periodo l’imperatore bizantino Costante decise di riconquistare le terre italiche cadute sotto il dominio dei Longobardi e, sbarcato a Taranto, avanzò verso il Nord. Quando i Longobardi di Benevento, temendo di essere sconfitti da quell’esercito, decisero di aprire le porte per evitare di morire combattendo inutilmente, intervenne un pio sacerdote, Barbato, il quale promise loro che i Bizantini non avrebbero varcato le porte della città e si sarebbero diretti altrove se essi avessero rinunciato alle loro pratiche pagane. Così avvenne: i Bizantini si limitarono a prendere come ostaggio la sorella di Romualdo, che era a capo della sparuta guarigione, e si diressero verso Napoli. Allora il comandante, per mantenere la promessa, “prese la scure, si recò a Voto
e con le sue mani dissotterrò e tagliò alle radici l’albero nefando presso il quale da tanto tempo i Longobardi adempivano al loro funesto sacrilegio; poi sopra ammassò la terra in modo che non se ne potesse trovare neppure una traccia.
Ma dopo la sua morte un altro noce rispuntò nello stesso sito dove ripresero i convegni demoniaci. Fu allora, probabilmente, che si diffuse la voce secondo la quale le streghe si riunivano ogni anno volando da ogni angolo della terra nella notte di San Giovanni, per celebrare il sabba, nome che deriva dal fiume Sabatus, l’attuale Sabato, che fiancheggia la città prima di confluire nel Calore..
Nel XVII secolo anche quell’albero morì. Ma si favoleggiò per tanto tempo che le streghe, dette
janare in dialetto campano, non potendo rinunciare ai loro convegni sostenessero di vederlo ancora e continuassero a convergere verso Benevento.
La convinzione che streghe e demoni prediligessero il noce per i loro sabba era diffusa in tutta l’Italia. A Roma una leggenda narra che la chiesa di Santa Maria del Popolo fu costruita per ordine di Pasquale II nel luogo in cui precedentemente vi era un noce intorno al quale migliaia di diavoli danzavano nel cuore della notte. Anche a Bologna si credeva fino al secolo scorso che le streghe si riunissero sotto queste piante, specialmente nella notte di San Giovanni. Nelle campagne di Pescia, in Valdinievole, si favoleggiava di un noce presso il quale le streghe si recavano a dormire. “Le streghe vogliono noci” affermava un detto popolare.
Lo stretto legame del Noce col mondo “infero” – diventato “infernale” nella cristianità – ha evocato anche un simbolismo funesto che si è riflettuto in alcune superstizioni. Nelle campagne si dice ancora oggi che non conviene riposare e tanto meno dormire all’ombra di un Noce perché è facile risvegliarsi con una forte emicrania se non addirittura con la febbre. E si crede che, se le radici dell’albero penetrano nelle stalle, faranno deperire il bestiame. In effetti le sue radici, come le foglie
, contengono la sostanza tossica juglandina, capace di provocare la morte di molte piante che crescono nelle vicinanze.
Alla notte di mezza estate è collegato un liquore tipico della Val Padana: il nocino. Secondo la tradizione le donne devono staccare le noci che servono per il liquore nella notte di San Giovanni, quando la pseudodrupa è ancora verde: con una falce o una lama di legno, mai di metallo. L’infusione darà un liquore considerato una panacea.
Anticamente il frutto venne consacrato a Giove, come testimoniava il suo nome, nux juglans, dove il secondo termine era la contrazione di Jovis glans (ghianda di Giove). Castore Durante (Herbario novo) dice che “furono queste noci chiamate ghiande di Giove ne i primi tempi del mondo dagli uomini, conciosiache essendo eglino usi al cibo delle communi ghiande, ritrovando poscia le noci essere di quelle molto più dolci e più aggradevoli al gusto le chiamarono ghiande di Giove”.
Fino all’inizio del secolo scorso a Modica, in Sicilia, si gettavano grano e noci al passaggio degli sposi. Secondo una credenza popolare la noce divisa in tre setti anziché in quattro viene considerata un portafortuna. Un tempo nell’area di Cianciana, in Sicilia, si credeva che, portata in tasca, preservasse dai fulmini e da ogni sortilegio, accelerasse i parti lenti, propiziasse il successo, debellasse la febbre. Anche i veneziani la reputavano un portafortuna; e nella campagna bolognese si diceva che, ponendo una noce divisa in tre setti sotto la seggiola di una strega, questa non avrebbe più potuto staccarsene: metodo infallibile per scoprirne una. Ma si rischiava molto perché costei, quando veniva scoperta, spesso si vendicava gettando il malocchio sull’autore di quel gioco pericoloso, provocandone la morte.
Nel XVII secolo, sulla scia della teoria dei segni secondo la quale il simile cura o colpisce il simile, si sosteneva che la noce fosse in grado di curare i disturbi del cervello perché ne era la riproduzione vegetale: l’involucro esterno, verde e carnoso, avrebbe rappresentato il cuoio capelluto, il guscio duro il cranio, la pellicola interna le meningi e la pia mater, mentre il nocciolo interno, convoluto e diviso in due, avrebbe simboleggiato gli emisferi cerebrali.
Detti, modi di dire e proverbi: la forma delle due parti del guscio, simili a barchette, ha ispirato un modo di dire: “Quella casa è un guscio di noce” per indicarne la piccolezza sposata alla grazia; quando il “guscio di noce” è riferito a un’imbarcazione di piccole dimensioni, se ne vuole sottolineare l’instabilità nei marosi. Si dice “Schiaccia le noci” di chi camminando posa male i piedi. “Ha le noci in bocca” chi parla a stento e pronuncia male le parole; mentre “Lasciarsi schiacciare le noci in capo” significa subire prepotenze. Se poi si abbina il frutto a un sacco si evocano due altri proverbi: Una noce in un sacco non fa rumore”, nel senso che le proteste di una sola persona hanno poca eco e non impensieriscono i potenti; e “Essere quattro noci in un sacco” per dire che si è in pochissimi.
I contadini una volta dicevano: “Pane e noci, mangiare da sposi” (“Pa’ e nus magnà de spus” in Val Padana) oppure, a Roma: “Noci e pane pasto da sovrane”. E siccome i frutti maturano a metà settembre, si ricorda il 14 che a “Santa Croce pane e noce”. Ma la povera gente sostiene che “Noci e pane pasto da villano” (“Nus e pa’ magnà de cà”, - noci e pane mangiare da cane - sempre in Val Padana rovesciando i termini).
Il noce dei “Promessi sposi”: fra Galdino racconta che c’era una volta in un convento di cappuccini di Romagna un frate di nome Macario. Un giorno d’inverno, passando per una viottola, vide un benefattore che insieme con quattro braccianti stava scalzando un noce. “Che fate a quella povera pianta?” “Sono anni che non mi fa più noci” fu la risposta “e io ne faccio legna”. “Lasciatela stare”, gli disse il padre “sappiate che quest’anno vi farà più noci che foglie”. Il benefattore, che si fidava di quel cappuccino, ordinò ai braccianti di gettare nuovamente terra sulle radici e promise a padre Macario la metà di quelle noci.
Così fu; ma il benefattore non ebbe tempo di bacchiarle. Se ne occupò l’erede che era di stampo diverso. Quando il frate andò a riscuotere il dovuto, il giovane finse di non sapere nulla e lo rimandò a mani vuote dicendo che non aveva mai sentito dire che i cappuccini sapessero far noci. Ma venne castigato. Un giorno stava raccontando a un gruppo di amici con cui gozzovigliava la storia del noce, e se la rideva dei frati. Incuriositi, quei giovani “scapestrati vollero salire nel granaio per vedere lo straordinario raccolto; ma trovarono soltanto un mucchio di foglie secche. “E il convento”, conclude fra Galdino, “invece di scapitare ci guadagnò; perché, dopo un così gran fatto, la cerca delle noci rendeva tanto, tanto che un benefattore, mosso a compassione del povero cercatore, fece al convento la carità di un asino, che aiutasse a portar le noci a casa. E si faceva tant’olio, che ogni povero veniva a prenderne, secondo il suo bisogno; perché noi siam come il mare, che riceve acqua da tutte le parti, e la torna a distribuire a tutti i fiumi”. (Alessandro Manzoni, I promessi sposi, cap. III).
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M. La Rosa, Senis, 02-04. 1982
M. La Rosa, San Miniato, 02-03-1993
M. La Rosa, Senis, 19-04-2005
G. Pellegrino, - http:\\floramarittime.it -, Aisone, Valle Stura, Alpi Marittime, 05-05-1988
G. Pellegrino, - http:\\floramarittime.it -, Aisone, Valle Stura, Alpi Marittime, 05-05-1988
M. La Rosa, Santa Cristina, L'Impruneta, 27-06-2006 (ma fotografata a San Miniato il 28-06-2006), culta
M. La Rosa, Santa Cristina, L'Impruneta, 27-06-2006 (ma fotografata a San Miniato il 28-06-2006), culta
M. La Rosa, Santa Cristina, L'Impruneta, 27-06-2006 (ma fotografata a San Miniato il 28-06-2006), culta
M. La Rosa, Santa Cristina, L'Impruneta, 27-06-2006 (ma fotografata a San Miniato il 28-06-2006), culta
G. Pallavicini, Valle Gesso, Valdieri, 05-1998
G. Pallavicini, Valle Gesso, Valdieri, 05-1998
G. Pallavicini, Valle Gesso, Valdieri, 05-1998
G. Pallavicini, Valle Gesso, Valdieri, 05-1998
B. Petriglia, senza dati
B. Petriglia, senza dati
B. Petriglia, senza dati
R. Caminiti, Orsomarso, Cosenza, 28-10-2005
M. La Rosa, Santa Cristina, Impruneta, 27-06-2006
A. Crisafulli, R. Picone Nebrodi, 09-09-2005
A. Mascagni, Val d'Ultimo, Bolzano, 06-2009
E. V. Perrino, Vico del Gargano, 29-05-2009
D. Bouvet, Milanere, Almese-Torino, 11-03-2007
D. Bouvet, Milanere, Almese-Torino, 11-03-2007

Distribuzione


■ autoctona ■ alloctona ■ incerta ■ scomparsa ■ assente

Caratteristiche

Relazioni con l'uomo
[ C ] C: specie di interesse alimentare e/o aromatico
[ O ] O: specie di interesse farmaceutico-officinale
[ P ] P: specie velenose - tossiche - stupefacenti - psicotrope - irritanti - fotosensibilizzanti
[ A ] A: specie con polline allergenico.
Biologia riproduttiva

MO (monoica): specie con fiori maschili e femminili sullo stesso individuo.

[ AP - BC+ZC ] AP (anemofilia): Il polline è disperso dalle correnti aeree e può avere un volo breve (piante erbacee) o lungo (alberi); BC (barocoria): I semi relativamente pesanti, da soli o dentro i frutti, cadono per gravità a maturità o dopo un periodo di postmaturazione; ZC (zoocoria): Frutti e/o semi raccolti attivamente o passivamente dagli animali e poi dispersi.

Indici di Ellenberg

Salinità: 0

L: 6; T: 6; C: 6; U: 5; R: 6; N: 6;

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