Cydonia oblonga Mill.
(a cura di Giuseppe Laino)
Etimologia: l’epiteto del genere deriva dal latino cydoneus e cydonius = “cotogno, mela cotogna” derivante da Cydonea e Cydonia = “Cidonia”, antica città dell’isola di Creta. I Romani chiamavano la pianta “mela di Cidonia”. L’epiteto specifico deriva dal latino oblongus = “piuttosto lungo, allungato, oblungo” (con allusione alla forma del frutto).
Sinonimi: Cydonia maliformis Mill., Cydonia vulgaris Delarbre, Pyrus cydonia, L.
Nomi volgari: Cidonia, Cotogno, Melo cotogno (italiano). Liguria: Codoniè, Coudrun; Marchioe (San Remo); Marcuroegnu (San Cipriano); Mei cutognu (Chiavari); Meo codogn, Meo cotogn, Peo codogn (Genova); Peo cugoegnu (Ventimiglia); Pomu cutugnu (Sarzana). Piemonte: Pom codogn, Pum codogn; Cutogn (Novara); Mei cone (Carpeneto); Termi (Asti). Lombardia: Pomm codogn.Veneto: Codognar (Verona); Codognaro, Codogno (Venezia); Codogner, Pomm codoin (Treviso). Friuli: Codognar, Miluzz codogn. Emilia-Romagna: Mei cudogn (Romagna); Meila godagna (Bologna); Peir codogn, Pomm codogn (Reggio); Pom doegn (Modena). Toscana: Cotogno, Mela punica, Melo cotogno, Pero cotogno, Pomo cotogno. Lazio: Mela cotogna (Roma). Abruzzi: Chetogne, Mela chetogne. Campania: Cotugno (Ischia). Basilicata: Cotugno, Milo cotugno. Sicilia: Cutugnu. Sardegna: Mela tintingia, Mela chidonza, Mela chitogna, Mela tidongia, Mela tirongia, Pira chidonza; Chintonza, Mela chintonza (Orosei); Cudom (Alghero); Mela idonza (Olzai); Pirongia (Cagliari).
Forma biologica e di crescita: fanerofita caducifoglia.
Tipo corologico: Asia Occidentale, dove cresce spontanea in Turchia, in Iran e Turkestan. È una delle più antiche piante da frutto conosciute: era coltivato già 4.000 anni fa dai Babilonesi. I Romani, che apprezzavano e usavano molto tale frutto, ne estesero la coltivazione nelle regioni europee.
Fenologia: fiore: V, frutto: IX-X.
Limiti altitudinali: dal mare alla zona submontana fino a 700 m; raggiunge, in alcuni casi, 1.000 m di altitudine.
Abbondanza relativa e distribuzione geografica in Italia: nel nostro Paese un tempo coltivato nonché naturalizzato qua e là in tutto il territorio continentale e insulare.
Habitus: arbusto o alberello di lenta crescita, alto 3-5 m, con ramificazioni inermi, marrone scuro, spesso corte e contorte dovuto al fatto che i legno continua la sua crescita per mezzo di un breve getto ascellare della stagione precedente; i rami giovani sono tomentosi.
Foglie: alterne, brevemente picciolate, ovali, intere, lunghe 8-10 cm, verdi sulla pagina superiore e grigio tomentoso su quella inferiore, con stipole caduche, acute all’apice.
Fiore: solitari, terminali, quasi sessili, del diametro di 5 cm; ricettacolo campanulato, ad orlo rilevato, su cui si inseriscono i verticilli del perianzio e dell’androceo; calice diviso in 5 lacinie, precocemente reflesse, lanceolate, fittamente tomentose, denticolato glandolose; corolla di 5 petali unguiculati, ovato rotondati, bianchi all’interno e rosei all’esterno, con vene purpuree. Stami circa 20, con filamenti liberi e sottili, violacei, più brevi della corolla ed antere introrse, gialle; ovario quinqueloculare, formato da 5 carpelli concresciuti, nella loro parte inferiore ed esterna, con la parete interna della coppa ricettacolare e liberi lungo l’asse fiorale, ove persiste, anche nel frutto, un tratto tubuloso, pluriovulati, con stilo libero filiforme ed apice stimmatifero leggermente ingrossato.
Frutto: del tipo pomo, con superficie coperta, almeno da giovane, da un tomento cotonoso; grosso, giallo, profumato, gibboso, a volte mammellato presso il peduncolo, con mesocarpo carnoso, duro, molto compatto e acidulo anche a maturità ed endocarpo cartilagineo.
Semi: numerosi, immersi nella mucillaggine che riempie le logge, con tegumento crostoso, lunghi 6-8 mm, cuneiformi, appiattiti sulle facce laterali per compressione reciproca e tendenti ad agglutinarsi a causa dello strato di mucillaggine che li circonda, anche allo stato secco, come una pellicola argentea e che si rigonfia, dissolvendosi, quando vengano immersi nell’acqua.
Polline: granuli pollinici monadi, radiosimmetrici, isopolari; perimetro in visione polare: subcircolari, in visione equatoriale: circolari 17%, subcircolari 33%, ovali 17%, ellittici 33%; forma: oblato sferoidali 7%, prolato sferoidali 43%, subprolati 17%, prolati 33%; trizonocolporoidati; aperture: colpi a margini paralleli nella zona mediana, agli estremi slargati, con margo; esina: subtectata, finemente reticolata, psilata; dimensioni: asse polare 41 (35) 29 mµ, asse equatoriale 33 (29) 24 mµ. L’impollinazione è entomofila.
Numero cromosomico: 2n = 34.
Sottospecie e/o varietà: Cydonia oblonga Mill. ssp. maliformis con frutto globoso (chiamato melo cotogno), a forma di mela, ombelicato alle estremità, del diametro di circa 10 cm. Cydonia oblonga Mill. ssp. pyriformis con frutto a forma di pera (chiamato pero cotogno), lungo fino a circa 15 cm.
Habitat ed ecologia: specie naturalizzata in forma sporadica, più spesso coltivato. Pianta che cresce bene in suoli freschi, ricchi di sostanza organica e umidi, anche tendenzialmente argillosi purché profondi e drenanti. E’ specie eliofila da pieno sole, non tollera molto bene le gelate intense, per cui predilige posizioni riparate e climi temperati caldi (mediterranei).
Syntaxon (syntaxa) di riferimento: -
Life-strategy (sensu Grime & Co.): Competitive (C) + Stress tolleranti (S).
IUCN: non a rischio (LC).
Farmacopea: si utilizzano di questa pianta i frutti ed anche separatamente i semi. La polpa contiene sostanze tanniche, acido malico, zucchero ed abbondanti sostanze pectiche, da non confondersi tuttavia con la mucillagine dei semi. Conserve e gelatine, a parte il loro valore alimentare, mentre aumentano la tonicità dell’intestino e rappresentano un eccellente modo di somministrazione di sostanze tanniche nelle forme di catarro intestinale, specialmente quando queste hanno origine tubercolare, hanno pure il vantaggio di non compromettere l’integrità della mucosa gastrica. Nelle enteriti acute lo sciroppo di cotogno può essere prescritto in dosi di 100-150 g al giorno, sia solo, sia associato ad altri astringenti.
I semi di cotogno, seccati all’aria ed al sole, si trovano in commercio erboristico come piccoli corpi cuneiformi; inodori allo stato secco, emanano, quando siano triturati in acqua, odore di mandorle amare, delle quali hanno anche il sapore gradevole. Contengono amigdalina, emulsina, una certa quantità di sostanze tanniche, parecchia mucillaggine nelle cellule epidermiche (22%) ed un olio grasso nell’embrione (15%). Si usano per la preparazione di decotti mucillaginosi, molto pratici per clistere o per irrigazione quando si debba lenire, esercitando nello stesso tempo una leggera azione astringente, l’infiammazione legata ad un catarro intestinale infantile o vaginale.
Pianta nota ai Greci, era usata quale astringente già ai tempi di Ippocrate. Dopo Ippocrate e fino al XVII secolo era considerata tra i frutti più salutari e utili (Gaio Plinio Secondo, Naturalis historia, XXIII, 100-103). Nel Rinascimento vari autori, dal Mattioli al Durante, la raccomandavano anche come efficace antidoto contro gli avvelenamenti.
Avversità: le avversità del Cotogno sono le stesse cui va incontro il Melo, ossia, parassiti animali: afide grigio che deforma frutti e germogli (Dysaphis plantaginea); afide verde infestante le foglie (Aphis pomi); afide galligeno fogliare (galle rosse fogliari) Dysaphis devecta; afide lanigero che infesta gli organi legnosi provocando la formazione di tumori (Eriosoma lanigerum); verme delle mele le cui larve carpofaghe deprezzano i frutti (Cydia pomonella); tortricidi ricamatori che provocano erosioni a germogli, foglie e frutti (Pandemis, Archips, Eulia, ecc.); larve di rodilegno che scavano gallerie negli organi legnosi (Cossus cossus e Zeuzera pyrina); microlepidotteri minatori delle foglie (cemiostoma e litocollete); sesia del Melo che scava gallerie sotto la corteccia (Synanthedon myopaeformis); defogliatori vari (limantria, ifantria e euprottide, ecc.); cocciniglia di S. José che infesta gli organi legnosi, foglie e frutti; ragnetto rosso che provoca bronzature alle foglie e conseguente loro caduta (Panonychus ulmi).
Agenti di malattia (funghi, batteri ed entità infettive): ticchiolatura dovuta al fungo Venturia inaequalis (macchie fogliari con la caduta delle foglie e tacche necrotiche sui frutti); oidio o mal bianco dato dal fungo Podosphaera leucotricha; cancro fungino dei rami da Nectria sp; marciumi fungini dei colletto e delle radici dovuti a Armillaria mellea, Rosellinia necatrix e Phytophthora cactorum; marciume fungino del frutto da Monilia fructigena; colpo di fuoco batterico (Erwinia amylovora); tumore batterico delle radici e del colletto (Agrobacterium tumefaciens); alcune virosi fogliari (mosaico) e del legno (plastomania).
Usi: i frutti non sono mangiabili crudi neppure allo stato di piena maturità (a meno che non vengano fatti ammezzire per un po’ di tempo come la nespola); vengono raccolti per la preparazione di conserve, tagliati a spicchi e seccati all’aria o nel forno. Trovano impiego nell’industria dolciaria per la produzione di mostarde, confetture, marmellate (cotognate) e sciroppi.
Pianta utilizzata come portainnesto per il pero e il melo, ai quali conferisce maggior resistenza al freddo e ne aumenta il periodo produttivo; in tal caso si attua la riproduzione per seme, altrimenti si moltiplica per via vegetativa. Il legno, duro, compatto e di bell'aspetto, si usa per lavori di ebanisteria.
Miti, leggende e notizie storiche: i Greci consideravano il Cotogno sacro ad Afrodite e simbolo dell’Amore e della Fertilità. Il frutto (chrysómelon = “pomo d’oro”), ispirò la credenza che i pomi d’oro di Ercole fossero le mele cotogne. D’altronde le mele d’oro delle Esperidi raffigurate negli altorilievi del tempio di Zeus, a Olimpia, hanno una straordinaria somiglianza con le mele cotogne. Al Museo Nazionale di Napoli, nella collezione Farnese, Ercole ne tiene in mano tre.
Sappiamo da Plutarco (Quaestiones romanae, 65) che, in base a un decreto di Solone, la sposa prima di accedere al letto nuziale doveva mangiarne una affinché la prima notte fosse più gradevole; un’altra interpretazione asserisce che il frutto avrebbe favorito un felice concepimento. E una tale credenza persistette fino al Rinascimento dato che Castore Durante (Herbario nuovo) scrive: “E’ cosa veramente meravigliosa quello che molti affermano, cioè che se le donne gravide mangino delle cotogne spesse volte, partoriscano li figliuoli industriosi, e di acutissimo ingegno”.
Secondo Ateneo, il carro di Venere era decorato oltreché di rose e di mirti, anche di mele cotogne. E nell’iconografia antica la dea è a volte raffigurata con questo frutto in mano, considerato un pegno d’amore per gli innamorati.
E per De Gubernatis Virgilio si riferisce alla mela cotogna nella terza egloga, là dove scrive: “Con una mela mi colpisce Galatea, scherzosa fanciulla, / e fugge verso i salici, ma prima desidera essere vista”.
Gaio Plinio Secondo (Naturalis historia, XV, 37-38), oltre ai chrysómela, cita due varietà più piccole: la struhea, a fruttificazione tardiva, e la mustea, più precoce; la prima varietà, ci fa sapere, innestata sul cotogno, aveva prodotto una specie a se stante, la mulviana (da mulvius, che è il nome di chi realizzò il primo innesto), “unica tra le specie nominate a essere mangiata anche cruda e che oggi si usa porre perfino all’interno delle camere di ricevimento o appendere alle statue, testimoni delle nostre notti”.
Le mele cotogne sono riprodotte in un vaso di cristallo, insieme con altra frutta, in un dipinto negli scavi di Oplonti. E quasi costantemente sono raffigurate nelle pitture pompeiane tra gli artigli di un orso goloso di questi frutti aciduli.
Bibliografia:
BANFI E., CONSOLINO F., Alberi (Conoscere e risconoscere tutte le specie più diffuse di alberi spontanei e ornamentali), Istituto Geografico De Agostini SpA, Novara, 2001.
BONI U., PATRI G., Scoprire, riconoscere, usare le erbe, Edizione Mondolibri SpA, Milano, 2000.
CATTABIANI A., Florario (Miti, leggende e simboli di fiori e piante), Oscar Saggi Mondadori, I edizione, 1998.
DE LEONARDIS W., PICCIONE V., ZIZZA A. (Istituto e Orto botanico Università di Catania), Flora melissopalinologica d’Italia. Chiavi d’identificazione, Bollettino Accademia Gioenia Scienze Naturali, Vol. 19, n. 329, pp.309-474, Catania 1986.
FERRARI M., MEDICI D., Alberi e arbusti in Italia (Manuale di riconoscimento), Edagricole, Bologna 2001.
LAUBER K., WAGNER G., Flora Helvetica (Flore illustrée de Suisse), 2ème édition, Editions Paul Haupt, 2001.
NEGRI G., Nuovo erbario figurato (Descrizione e proprietà delle piante medicinali e velenose della flora italiana), V edizione, Ulrico Hoepli, Milano1991.
PIZZETTI I., Enciclopedia dei Fiori e del Giardino, Garzanti Editore, I edizione, 1998.
SILVA B. M., ANDRADE P. B., VALENTÃO P., FERRERES F.,ROSA M. S. , FERREIRA M. A. Quince (Cydonia oblonga Miller) Fruit (Pulp, Peel, and Seed) and Jam: Antioxidant Activity. J. Agric. Food Chem., 52,15, 4705-4712, 2004.
Sinonimi: Cydonia maliformis Mill., Cydonia vulgaris Delarbre, Pyrus cydonia, L.
Nomi volgari: Cidonia, Cotogno, Melo cotogno (italiano). Liguria: Codoniè, Coudrun; Marchioe (San Remo); Marcuroegnu (San Cipriano); Mei cutognu (Chiavari); Meo codogn, Meo cotogn, Peo codogn (Genova); Peo cugoegnu (Ventimiglia); Pomu cutugnu (Sarzana). Piemonte: Pom codogn, Pum codogn; Cutogn (Novara); Mei cone (Carpeneto); Termi (Asti). Lombardia: Pomm codogn.Veneto: Codognar (Verona); Codognaro, Codogno (Venezia); Codogner, Pomm codoin (Treviso). Friuli: Codognar, Miluzz codogn. Emilia-Romagna: Mei cudogn (Romagna); Meila godagna (Bologna); Peir codogn, Pomm codogn (Reggio); Pom doegn (Modena). Toscana: Cotogno, Mela punica, Melo cotogno, Pero cotogno, Pomo cotogno. Lazio: Mela cotogna (Roma). Abruzzi: Chetogne, Mela chetogne. Campania: Cotugno (Ischia). Basilicata: Cotugno, Milo cotugno. Sicilia: Cutugnu. Sardegna: Mela tintingia, Mela chidonza, Mela chitogna, Mela tidongia, Mela tirongia, Pira chidonza; Chintonza, Mela chintonza (Orosei); Cudom (Alghero); Mela idonza (Olzai); Pirongia (Cagliari).
Forma biologica e di crescita: fanerofita caducifoglia.
Tipo corologico: Asia Occidentale, dove cresce spontanea in Turchia, in Iran e Turkestan. È una delle più antiche piante da frutto conosciute: era coltivato già 4.000 anni fa dai Babilonesi. I Romani, che apprezzavano e usavano molto tale frutto, ne estesero la coltivazione nelle regioni europee.
Fenologia: fiore: V, frutto: IX-X.
Limiti altitudinali: dal mare alla zona submontana fino a 700 m; raggiunge, in alcuni casi, 1.000 m di altitudine.
Abbondanza relativa e distribuzione geografica in Italia: nel nostro Paese un tempo coltivato nonché naturalizzato qua e là in tutto il territorio continentale e insulare.
Habitus: arbusto o alberello di lenta crescita, alto 3-5 m, con ramificazioni inermi, marrone scuro, spesso corte e contorte dovuto al fatto che i legno continua la sua crescita per mezzo di un breve getto ascellare della stagione precedente; i rami giovani sono tomentosi.
Foglie: alterne, brevemente picciolate, ovali, intere, lunghe 8-10 cm, verdi sulla pagina superiore e grigio tomentoso su quella inferiore, con stipole caduche, acute all’apice.
Fiore: solitari, terminali, quasi sessili, del diametro di 5 cm; ricettacolo campanulato, ad orlo rilevato, su cui si inseriscono i verticilli del perianzio e dell’androceo; calice diviso in 5 lacinie, precocemente reflesse, lanceolate, fittamente tomentose, denticolato glandolose; corolla di 5 petali unguiculati, ovato rotondati, bianchi all’interno e rosei all’esterno, con vene purpuree. Stami circa 20, con filamenti liberi e sottili, violacei, più brevi della corolla ed antere introrse, gialle; ovario quinqueloculare, formato da 5 carpelli concresciuti, nella loro parte inferiore ed esterna, con la parete interna della coppa ricettacolare e liberi lungo l’asse fiorale, ove persiste, anche nel frutto, un tratto tubuloso, pluriovulati, con stilo libero filiforme ed apice stimmatifero leggermente ingrossato.
Frutto: del tipo pomo, con superficie coperta, almeno da giovane, da un tomento cotonoso; grosso, giallo, profumato, gibboso, a volte mammellato presso il peduncolo, con mesocarpo carnoso, duro, molto compatto e acidulo anche a maturità ed endocarpo cartilagineo.
Semi: numerosi, immersi nella mucillaggine che riempie le logge, con tegumento crostoso, lunghi 6-8 mm, cuneiformi, appiattiti sulle facce laterali per compressione reciproca e tendenti ad agglutinarsi a causa dello strato di mucillaggine che li circonda, anche allo stato secco, come una pellicola argentea e che si rigonfia, dissolvendosi, quando vengano immersi nell’acqua.
Polline: granuli pollinici monadi, radiosimmetrici, isopolari; perimetro in visione polare: subcircolari, in visione equatoriale: circolari 17%, subcircolari 33%, ovali 17%, ellittici 33%; forma: oblato sferoidali 7%, prolato sferoidali 43%, subprolati 17%, prolati 33%; trizonocolporoidati; aperture: colpi a margini paralleli nella zona mediana, agli estremi slargati, con margo; esina: subtectata, finemente reticolata, psilata; dimensioni: asse polare 41 (35) 29 mµ, asse equatoriale 33 (29) 24 mµ. L’impollinazione è entomofila.
Numero cromosomico: 2n = 34.
Sottospecie e/o varietà: Cydonia oblonga Mill. ssp. maliformis con frutto globoso (chiamato melo cotogno), a forma di mela, ombelicato alle estremità, del diametro di circa 10 cm. Cydonia oblonga Mill. ssp. pyriformis con frutto a forma di pera (chiamato pero cotogno), lungo fino a circa 15 cm.
Habitat ed ecologia: specie naturalizzata in forma sporadica, più spesso coltivato. Pianta che cresce bene in suoli freschi, ricchi di sostanza organica e umidi, anche tendenzialmente argillosi purché profondi e drenanti. E’ specie eliofila da pieno sole, non tollera molto bene le gelate intense, per cui predilige posizioni riparate e climi temperati caldi (mediterranei).
Syntaxon (syntaxa) di riferimento: -
Life-strategy (sensu Grime & Co.): Competitive (C) + Stress tolleranti (S).
IUCN: non a rischio (LC).
Farmacopea: si utilizzano di questa pianta i frutti ed anche separatamente i semi. La polpa contiene sostanze tanniche, acido malico, zucchero ed abbondanti sostanze pectiche, da non confondersi tuttavia con la mucillagine dei semi. Conserve e gelatine, a parte il loro valore alimentare, mentre aumentano la tonicità dell’intestino e rappresentano un eccellente modo di somministrazione di sostanze tanniche nelle forme di catarro intestinale, specialmente quando queste hanno origine tubercolare, hanno pure il vantaggio di non compromettere l’integrità della mucosa gastrica. Nelle enteriti acute lo sciroppo di cotogno può essere prescritto in dosi di 100-150 g al giorno, sia solo, sia associato ad altri astringenti.
I semi di cotogno, seccati all’aria ed al sole, si trovano in commercio erboristico come piccoli corpi cuneiformi; inodori allo stato secco, emanano, quando siano triturati in acqua, odore di mandorle amare, delle quali hanno anche il sapore gradevole. Contengono amigdalina, emulsina, una certa quantità di sostanze tanniche, parecchia mucillaggine nelle cellule epidermiche (22%) ed un olio grasso nell’embrione (15%). Si usano per la preparazione di decotti mucillaginosi, molto pratici per clistere o per irrigazione quando si debba lenire, esercitando nello stesso tempo una leggera azione astringente, l’infiammazione legata ad un catarro intestinale infantile o vaginale.
Pianta nota ai Greci, era usata quale astringente già ai tempi di Ippocrate. Dopo Ippocrate e fino al XVII secolo era considerata tra i frutti più salutari e utili (Gaio Plinio Secondo, Naturalis historia, XXIII, 100-103). Nel Rinascimento vari autori, dal Mattioli al Durante, la raccomandavano anche come efficace antidoto contro gli avvelenamenti.
Avversità: le avversità del Cotogno sono le stesse cui va incontro il Melo, ossia, parassiti animali: afide grigio che deforma frutti e germogli (Dysaphis plantaginea); afide verde infestante le foglie (Aphis pomi); afide galligeno fogliare (galle rosse fogliari) Dysaphis devecta; afide lanigero che infesta gli organi legnosi provocando la formazione di tumori (Eriosoma lanigerum); verme delle mele le cui larve carpofaghe deprezzano i frutti (Cydia pomonella); tortricidi ricamatori che provocano erosioni a germogli, foglie e frutti (Pandemis, Archips, Eulia, ecc.); larve di rodilegno che scavano gallerie negli organi legnosi (Cossus cossus e Zeuzera pyrina); microlepidotteri minatori delle foglie (cemiostoma e litocollete); sesia del Melo che scava gallerie sotto la corteccia (Synanthedon myopaeformis); defogliatori vari (limantria, ifantria e euprottide, ecc.); cocciniglia di S. José che infesta gli organi legnosi, foglie e frutti; ragnetto rosso che provoca bronzature alle foglie e conseguente loro caduta (Panonychus ulmi).
Agenti di malattia (funghi, batteri ed entità infettive): ticchiolatura dovuta al fungo Venturia inaequalis (macchie fogliari con la caduta delle foglie e tacche necrotiche sui frutti); oidio o mal bianco dato dal fungo Podosphaera leucotricha; cancro fungino dei rami da Nectria sp; marciumi fungini dei colletto e delle radici dovuti a Armillaria mellea, Rosellinia necatrix e Phytophthora cactorum; marciume fungino del frutto da Monilia fructigena; colpo di fuoco batterico (Erwinia amylovora); tumore batterico delle radici e del colletto (Agrobacterium tumefaciens); alcune virosi fogliari (mosaico) e del legno (plastomania).
Usi: i frutti non sono mangiabili crudi neppure allo stato di piena maturità (a meno che non vengano fatti ammezzire per un po’ di tempo come la nespola); vengono raccolti per la preparazione di conserve, tagliati a spicchi e seccati all’aria o nel forno. Trovano impiego nell’industria dolciaria per la produzione di mostarde, confetture, marmellate (cotognate) e sciroppi.
Pianta utilizzata come portainnesto per il pero e il melo, ai quali conferisce maggior resistenza al freddo e ne aumenta il periodo produttivo; in tal caso si attua la riproduzione per seme, altrimenti si moltiplica per via vegetativa. Il legno, duro, compatto e di bell'aspetto, si usa per lavori di ebanisteria.
Miti, leggende e notizie storiche: i Greci consideravano il Cotogno sacro ad Afrodite e simbolo dell’Amore e della Fertilità. Il frutto (chrysómelon = “pomo d’oro”), ispirò la credenza che i pomi d’oro di Ercole fossero le mele cotogne. D’altronde le mele d’oro delle Esperidi raffigurate negli altorilievi del tempio di Zeus, a Olimpia, hanno una straordinaria somiglianza con le mele cotogne. Al Museo Nazionale di Napoli, nella collezione Farnese, Ercole ne tiene in mano tre.
Sappiamo da Plutarco (Quaestiones romanae, 65) che, in base a un decreto di Solone, la sposa prima di accedere al letto nuziale doveva mangiarne una affinché la prima notte fosse più gradevole; un’altra interpretazione asserisce che il frutto avrebbe favorito un felice concepimento. E una tale credenza persistette fino al Rinascimento dato che Castore Durante (Herbario nuovo) scrive: “E’ cosa veramente meravigliosa quello che molti affermano, cioè che se le donne gravide mangino delle cotogne spesse volte, partoriscano li figliuoli industriosi, e di acutissimo ingegno”.
Secondo Ateneo, il carro di Venere era decorato oltreché di rose e di mirti, anche di mele cotogne. E nell’iconografia antica la dea è a volte raffigurata con questo frutto in mano, considerato un pegno d’amore per gli innamorati.
E per De Gubernatis Virgilio si riferisce alla mela cotogna nella terza egloga, là dove scrive: “Con una mela mi colpisce Galatea, scherzosa fanciulla, / e fugge verso i salici, ma prima desidera essere vista”.
Gaio Plinio Secondo (Naturalis historia, XV, 37-38), oltre ai chrysómela, cita due varietà più piccole: la struhea, a fruttificazione tardiva, e la mustea, più precoce; la prima varietà, ci fa sapere, innestata sul cotogno, aveva prodotto una specie a se stante, la mulviana (da mulvius, che è il nome di chi realizzò il primo innesto), “unica tra le specie nominate a essere mangiata anche cruda e che oggi si usa porre perfino all’interno delle camere di ricevimento o appendere alle statue, testimoni delle nostre notti”.
Le mele cotogne sono riprodotte in un vaso di cristallo, insieme con altra frutta, in un dipinto negli scavi di Oplonti. E quasi costantemente sono raffigurate nelle pitture pompeiane tra gli artigli di un orso goloso di questi frutti aciduli.
Bibliografia:
BANFI E., CONSOLINO F., Alberi (Conoscere e risconoscere tutte le specie più diffuse di alberi spontanei e ornamentali), Istituto Geografico De Agostini SpA, Novara, 2001.
BONI U., PATRI G., Scoprire, riconoscere, usare le erbe, Edizione Mondolibri SpA, Milano, 2000.
CATTABIANI A., Florario (Miti, leggende e simboli di fiori e piante), Oscar Saggi Mondadori, I edizione, 1998.
DE LEONARDIS W., PICCIONE V., ZIZZA A. (Istituto e Orto botanico Università di Catania), Flora melissopalinologica d’Italia. Chiavi d’identificazione, Bollettino Accademia Gioenia Scienze Naturali, Vol. 19, n. 329, pp.309-474, Catania 1986.
FERRARI M., MEDICI D., Alberi e arbusti in Italia (Manuale di riconoscimento), Edagricole, Bologna 2001.
LAUBER K., WAGNER G., Flora Helvetica (Flore illustrée de Suisse), 2ème édition, Editions Paul Haupt, 2001.
NEGRI G., Nuovo erbario figurato (Descrizione e proprietà delle piante medicinali e velenose della flora italiana), V edizione, Ulrico Hoepli, Milano1991.
PIZZETTI I., Enciclopedia dei Fiori e del Giardino, Garzanti Editore, I edizione, 1998.
SILVA B. M., ANDRADE P. B., VALENTÃO P., FERRERES F.,ROSA M. S. , FERREIRA M. A. Quince (Cydonia oblonga Miller) Fruit (Pulp, Peel, and Seed) and Jam: Antioxidant Activity. J. Agric. Food Chem., 52,15, 4705-4712, 2004.
www.dryades.eu