Crataegus monogyna L.
(a cura di Giuseppe Laino)
Etimologia: l’epiteto del genere krátaigo fu conferito da Teofrasto; deriva dal greco krátos = “forza, robustezza” e áigon = “delle capre” (volendo significare che dà forza alle capre che se ne nutrono ma anche con allusione al legno duro); l’epiteto specifico deriva anch’esso dal greco mono = “uno” e gynos = “pistillo” (con riferimento al fatto che la specie ha il fiore con un solo pistillo, ciò che la contraddistingue dalle altre congeneri).
Sinonimi: Crataegus benearnensis Gand., Crataegus lapeyrousii Gand., Crataegus podophylla Gand., Crataegus schisticola Gand., Crataegus septempartita Pojark., Mespilus monogyna (Jacq.) All. var. trifida Wallr., Mespilus oxyacantha (L.) Desf. var. apiifolia Mutel.
Nomi volgari: Azzaruolo comune, Biancospino comune (italiano). Liguria: Spin giancu, Mejette. Piemonte: Boss bianch, Poterle, Corputella. Lombardia: Buslin, Spi bianch, Pà d’asen; Buslei (Pavia); Pappa di volpe (Valtellina). Veneto: Marendola, Pan de mio, Spin d’ora. Friuli: Barazz blanch, Peruzzar. Emilia-Romagna: Boch, Chegapoi, Maruga bianca. Toscana: Pruno agazzino, Lazzerolo selvatico, Bagaja. Marche: Maggio, Cerasola. Umbria: Spino da siepi. Abruzzi: Spinapulce. Campania: Spinazzo, Calavrice. Basilicata: Cuscio-lino. Puglia: Scarapurcio, Calanice; Calaprice, Calavrice (Lecce); Scarapuccio (Barletta). Sicilia: Spina sar-vaggia; Zisima sarvaggia (Etna). Sardegna: Calarighe.
Forma biologica e di crescita: fanerofita caducifoglia.
Tipo corologico: Europa, Asia occidentale, con un areale che si estende dalla Scandinavia alle regioni mediterranee e dalla Penisola Iberica fino all’Himalaya.
Fenologia: fiore: V-VI, frutto: IX-X.
Limiti altitudinali: dal piano a 1200 m di altitudine; nelle regioni più calde arriva anche a 1500 m.
Abbondanza relativa e distribuzione geografica in Italia: nel nostro Paese è presente su tutto il territorio.
Habitus: è una pianta che si presenta normalmente come un arbusto (3-5 m) ma talvolta raggiunge le dimensioni di un albero (fino a 8-10 m) negli esemplari (rari) arborei a chioma globosa; fusto generalmente contorto e sinuoso, molto ramificato e/o diviso alla base degli esemplari cespugliosi o nella parte medio alta in quelli arborei, con presenza lungo i rami di numerose ed aguzze spine. La corteccia è brunastra ocracea e si sfalda a placche nei vecchi esemplari. Nelle piante giovani la corteccia è grigiastra e liscia.
Foglie: le foglie, alterne, glabre o con pubescenza variabile, verde scuro lucido sulla pagina superiore, più chiare su quella inferiore, sono di dimensioni di circa 5 x 4 cm, hanno contorno ovale, alla base si restringono gradatamente in forma di cuneo e terminano in un picciolo corto; sono più o meno incise in 3-7 (talvolta 7) lobi profondamente incisi, soprattutto quelli esterni; i bordi apicali presentano denti ben evidenti, mentre i laterali sono lisci.
Fiore: fiori ermafroditi, caratterizzati da un profumo con sentore di amaro (vedi oltre), sono portati da peduncoli pubescenti (1-3 cm) riuniti in infiorescenze a ombrella o a corimbo di circa 3-8 unità su rami dell’anno precedente ed hanno un diametro di 10-15 mm; i petali sono arrotondati, di colore bianco, raramente rosa pallido, lunghi circa 5 mm, glabri; calice gamosepalo che si allarga verso l’alto, lungo due volte la larghezza; sepali 5, verde chiaro, pubescenti, riuniti alla base e terminanti con filamenti allungati e triangolari assieme al ricettacolo, precocemente riflessi; gli stami sono numerosi (anche oltre 20) disposti sul margine del ricettacolo, con filamenti biancastri ed antere beige o marrone chiaro; ovario uniloculare, glabro, con un solo stilo, con stigma appiattito.
Frutto: piccolo “pomo” ovoidale o subgloboso con i resti del calice, a polpa bianca e farinosa dal sapore dolciastro, ovoidale, lungo 1 cm, rosso a maturità. Molto appetiti dagli uccelli che, nutrendosene, contribuiscono alla riproduzione della specie con la dispersione dei semi.
Semi: nocciolo duro e rotondo.
Polline: granuli pollinici monadi, radiosimmetrici, isopolari; perimetro in visione polare subtriangolari, pticotremi, in visione equatoriale: circolari 47%, subcircolari 30%, ovali 23%; forma: oblato sferoidali 37%, prolato sferoidali 40%, subprolati 23%; trizonocolporoidati; aperture: colpi, a clessidra, ristretti nella zona mediana; esina: subtectata, finemente reticolata, psilata; dimensioni: asse polare 40 (36) 32 mµ, asse equatoriale 39 (34) 29 mµ. L’impollinazione è entomofila.
Numero cromosomico: 2n = 32 (34, 51).
Sottospecie e/o varietà: da alcuni autori, come il Baroni, questa specie è data come varietà del Crataegus oxyacantha L. Altri autori ancora oggi dividono questa specie in due sottospecie: Crataegus monogyna Jacq. ssp. monogyna, che presenta rami giovani, foglie, sepali fino al picciolo praticamente glabri; Crataegus monogyna Jacq. ssp. azarella (Griseb.) Franco, che è ben più pubescente anche in questi elementi. Secondo altri autori, tra i quali il Pignatti (F.I. 1982), non si tratterebbe di sottospecie ma di vere e proprie specie la cui distinzione ha sempre provocato problemi di classificazione poiché presentano una variabilità notevole. Gli unici caratteri veramente distintivi tra le due specie sarebbero il numero di stili e quindi dei semi e la dentellatura dei lobi. Le cose sarebbero poi ulteriormente complicate dalle facili ibridazioni.
In coltivazione esistono diverse varietà: “Pendula”, con ramificazioni pendenti; “Pendula rosea”, a fiori rosa e ramificazioni pendenti; “Semperflorens” (= “Bruantii”), a crescita molto lenta, portamento basso e fioritura fino all’autunno senza interruzione; “Praecox”, che fiorisce e mette le foglie in inverno; “Stricta” (= “Pyramidalis”), con portamento eretto e colonnare; “Rosea”, a fiori rosa e petali con unghia bianca; “Albo-plena”, con fiori bianchi doppi; “Rubro-plena”, con fiori rossi doppi; “Laciniata”, con foglie profondamente incise; “Ferox” (= “Horrida”), adatta per le siepi, con i rami coperti di fasci di brevi e solide spine; “Inermis”, priva di spine.
Sinonimi: Crataegus benearnensis Gand., Crataegus lapeyrousii Gand., Crataegus podophylla Gand., Crataegus schisticola Gand., Crataegus septempartita Pojark., Mespilus monogyna (Jacq.) All. var. trifida Wallr., Mespilus oxyacantha (L.) Desf. var. apiifolia Mutel.
Nomi volgari: Azzaruolo comune, Biancospino comune (italiano). Liguria: Spin giancu, Mejette. Piemonte: Boss bianch, Poterle, Corputella. Lombardia: Buslin, Spi bianch, Pà d’asen; Buslei (Pavia); Pappa di volpe (Valtellina). Veneto: Marendola, Pan de mio, Spin d’ora. Friuli: Barazz blanch, Peruzzar. Emilia-Romagna: Boch, Chegapoi, Maruga bianca. Toscana: Pruno agazzino, Lazzerolo selvatico, Bagaja. Marche: Maggio, Cerasola. Umbria: Spino da siepi. Abruzzi: Spinapulce. Campania: Spinazzo, Calavrice. Basilicata: Cuscio-lino. Puglia: Scarapurcio, Calanice; Calaprice, Calavrice (Lecce); Scarapuccio (Barletta). Sicilia: Spina sar-vaggia; Zisima sarvaggia (Etna). Sardegna: Calarighe.
Forma biologica e di crescita: fanerofita caducifoglia.
Tipo corologico: Europa, Asia occidentale, con un areale che si estende dalla Scandinavia alle regioni mediterranee e dalla Penisola Iberica fino all’Himalaya.
Fenologia: fiore: V-VI, frutto: IX-X.
Limiti altitudinali: dal piano a 1200 m di altitudine; nelle regioni più calde arriva anche a 1500 m.
Abbondanza relativa e distribuzione geografica in Italia: nel nostro Paese è presente su tutto il territorio.
Habitus: è una pianta che si presenta normalmente come un arbusto (3-5 m) ma talvolta raggiunge le dimensioni di un albero (fino a 8-10 m) negli esemplari (rari) arborei a chioma globosa; fusto generalmente contorto e sinuoso, molto ramificato e/o diviso alla base degli esemplari cespugliosi o nella parte medio alta in quelli arborei, con presenza lungo i rami di numerose ed aguzze spine. La corteccia è brunastra ocracea e si sfalda a placche nei vecchi esemplari. Nelle piante giovani la corteccia è grigiastra e liscia.
Foglie: le foglie, alterne, glabre o con pubescenza variabile, verde scuro lucido sulla pagina superiore, più chiare su quella inferiore, sono di dimensioni di circa 5 x 4 cm, hanno contorno ovale, alla base si restringono gradatamente in forma di cuneo e terminano in un picciolo corto; sono più o meno incise in 3-7 (talvolta 7) lobi profondamente incisi, soprattutto quelli esterni; i bordi apicali presentano denti ben evidenti, mentre i laterali sono lisci.
Fiore: fiori ermafroditi, caratterizzati da un profumo con sentore di amaro (vedi oltre), sono portati da peduncoli pubescenti (1-3 cm) riuniti in infiorescenze a ombrella o a corimbo di circa 3-8 unità su rami dell’anno precedente ed hanno un diametro di 10-15 mm; i petali sono arrotondati, di colore bianco, raramente rosa pallido, lunghi circa 5 mm, glabri; calice gamosepalo che si allarga verso l’alto, lungo due volte la larghezza; sepali 5, verde chiaro, pubescenti, riuniti alla base e terminanti con filamenti allungati e triangolari assieme al ricettacolo, precocemente riflessi; gli stami sono numerosi (anche oltre 20) disposti sul margine del ricettacolo, con filamenti biancastri ed antere beige o marrone chiaro; ovario uniloculare, glabro, con un solo stilo, con stigma appiattito.
Frutto: piccolo “pomo” ovoidale o subgloboso con i resti del calice, a polpa bianca e farinosa dal sapore dolciastro, ovoidale, lungo 1 cm, rosso a maturità. Molto appetiti dagli uccelli che, nutrendosene, contribuiscono alla riproduzione della specie con la dispersione dei semi.
Semi: nocciolo duro e rotondo.
Polline: granuli pollinici monadi, radiosimmetrici, isopolari; perimetro in visione polare subtriangolari, pticotremi, in visione equatoriale: circolari 47%, subcircolari 30%, ovali 23%; forma: oblato sferoidali 37%, prolato sferoidali 40%, subprolati 23%; trizonocolporoidati; aperture: colpi, a clessidra, ristretti nella zona mediana; esina: subtectata, finemente reticolata, psilata; dimensioni: asse polare 40 (36) 32 mµ, asse equatoriale 39 (34) 29 mµ. L’impollinazione è entomofila.
Numero cromosomico: 2n = 32 (34, 51).
Sottospecie e/o varietà: da alcuni autori, come il Baroni, questa specie è data come varietà del Crataegus oxyacantha L. Altri autori ancora oggi dividono questa specie in due sottospecie: Crataegus monogyna Jacq. ssp. monogyna, che presenta rami giovani, foglie, sepali fino al picciolo praticamente glabri; Crataegus monogyna Jacq. ssp. azarella (Griseb.) Franco, che è ben più pubescente anche in questi elementi. Secondo altri autori, tra i quali il Pignatti (F.I. 1982), non si tratterebbe di sottospecie ma di vere e proprie specie la cui distinzione ha sempre provocato problemi di classificazione poiché presentano una variabilità notevole. Gli unici caratteri veramente distintivi tra le due specie sarebbero il numero di stili e quindi dei semi e la dentellatura dei lobi. Le cose sarebbero poi ulteriormente complicate dalle facili ibridazioni.
In coltivazione esistono diverse varietà: “Pendula”, con ramificazioni pendenti; “Pendula rosea”, a fiori rosa e ramificazioni pendenti; “Semperflorens” (= “Bruantii”), a crescita molto lenta, portamento basso e fioritura fino all’autunno senza interruzione; “Praecox”, che fiorisce e mette le foglie in inverno; “Stricta” (= “Pyramidalis”), con portamento eretto e colonnare; “Rosea”, a fiori rosa e petali con unghia bianca; “Albo-plena”, con fiori bianchi doppi; “Rubro-plena”, con fiori rossi doppi; “Laciniata”, con foglie profondamente incise; “Ferox” (= “Horrida”), adatta per le siepi, con i rami coperti di fasci di brevi e solide spine; “Inermis”, priva di spine.
L’ibrido più utilizzato dai floricoltori è il Crataegus x macrocarpa (Crataegus monogyna x Crataegus laevigata = Crataegus x media) dal quale sono state ottenute diverse cultivar compresa la più popolare “Paul’s Scarlet” con fiori doppi rosa scuro.
Habitat ed ecologia: comune nelle radure, al limitare del bosco ma anche nel piano dominato dalle foreste ad alto fusto, nelle coste assolate che tende a colonizzare. Vegeta per lo più isolato o a piccoli gruppi avendo una preferenza per i suoli calcarei e le zone in pieno sole, anche se cresce bene in tutti i tipi di terreno.
Syntaxon (syntaxa) di riferimento: Prunetalia spinosae
Life-strategy (sensu Grime & Co.): Competitive (C) + Stress tolleranti (S).
IUCN: N.A.
Farmacopea: i fiori, i frutti e, secondo alcuni Autori, ma con minore efficacia, la corteccia di Biancospino, sono usati in terapia. I fiori contengono, oltre ad un olio etereo (0,157%), quercitrina, quercetina e, nella fase giovanile, trimetilammina; i frutti, vari acidi organici, zucchero, un lattone crategico che avrebbe i caratteri farmacologici delle saponine ed in base alle ricerche recenti esisterebbe anche nei fiori e rappresenterebbe il principio attivo, una sostanza gialla liposolubile, cera e, nei semi, un glucoside cianidrico; la corteccia pure parecchi acidi, un principio amaro (crategina), sostanze tanniche, zuccheri e, nei rami giovani, pure un glucoside cianogenetico (oxyacantina).
L’azione antispasmodica di questa pianta è già accennata negli scritti di qualche antico medico e si esercita sul cuore e sui vasi, attraverso il sistema simpatico; per essa la pulsazione cardiaca e la pressione sanguigna vengono moderate e regolate ed è possibile ottenere così servizi preziosi negli accessi anginosi, nelle nevrosi cardiache, nelle affezioni aortiche, nelle lesioni accompagnate da un’alta pressione endovasale, nei disturbi spastici alle estremità inferiori e nelle vene varicose. La droga non è tossica, non ha azione cumulativa e può sostituire l’azione della digitale quando questa è mal tollerata; soltanto superando le dosi prescritte di tintura si provoca uno stato di sonnolenza, accompagnato da un accentuato rallentamento del polso e, solo per iniezione endovenosa, si può provocare una paralisi del centro respiratorio e del cuore. Con lo stabilirsi di condizioni circolatorie migliori, anche l’eccitabilità del sistema nervoso viene diminuita con sensibile sollievo, sia degli arteriosclerotici resi eccessivamente emotivi dal loro eretismo vascolare, sia delle donne sofferenti di disturbi circolatori coincidenti con l’età critica.
L’esperienza clinica deporrebbe anche per l’esistenza di un’azione sedativa diretta del sistema nervoso in pazienti che soffrono di insonnia, vertigini, accessi d’angoscia, ronzii alle orecchie non imputabili alle condizioni del loro sistema cardiovascolare. Quantunque l’azione del Biancospino dimostri una notevole somiglianza con quella della digitale, essa deve essere considerata come nettamente inferiore a quest’ultima nei riguardi dell’influenza sul tono cardiaco e non provoca la diuresi: è invece superiore per quanto riguarda l’irrorazione sanguina dei tessuti, per l’influenza benefica sui fenomeni di senilità e di ipertonia, provocando, tuttavia, in quest’ultimo caso, piuttosto un miglioramento dei disturbi generici che un netto abbassamento della pressione (Conci).
Si usano comunemente l’infuso di fiori o gli estratti; meglio ancora la tintura alcoolica dei frutti secchi e polverizzati. La droga, come detto, è innocua, tuttavia, poiché la sua azione si rivolge particolarmente a disturbi dell’apparato circolatorio, va usata con l’approvazione del medico.
Il decotto dei frutti e della corteccia o l’infuso dei fiori sono utili antiinfiammatori delle mucose della bocca e delle gengive; si utilizzano mediante sciacqui e gargarismi.
Per uso cosmetico recenti ricerche hanno dimostrato un’azione astringente e rinormalizzante cutanea dei fiori e delle foglie di Biancospino sulle pelli grasse.
Usi: il Biancospino è una specie utilizzata in Italia allo stato puro o frammista ad altre essenze per la formazione di siepi autoctone di delimitazione. Tali siepi sono oggi rivalutate e ritenute importanti anche come zone rifugio per molti organismi utili (insetti, piccoli mammiferi, anfibi e uccelli onnivori o insettivori), che trovano nella siepe riparo e alimento nelle fioriture (insetti) e per le bacche (uccelli), secondo le metodologie protettive di lotta biologica. Queste siepi sono diffuse nelle campagne per i suddetti motivi (anche se l’agricoltura intensiva degli anni ’60-’70 del secolo scorso tendeva ad eliminarle in quanto considerate un ostacolo), meno nelle città. Negli ultimi anni, anche per la variazione delle tecniche agricole e il “nuovo modo” di progettare gli spazi verdi, si assiste ad una rivalutazione e ad un crescente interesse per le specie autoctone, di cui il Biancospino è senz’altro il maggiore rappresentante.
E’ una specie eliofila, anche se sopporta un parziale ombreggiamento; molto rustica, adattandosi a molti tipi di clima e di terreno, con predilezione per quelli argillosi e calcarei, mediamente profondi. Per alcune soluzioni o modificazioni naturali può essere allevato ad alberello e utilizzato come esemplare isolato o in filari; in ogni caso gli alberelli sono abbastanza irregolari e di lenta crescita. Il Biancospino può essere utilizzato sia per formare siepi pure, sia per costituire siepi miste insieme al Prugnolo (Prunus spinosa L.), al Cornus (Cornus mas L., Cornus sanguinea L.), all’Acero campestre (Acer campestre L.), alla Roverella (Quercus pubescens Willd.), all’Evonimo europeo (Euonymus europaeus L.), ecc. (tipiche siepi miste della Pianura padana). E’ una pianta utilizzata sia in interventi di riedificazione ambientale, sia come essenza ornamentale nei parchi e nei giardini urbani per la sua adattabilità e resistenza alle condizioni avverse (anche agli inquinanti).
Favorisce la ricostituzione del manto vegetale arboreo dove manca. Infatti, grazie alle sue doti di pianta pioniera, è tra le prime ad occupare le radure e a migliorare il terreno.
Il Biancospino trova impiego anche come portainnesto dell’Azzaruolo (Crataegus azarolus L.) e del Nespolo (Mespilus germanica L.). Il legno, duro e resistente, quando il tronco della pianta abbia raggiunto un sufficiente diametro, è molto ricercato da falegnami e tornitori. Da noi, tuttavia, il Biancospino è utilizzato principalmente come combustibile e per la produzione di ottima carbonella.
Soprattutto in Germania, dove è difficile trovare una vetrina di droghiere o di farmacista dove non sia esposta una bottiglia di elisir a base di Biancospino, i fiori sono utilizzati, assieme ad altre erbe, per la preparazione di tisane in bustina bevute in sostituzione del tè.
I frutti, ricchi di vitamina C, sono stati usati con certezza in passato; infatti sono stati rinvenuti numerosi semi nei pressi di abitazioni preistoriche; in un passato più recente, la polpa veniva mescolata al pane per conferirgli sapore e morbidezza. Attualmente, assieme al miele, viene usata come integratore alimentare.
Avversità: il Biancospino può essere soggetto alle seguenti avversità dovute a parassiti animali: galle fogliari dovute all’afide galligeno Dysaphis crataegi; larva defogliatrice “ragna delle Rosacee” Hyponomeuta padellus (gravi defogliazioni e vistosi nidi a ragnatela); vari lepidotteri defogliatori allo stadio larvale; cicalina fogliare che determina la formazione di tacche decolorate sulle foglie; danni ai germogli dovuti all’afide verde (Aphis pomi); danni alla vegetazione con argentature fogliari e filloptosi dovute al tingide Stephanytis pyri; infestazioni da parte della Metcalfa pruinosa; tipiche bronzature fogliari e filloptosi dovute a infestazioni da ragnetto rosso (T. urticae, P. ulmi).
Gli agenti di malattia (funghi, batteri ed entità infettive) sono: marciume radicale di origine fungina da Armillaria mellea; mal bianco o oidio alle foglie provocato dal fungo Phyllactinia guttata; ticchiolatura fogliare (macchie fuligginose sulle foglie) provocate dal fungo Venturia crataegi; ruggine fogliare (pustole giallo arancio sotto le foglie) provocate dal fungo Gymnosporangium clavariaeforme; la pericolosissima batteriosi “colpo di fuoco batterico” da Erwinia amylovora che provoca arrossamenti necrotici alla vegetazione e rapida morte delle piante, il Biancospino, peraltro, è molto sensibile a questa malattia; tumore batterico del colletto e delle radici da Agrobacterium tumefaciens.
Curiosità: qualche specialista di cespugli, come il Boerner, tratta il Biancospino comune con una certa sufficienza e lo sconsiglia per il giardino perché «i fiori emanano cattivo odore e sui suoi rami vivono molti insetti che possono emigrare sui nostri alberi da frutto e causare molti danni», e, a proposito del cattivo odore, l’Enciclopedia Britannica scrive che «i fiori del Biancospino emanano un leggero odore di pesce marcio». In realtà, quello che appare ad alcuni un odore poco gradevole è dovuto al contenuto della trimetilammina.
Nel Medioevo si pensava fosse utile al trattamento e cura della lebbra; il decotto di foglie e fiori unitamente alle ceneri del suo legno venivano applicati sulle ulcere epidermiche.
Il Biancospino legato alla leggenda del miracolo di Giuseppe d’Arimatea (vedi oltre) è la specie chiamata Crataegus monogyna varietà praecox, coltivata in moltissimi giardini inglesi e che fiorisce e mette foglie in inverno. Famosi sono quelli di Glastonbury, ricordati anche dal verso di Tennyson: «To Glastonbury, where the winter thorn blossoms at Christmas, mindful of our Lord» (A Glastonbury, dove lo spino d’inverno [Biancospino] fiorisce a Natale, memore di Nostro Signore).
Leggende: per i Celti il mese dell’anno che cadeva fra la metà di maggio e la prima decade di giugno era dedicato al Biancospino. I Romani lo chiamavano alba spina (spina bianca).
Il Biancospino ha ispirato agli Inglesi una leggenda che vede come protagonista Giuseppe d’Arimatea, il membro del Sinedrio che non aveva votato la condanna di Gesù e dopo la sua morte ne aveva chiesto il corpo a Pilato per seppellirlo. Fu lui a raccogliere il sangue del Cristo crocifisso in un calice che era servito per l’Ultima Cena, noto come il Santo Graal. Dopodiché, partito per la Britannia, sbarcò nell’isola, piantò a Glastonbury il suo bastone dal quale fiorì un Biancospino. Accanto ad esso Giuseppe costruì la prima chiesa d’Inghilterra. Da quel momento la pianta fioriva ogni anno la vigilia di Natale, e il giorno seguente un suo ramo veniva portato al re e alla regina d’Inghilterra. Quell’arbusto, che nel 1649 fu sradicato dai puritani di Cromwell, per la Chiesa cristiana rappresentava la Vergine dei Sette Dolori perché si diceva che i fiori erano bianchi come la sua Immacolata Concezione, gli stami rossi come le gocce di sangue del Cristo versate sulla Croce e i rami spinosi (come quelli di tante altre piante, a seconda delle leggende e credenze; questa è celtica) erano serviti per la corona di spine.
La consacrazione del Biancospino alla Madonna è la cristianizzazione di una tradizione pagana. I Romani avevano dedicato l’albero alla dea Maia che regnava sul mese di maggio e imponeva la castità, essendo quello il mese delle purificazioni. Perciò di maggio si sconsigliavano le nozze e se proprio non si poteva fare diversamente si accendevano cinque torce di Biancospino fiorito per placare la dea.
Tra le tante leggende e superstizioni nordiche come quella citata della corona di spine di Gesù Cristo, una cupa, anglosassone, vuole che portare in casa rami fioriti di Biancospino significhi morti in famiglia.
Un’altra leggenda, francese, vuole che il giorno del Venerdì Santo il legno del Biancospino emetta gemiti e lamenti. I greci, meno tristi, più felici e certamente più aderenti al valore della pianta nel ciclo stagionale, consideravano il Biancospino l’emblema della speranza e facevano grande uso dei suoi rami fioriti durante le processioni nuziali, adornando con essi gli altari della dea Imene.
Bibliografia:
AICHELE D., GOLTE-BECHTLE M., Che fiore è questo? Edizione Club degli Editori, Milano.
Syntaxon (syntaxa) di riferimento: Prunetalia spinosae
Life-strategy (sensu Grime & Co.): Competitive (C) + Stress tolleranti (S).
IUCN: N.A.
Farmacopea: i fiori, i frutti e, secondo alcuni Autori, ma con minore efficacia, la corteccia di Biancospino, sono usati in terapia. I fiori contengono, oltre ad un olio etereo (0,157%), quercitrina, quercetina e, nella fase giovanile, trimetilammina; i frutti, vari acidi organici, zucchero, un lattone crategico che avrebbe i caratteri farmacologici delle saponine ed in base alle ricerche recenti esisterebbe anche nei fiori e rappresenterebbe il principio attivo, una sostanza gialla liposolubile, cera e, nei semi, un glucoside cianidrico; la corteccia pure parecchi acidi, un principio amaro (crategina), sostanze tanniche, zuccheri e, nei rami giovani, pure un glucoside cianogenetico (oxyacantina).
L’azione antispasmodica di questa pianta è già accennata negli scritti di qualche antico medico e si esercita sul cuore e sui vasi, attraverso il sistema simpatico; per essa la pulsazione cardiaca e la pressione sanguigna vengono moderate e regolate ed è possibile ottenere così servizi preziosi negli accessi anginosi, nelle nevrosi cardiache, nelle affezioni aortiche, nelle lesioni accompagnate da un’alta pressione endovasale, nei disturbi spastici alle estremità inferiori e nelle vene varicose. La droga non è tossica, non ha azione cumulativa e può sostituire l’azione della digitale quando questa è mal tollerata; soltanto superando le dosi prescritte di tintura si provoca uno stato di sonnolenza, accompagnato da un accentuato rallentamento del polso e, solo per iniezione endovenosa, si può provocare una paralisi del centro respiratorio e del cuore. Con lo stabilirsi di condizioni circolatorie migliori, anche l’eccitabilità del sistema nervoso viene diminuita con sensibile sollievo, sia degli arteriosclerotici resi eccessivamente emotivi dal loro eretismo vascolare, sia delle donne sofferenti di disturbi circolatori coincidenti con l’età critica.
L’esperienza clinica deporrebbe anche per l’esistenza di un’azione sedativa diretta del sistema nervoso in pazienti che soffrono di insonnia, vertigini, accessi d’angoscia, ronzii alle orecchie non imputabili alle condizioni del loro sistema cardiovascolare. Quantunque l’azione del Biancospino dimostri una notevole somiglianza con quella della digitale, essa deve essere considerata come nettamente inferiore a quest’ultima nei riguardi dell’influenza sul tono cardiaco e non provoca la diuresi: è invece superiore per quanto riguarda l’irrorazione sanguina dei tessuti, per l’influenza benefica sui fenomeni di senilità e di ipertonia, provocando, tuttavia, in quest’ultimo caso, piuttosto un miglioramento dei disturbi generici che un netto abbassamento della pressione (Conci).
Si usano comunemente l’infuso di fiori o gli estratti; meglio ancora la tintura alcoolica dei frutti secchi e polverizzati. La droga, come detto, è innocua, tuttavia, poiché la sua azione si rivolge particolarmente a disturbi dell’apparato circolatorio, va usata con l’approvazione del medico.
Il decotto dei frutti e della corteccia o l’infuso dei fiori sono utili antiinfiammatori delle mucose della bocca e delle gengive; si utilizzano mediante sciacqui e gargarismi.
Per uso cosmetico recenti ricerche hanno dimostrato un’azione astringente e rinormalizzante cutanea dei fiori e delle foglie di Biancospino sulle pelli grasse.
Usi: il Biancospino è una specie utilizzata in Italia allo stato puro o frammista ad altre essenze per la formazione di siepi autoctone di delimitazione. Tali siepi sono oggi rivalutate e ritenute importanti anche come zone rifugio per molti organismi utili (insetti, piccoli mammiferi, anfibi e uccelli onnivori o insettivori), che trovano nella siepe riparo e alimento nelle fioriture (insetti) e per le bacche (uccelli), secondo le metodologie protettive di lotta biologica. Queste siepi sono diffuse nelle campagne per i suddetti motivi (anche se l’agricoltura intensiva degli anni ’60-’70 del secolo scorso tendeva ad eliminarle in quanto considerate un ostacolo), meno nelle città. Negli ultimi anni, anche per la variazione delle tecniche agricole e il “nuovo modo” di progettare gli spazi verdi, si assiste ad una rivalutazione e ad un crescente interesse per le specie autoctone, di cui il Biancospino è senz’altro il maggiore rappresentante.
E’ una specie eliofila, anche se sopporta un parziale ombreggiamento; molto rustica, adattandosi a molti tipi di clima e di terreno, con predilezione per quelli argillosi e calcarei, mediamente profondi. Per alcune soluzioni o modificazioni naturali può essere allevato ad alberello e utilizzato come esemplare isolato o in filari; in ogni caso gli alberelli sono abbastanza irregolari e di lenta crescita. Il Biancospino può essere utilizzato sia per formare siepi pure, sia per costituire siepi miste insieme al Prugnolo (Prunus spinosa L.), al Cornus (Cornus mas L., Cornus sanguinea L.), all’Acero campestre (Acer campestre L.), alla Roverella (Quercus pubescens Willd.), all’Evonimo europeo (Euonymus europaeus L.), ecc. (tipiche siepi miste della Pianura padana). E’ una pianta utilizzata sia in interventi di riedificazione ambientale, sia come essenza ornamentale nei parchi e nei giardini urbani per la sua adattabilità e resistenza alle condizioni avverse (anche agli inquinanti).
Favorisce la ricostituzione del manto vegetale arboreo dove manca. Infatti, grazie alle sue doti di pianta pioniera, è tra le prime ad occupare le radure e a migliorare il terreno.
Il Biancospino trova impiego anche come portainnesto dell’Azzaruolo (Crataegus azarolus L.) e del Nespolo (Mespilus germanica L.). Il legno, duro e resistente, quando il tronco della pianta abbia raggiunto un sufficiente diametro, è molto ricercato da falegnami e tornitori. Da noi, tuttavia, il Biancospino è utilizzato principalmente come combustibile e per la produzione di ottima carbonella.
Soprattutto in Germania, dove è difficile trovare una vetrina di droghiere o di farmacista dove non sia esposta una bottiglia di elisir a base di Biancospino, i fiori sono utilizzati, assieme ad altre erbe, per la preparazione di tisane in bustina bevute in sostituzione del tè.
I frutti, ricchi di vitamina C, sono stati usati con certezza in passato; infatti sono stati rinvenuti numerosi semi nei pressi di abitazioni preistoriche; in un passato più recente, la polpa veniva mescolata al pane per conferirgli sapore e morbidezza. Attualmente, assieme al miele, viene usata come integratore alimentare.
Avversità: il Biancospino può essere soggetto alle seguenti avversità dovute a parassiti animali: galle fogliari dovute all’afide galligeno Dysaphis crataegi; larva defogliatrice “ragna delle Rosacee” Hyponomeuta padellus (gravi defogliazioni e vistosi nidi a ragnatela); vari lepidotteri defogliatori allo stadio larvale; cicalina fogliare che determina la formazione di tacche decolorate sulle foglie; danni ai germogli dovuti all’afide verde (Aphis pomi); danni alla vegetazione con argentature fogliari e filloptosi dovute al tingide Stephanytis pyri; infestazioni da parte della Metcalfa pruinosa; tipiche bronzature fogliari e filloptosi dovute a infestazioni da ragnetto rosso (T. urticae, P. ulmi).
Gli agenti di malattia (funghi, batteri ed entità infettive) sono: marciume radicale di origine fungina da Armillaria mellea; mal bianco o oidio alle foglie provocato dal fungo Phyllactinia guttata; ticchiolatura fogliare (macchie fuligginose sulle foglie) provocate dal fungo Venturia crataegi; ruggine fogliare (pustole giallo arancio sotto le foglie) provocate dal fungo Gymnosporangium clavariaeforme; la pericolosissima batteriosi “colpo di fuoco batterico” da Erwinia amylovora che provoca arrossamenti necrotici alla vegetazione e rapida morte delle piante, il Biancospino, peraltro, è molto sensibile a questa malattia; tumore batterico del colletto e delle radici da Agrobacterium tumefaciens.
Curiosità: qualche specialista di cespugli, come il Boerner, tratta il Biancospino comune con una certa sufficienza e lo sconsiglia per il giardino perché «i fiori emanano cattivo odore e sui suoi rami vivono molti insetti che possono emigrare sui nostri alberi da frutto e causare molti danni», e, a proposito del cattivo odore, l’Enciclopedia Britannica scrive che «i fiori del Biancospino emanano un leggero odore di pesce marcio». In realtà, quello che appare ad alcuni un odore poco gradevole è dovuto al contenuto della trimetilammina.
Nel Medioevo si pensava fosse utile al trattamento e cura della lebbra; il decotto di foglie e fiori unitamente alle ceneri del suo legno venivano applicati sulle ulcere epidermiche.
Il Biancospino legato alla leggenda del miracolo di Giuseppe d’Arimatea (vedi oltre) è la specie chiamata Crataegus monogyna varietà praecox, coltivata in moltissimi giardini inglesi e che fiorisce e mette foglie in inverno. Famosi sono quelli di Glastonbury, ricordati anche dal verso di Tennyson: «To Glastonbury, where the winter thorn blossoms at Christmas, mindful of our Lord» (A Glastonbury, dove lo spino d’inverno [Biancospino] fiorisce a Natale, memore di Nostro Signore).
Leggende: per i Celti il mese dell’anno che cadeva fra la metà di maggio e la prima decade di giugno era dedicato al Biancospino. I Romani lo chiamavano alba spina (spina bianca).
Il Biancospino ha ispirato agli Inglesi una leggenda che vede come protagonista Giuseppe d’Arimatea, il membro del Sinedrio che non aveva votato la condanna di Gesù e dopo la sua morte ne aveva chiesto il corpo a Pilato per seppellirlo. Fu lui a raccogliere il sangue del Cristo crocifisso in un calice che era servito per l’Ultima Cena, noto come il Santo Graal. Dopodiché, partito per la Britannia, sbarcò nell’isola, piantò a Glastonbury il suo bastone dal quale fiorì un Biancospino. Accanto ad esso Giuseppe costruì la prima chiesa d’Inghilterra. Da quel momento la pianta fioriva ogni anno la vigilia di Natale, e il giorno seguente un suo ramo veniva portato al re e alla regina d’Inghilterra. Quell’arbusto, che nel 1649 fu sradicato dai puritani di Cromwell, per la Chiesa cristiana rappresentava la Vergine dei Sette Dolori perché si diceva che i fiori erano bianchi come la sua Immacolata Concezione, gli stami rossi come le gocce di sangue del Cristo versate sulla Croce e i rami spinosi (come quelli di tante altre piante, a seconda delle leggende e credenze; questa è celtica) erano serviti per la corona di spine.
La consacrazione del Biancospino alla Madonna è la cristianizzazione di una tradizione pagana. I Romani avevano dedicato l’albero alla dea Maia che regnava sul mese di maggio e imponeva la castità, essendo quello il mese delle purificazioni. Perciò di maggio si sconsigliavano le nozze e se proprio non si poteva fare diversamente si accendevano cinque torce di Biancospino fiorito per placare la dea.
Tra le tante leggende e superstizioni nordiche come quella citata della corona di spine di Gesù Cristo, una cupa, anglosassone, vuole che portare in casa rami fioriti di Biancospino significhi morti in famiglia.
Un’altra leggenda, francese, vuole che il giorno del Venerdì Santo il legno del Biancospino emetta gemiti e lamenti. I greci, meno tristi, più felici e certamente più aderenti al valore della pianta nel ciclo stagionale, consideravano il Biancospino l’emblema della speranza e facevano grande uso dei suoi rami fioriti durante le processioni nuziali, adornando con essi gli altari della dea Imene.
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