Prunus armeniaca L.

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Rosaceae - Prunus armeniaca L.; Pignatti 1982: n. 1560; Prunus armeniaca L.
Plant List: accettato
Rhodìola rosea L Prunus armeniaca L.
(a cura di Giuseppe Laino)

Etimologia: l’epiteto generico deriva dal latino prunus = “prugno, susino” [Virgilio, Georgiche 2, 24: prunus rubescere corna = “sui susini rosseggiar le corniole”], nome che i Latini davano in genere a diversi alberi che producono drupe (Albicocco, Mandorlo, Pesco, Ciliegio, ecc.), e continuato in età medioevale (prunarios diversi generis) nel Capitulare de Villis di Carlo Magno (circa 812 d.C.); esso è stato ereditato dal greco proynos e proyne = “pruna”. Linneo ne ha confermato il nome nel 1753 nel binomio scientifico in Species Plantarum 1, p. 681. L’epiteto specifico deriva dall’Armenia da dove Linneo credette erroneamente fosse originario.
Sinonimo: Armeniaca vulgaris Lam.
Nomi volgari: Albicocco, Armellino (italiano). Piemonte: Arbicocch, Armognan. Liguria: Arbicotiè, Arbicò, Arbricò, Arbicocco (Valle d'Arroscia); Armoguin, Armugnì (Ponti di Nava); Bricoccola, Bricoccolu (Genova); Miscimin (Porto Maurizio); Miscimì (San Remo). Lombardia: Arbicocch; Albicocch, Mugnagh, Remignach; Ambrognaga, Arbicocola, Embrognaga, Mognaga, Mugnaga, Remignaga (Brescia). Veneto: Arnelin, Armeliner; Armelin, Bricocole (Venezia); Armeliner (Treviso); Armillar (Verona). Friuli: Armelinar. Emilia-Romagna: Albicocch, M’niaga; Arbicocch, Miaga (Piacenza); Baricoda, Muliaga, Muliega, Muniaga (Reggio Emilia); Bericoda (Modena); Biricoquel, Magnaega (Bologna); Bricò, Muliaca (Parma). Toscana: Albicocca, Albicocco, Armellino, Bacoca, Biricoccola, Meliaca, Meliaco, Miliaca, Moniaca, Pesca armeniaca, Umiliaca; M’niaga (Lunigiana). Umbria: Abbricocolo (Bevagna). Abruzzi: Vernacochela, Virengochela, Cresommela; Crisomela, Precoca (L’Aquila); Verlencocche (Larino). Campania: Arbecia, Arsemola (Avellino); Cresuommolo, Crisommolo (Napoli); Crisomolo (Ischia). Basilicata: Cocciara, Cresuommolo. Calabria: Cisbergina; Cascavellu (Rossano); Crasomula (Palmi); Crisombula (Mammola); Grasomula (Laureana di Sacello); Precopi (Bova). Sicilia: Chiricuopu, Pricuocu (Modica); Cricopu (Avola); Varcocu (Catania). Sardegna: Barracoccu, Pericocca, Piricoccu.
Forma biologica e di crescita: fanerofita scaposa.
Tipo corologico: pianta originaria della Cina nord-orientale e della Manciuria dove la sua presenza storicamente data da più di 4000 anni; da lì si estese lentamente verso ovest attraverso l'Asia centrale sino ad arrivare in Armenia dove, si crede, venne scoperta da Alessandro Magno. I Romani, che la chiamavano Armeniacum malum, la introdussero in Italia e in Grecia nel 70-60 a.C., ma la sua diffusione nel bacino del Mediterraneo fu consolidata successivamente dagli arabi; infatti il nome volgare “albicocco” deriva dall’arabo al-barquq.
Fenologia: fiore: III-IV, frutto: VI-VII.
Limiti altitudinali: dalla pianura fino a 1.000 m sul livello del mare.
Abbondanza relativa e distribuzione geografica in Italia: nel nostro Paese è presente allo stato naturale in Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Molise, Campania, Basilicata, Sardegna. Come pianta coltivata (per la produzione di frutti l’Italia è il terzo Paese europeo produttore dopo la Spagna e la Francia), oltre all’Emilia-Romagna, è più frequente nelle regioni meridionali per la ragione che è specie che teme le gelate tardive.
Habitus: alberello di media grandezza, alta dai 5 ai 7 metri, con eccezioni di 8,5 m al massimo; tuttavia le piante coltivate raramente raggiungono i 3 m al fine di facilitare le operazioni di raccolta dei frutti; le radici si sviluppano in profondità; ha chioma espansa, un po’ cupolare, verde intenso. Il tronco è robusto, spesso contorto e nodoso, ramificato nella parte medio-alta, rivestito di una scorza brunastra molto screpolata e fessurata longitudinalmente in piccole placche rettangolari; anche i rami maturi si presentano piuttosto tarchiati e contorti, con scorza simile a quella del tronco; la ramificazione è piuttosto disordinata. Le gemme, inserite sul nodo, possono essere a legno e a fiore: le prime hanno una forma conica mentre le seconde sono tondeggianti, e, generalmente, localizzate sui rami di un anno.
Nelle piante coltivate i rami di un anno sono rossicci, lucidi, con lenticelle chiare ed evidenti; a seconda della vigoria e della distribuzione delle gemme a fiore lungo il loro asse, essi si distinguono in tre categorie: il ramo misto è mediamente vigoroso e provvisto di gemme a fiore ed a legno (in base alla cultivar le gemme a fiore possono essere distribuite lungo tutto il ramo, nella parte basale o in quella terminale), su di esso possono esserci anche gemme pronte che danno origine a germogli durante la ripresa vegetativa stessa (sono detti rami anticipati), mentre le gemme a legno si sono formate nell’annata precedente alla ripresa vegetativa; il brindillo è un ramo esile dal diametro approssimativo di 1 cm, dalla lunghezza di più o meno 10 cm, provvisto prevalentemente di gemme a fiore, mentre quella terminale lungo l’asse è a legno; il dardo fiorifero, o mazzetto di maggio, è un rametto lungo pochi centimetri con una corona di gemme a fiore e quella centrale a legno.
Foglie: le foglie sono decidue, alterne, lisce, glabre, lucide, portate da un picciolo lungo 3-5 cm, hanno la lamina lunga 6-9 cm, rotondato-cuoriforme o largamente ovata, con base da arrotondata a cordata; l’apice è pronunciato ed appuntito e il margine doppiamente seghettato. All’inizio della loro formazione si presentano rossicce, assumendo un colore verde intenso a maturazione.
Fiore: i fiori, del diametro di 2-3 cm, sono subsessili, ermafroditi, campanulacei, solitari o accoppiati e di colore bianco o rosaceo; il calice è rossastro, a cinque denti inserito sul margine di un ricettacolo concavo (ipanzio), sul quale si trovano anche i petali obovati e gli stami; l’ovario si trova al centro, infossato nell’ipanzio e si prolunga verso l’alto con lo stilo. La fioritura, come detto precedentemente, si concentra sulla parte terminale dei rami sviluppatisi nell’anno precedente (gemme a fiore), ancor prima dell’apertura delle gemme a legno.
Frutto:
il frutto (albicocca) è una drupa quasi sessile di forma rotonda, ovoidale o tondeggiante, del diametro di 4-6 cm, con un solco ventrale che parte dal peduncolo e termina all’apice opposto, avente una profondità variabile e chiamato linea di sutura; la drupa può presentare una cavità peduncolare. La buccia, o epicarpo, è vellutato, di colore giallo arancio, più o meno arrossato a maturità nelle parti esposte al sole; la polpa, o mesocarpo, arancione-rosata, è dolce e succosa.
Semi: il nocciolo, o endocarpo, è legnoso, può aderire o meno al mesocarpo; contiene un seme simile ad una mandorla.
Polline:
l’impollinazione è entomofila, operata dalle api e da altri insetti pronubi. L’Albicocco generalmente è una pianta autofertile; alcune recenti cultivar nordamericane e canadesi sono parzialmente autosterili (il polline dello stesso fiore non svolge la fecondazione), queste ultime necessitano di varietà impollinatrici.
Numero cromosomico: 2n = 16.
Sottospecie e/o varietà: per la scelta delle cultivar si osservano le Liste di orientamento varietale - Progetto finalizzato MiPAF (Ministero delle Politiche agricole e forestali) per le risorse genetiche di organismi utili per il miglioramento di specie di interesse agrario e per un’agricoltura sostenibile. Tra esse si ricordano: Ninfa, buona ovunque; Bella d'Imola; Vitillo, anche questa valida ovunque; Giulia; San Castrese, la più importante; Glodrich; Portici, anch’essa valida; Pisana, Boccuccia spinosa e Boccuccia liscia; Dulcinea. Nel panorama italiano sono da ricordare anche Cafona e Monaco.
Habitat ed ecologia: specie eliofila e termofila, che predilige le buone esposizioni e i substrati calcarei. Si adatta anche a substrati argillosi purché drenanti e profondi. L’Albicocco è una pianta un po’ più legata del Susino (Prunus domestica L.) ai climi temperati-caldi; può essere danneggiato da gelate tardive (fioritura) o da climi molto freddi e piovosi durante la fioritura, con la conseguente scarsa allegagione finale.
Syntaxon (syntaxa) di riferimento:

Life-strategy (sensu Grime & Co.): Stress tolleranti (S).
IUCN: N.A..
Coltivazione:
l’Albicocco si adatta a molti ambienti grazie a combinazioni cultivar/portainnesto. Le forme di allevamento più diffuse sono il vaso a tre branche (sesto 5 x 3-4 m), vaso semilibero a 4-5 branche (sesto 4,5 x 3 m), vaso ritardato, e fusetto (sesto 4,5 x 2 m) per impianti ad alta densità. Comunque la specie preferisce il volume, non la forma appiattita.
A pieno vento. L'Albicocco si presta bene per essere formato a pieno vento (crescita naturale). È possibile formare la chioma su fusto medio a circa 120 cm, oppure ad alto fusto a circa 180-200 cm, perciò si pianterà un pollone di un anno e si dovrà subito tagliare all'altezza desiderata dopo di che, l'anno successivo, si conserveranno almeno tre rami che si dovranno accorciare a 20-25 cm dal punto di partenza, questi produrranno a loro volta altri rami che saranno anch'essi accorciati. Così facendo s'irrobustirà il tronco, i rami che cresceranno in seguito saranno sufficienti per formare la chioma definitiva. Negli anni successivi, durante il riposo vegetativo, si faranno solo interventi di diradamento interno della chioma e l'eliminazione di rami secchi.
A vaso. Per formare il vaso è necessario piantare un pollone di un anno e tagliarlo a 40-50 cm dal suolo. All'inizio del secondo anno si accorceranno a 30-40 cm almeno quattro rami vigorosi tenendoli lontani dal centro, che a loro volta daranno altri rami dei quali si conserveranno solo quelli esterni. Accorciare ancora anche questi rami in modo da irrobustire ulteriormente la pianta, dopo di che la crescita sarà lasciata libera praticando solo qualche potatura di sfoltimento eliminando i rami disordinati.
A palmetta o spalliera. È probabilmente la formazione migliore da realizzare anche in giardino, si presta bene per guarnire mura e recinzioni e, considerando che l'Albicocco è sensibile ai forti venti freddi invernali, è preferibile piantarlo nel lato sud per ottenere i migliori risultati. In questo caso si dovrà piantare un pollone di un anno tagliato a 50 cm da terra e l'anno successivo conservare almeno quattro rami per disporli due per lato e uno da lasciar crescere verticalmente, il tutto fissato ad un traliccio o altro sostegno. L'anno successivo si praticheranno delle potature per spuntare e irrobustire così i rami laterali mentre una potatura più energica sarà effettuata sulla freccia verticale per assicurare il ricambio con nuovi rami.
L’irrigazione, spesso assente, è auspicabile nella quantità di 2000 m3/ha in maggio-settembre. Per la concimazione è da sottolineare che l’Albicocco è una pianta che richiede molto N, il quale però non va dato in abbondanza poiché produrrebbe molto legno e debole, perciò si somministra in 4-5 volte in modo che la pianta lo distribuisca equilibratamente. Elementi principali: N (100 kg), K (170 kg ogni 10 t di albicocche prodotte), Ca, Bo, P (40 kg), in produzione.
Come per altre specie la potatura dell'Albicocco si basa sull’habitus di fruttificazione (occorre decidere se produrre su dardi, rami misti, rami anticipati) ed anche sull'habitus vegetativo (accotono o mesotono). Trattandosi di una drupacea ha le gemme a fiore sui rami dell'anno il cui numero va equilibrato dopo la differenziazione. L'operazione di diradamento va eseguita alla fase di indurimento del nocciolo; dopo 20-30 giorni non si ottengono risultati.
Portainnesti: l'Albicocco si può innestare su diversi tipi di piante. In genere vengono usati l’Albicocco franco, il Susino mirabolano (Prunus cerasifera Ehrh.), il Pesco [Prunus persica (L.) Batsch] e il Mandorlo [Prunus dulcis (Miller) D. A Webb], Manicot GF 1236, Mirabolano 29C, Mr. S. 2/5, Montclar (Prunus persica) sensibile ai nematodi, Ishtara (Prunus cerasifera x Prunus persica).. Tuttavia il soggetto più comunemente usato è il Susino mirabolano, il quale non ha particolari esigenze di terreno, ha un'ottima affinità e un rapido sviluppo, le piante sono vigorose, longeve e fruttificano precocemente. Con l'innesto sul Pesco si ottengono piante poco vigorose e longeve ma molto produttive, alcune varietà di albicocche sono di qualità migliore ed hanno una maturazione anticipata.
Propagazione: per seme si ottengono portainnesti franchi e nuove cultivar; l'innesto è diffuso ma spesso vi è disaffinità, eccetto col Susino; a causa del tannino la talea non radica bene; infine alla micropropagazione si ricorre per i portainnesti.
Produzione: la raccolta dei frutti, essendo essi di modeste dimensioni e delicati, viene fatta a mano con rendimenti del lavoro non elevati (circa 20-25 kg/h utile di lavoro con forma di allevamento a palmetta e applicando la pallettizzazione; nella forma a vaso i rendimenti sono inferiori). La resa è ovviamente superiore se è fatta meccanicamente: in questo caso i frutti lesionati dovranno essere destinati alla preparazione di succhi e marmellate. Per le preparazioni del frutto sciroppato Importante caratteristica è la polpa compatta, mentre per la trasformazione in liquido il succo dovrà essere limpido. Le produzioni per ettaro sono in relazione alle densità di piantagione e alla forma di allevamento prescelta; in genere si considera normale una produzione di 180-220 q/ha.
La maggior produzione mondiale di albicocche proviene dagli Stati Uniti, particolarmente dalla California dove il 50% dei frutti viene essiccato e l’altra metà è destinata all’inscatolamento ed alla produzione di succhi di frutta. Le albicocche destinate al consumo fresco sono concentrate in gran parte nel bacino del Mediterraneo; la Spagna è il principale paese produttore, seguito da Turchia, Francia, Italia, Grecia e dagli Stati dell’Europa centrale. A livello nazionale le aree di coltivazione più importanti sono l’Emilia-Romagna (43% della produzione nazionale), la Campania (22%) e la Basilicata (12%). Oltre a questi areali primari, l’albicocco trova diffusione anche in Piemonte (5%), Sicilia (5%), Puglia (3%), Veneto (2%) e Abruzzo (2%). Il 5% della produzione totale è poi distribuito circa in parti uguali tra Sardegna, Calabria, Marche e Toscana; mentre insieme le rimanenti regioni rappresentano l’1% del totale.
Avversità: le avversità a cui l’Albicocco è soggetto sono i parassiti animali, quali: l’Operophthera brumata (falena brumale) che provoca danni alle gemme, alle foglie e ai frutticini; il coleottero scolitide (Scolytus rugulosus) che causa danni al fusto e agli organi legnosi; la cocciniglia bianca (Pseudalacaspis pentagona) che causa infestazioni agli organi legnosi; la mosca della frutta (il dittero Ceratitis capitata) e il lepidottero Cydia molesta che arrecano danni al frutto.
Tra le avversità sono anche da annoverare gli agenti di malattia (funghi, batteri ed entità infettive) quali: il fungo
Podosphaera tridactyla che causa l’oidio o mal bianco; i funghi Monilia laxa e Monilia fructigena che provocano il marciume dei frutti, il primo anche il disseccamento dei rami e dei germogli; Cytospora e Fusicoccum che portano cancri rameali fungini; carie del legno e marciumi radicali dovute a diversi agenti fungini; tracheomicosi da Verticillium sp; virosi della vaiolatura ad anello (Sharka); l’agente fungino Corineum beijerinckii provoca danni fogliari (bucherella ture) e ai rami (piccoli cancri).
Usi: l’Albicocco è un albero da frutto per eccellenza. Si utilizzano i frutti per il consumo fresco, per la produzione di succhi, per l’essiccazione, per le preparazioni sciroppate e per le marmellate. Solo le albicocche che raggiungono la piena maturazione sull'albero sviluppano appieno il loro sapore. I frutti colti troppo presto non riescono invece a maturare e risultano duri, farinosi e poco gustosi.
Le albicocche sono ricche di potassio, costituiscono un'ottima fonte di vitamina C e contengono molta provitamina A. Sono considerate antianemiche, astringenti e aperitive. L'albicocca disidratata concentra i suoi elementi nutritivi, diventa quindi ricca di provitamina A, potassio, ferro e riboflavina, ed è un'ottima fonte di rame e magnesio. Contiene solfiti che contrastano la proliferazione batterica e l'imbrunimento, conservando così la freschezza e il colore dei frutti. Consumare troppe albicocche disidratate si può rivelare leggermente lassativo.
100 g di albicocche fresche contengono: 86% di acqua, 0,4 g di grassi, 1,4 g di proteine, 11 g di zuccheri, 0,6 g di fibre, con un apporto di 48 calorie.
Le albicocche vanno scelte intatte, né troppo dure né troppo molli, senza macchie, ammaccature o grinze. Alcune varietà maturano dall'interno verso l'esterno. Per questo il colore della buccia non è un indice del grado di maturità. Vanno maneggiate con cura perché si deteriorano rapidamente. E’ consigliabile lavarle solo immediatamente prima del consumo e di non ammassarle perché marcendo si contaminerebbero una con l'altra.
Si conservano a temperatura ambiente per la maturazione; una volta mature si possono conservare in frigorifero per circa una settimana.
Per poterle pelare e snocciolare facilmente, volendone ottenere delle conserve, occorre scottarle per circa 30 secondi in acqua bollente. Le albicocche mature si possono congelare facilmente tagliate a metà o se troppo mature in purea o composta. La polpa delle albicocche una volta tagliate scurisce rapidamente per il contatto con l'aria; per arginare l'ossidazione è consigliabile la cottura o il consumo immediato o di bagnarle con succo di agrumi.
L'albicocca si consuma preferibilmente cruda al naturale o in macedonia. Spesso viene però cotta, come nelle crostate, nei sorbetti, per gelati, budini, crêpes e confetture. Si può fare un ottimo succo o una composta, e la si può anche far macerare nell'alcool, candire e mettere in vaso o disidratare. Le albicocche disidratate si consumano mettendole a bagno in acqua, in alcool o in succo oppure tal quali.
Il nocciolo contiene una mandorla che avendo tra i suoi componenti l’amigdalina, una sostanza tossica, se consumata deve essere fatto con moderazione. Dalla mandorla si estrae un olio, chiamato olio di armellino, usato in profumeria e saponeria.
Curiosità: dall’albicocca si ricava una nota marmellata, molto apprezzata anche dalla scrittrice neozelandese Katherine Mansfield (Katleen Mansfield Beauchamp 14-10-1888 – 9-1-1923) che ne era ghiotta e amava mangiarla spalmata sul pane e accompagnata dal tè, come racconta all’inizio del suo diario. La marmellata di albicocche è anche l’ingrediente di farcitura per la torta viennese Sacher, dal nome del pasticcere Eduard Sacher che la creò nel 1832 per il principe Metternich.
Miti e leggende: l’Albicocco è conosciuto sin dall’antichità, tanto che ne parlava il Chan-hai king, (il “Libro dei monti e dei mari”), attribuito all’imperatore Yu il Grande, vissuto verso il 2200 a.C.: il suo ideogramma cinese è un alberello in un vaso, come se fosse stato considerato l’albero per antonomasia.
Narra una leggenda che quando l’Armenia venne invasa da un esercito straniero si dovettero abbattere tutti gli alberi improduttivi per farne legna, e fra questi anche un albicocco cui una bella fanciulla era molto affezionata. Costei trascorse la notte della vigilia dell’abbattimento sotto l’alberello per dargli un addio affettuoso fra pianti e lacrime; ma quando al mattino si risvegliò si accorse con stupore che i rami erano carichi di frutti.
Le albicocche, al giusto grado di maturazione, sono state paragonate a una guancia femminile e, per il solco che le percorre, a un altro tondo attributo. Per questi motivi, forse, Pietro Bembo evocò una donna nell’albero che chiamava, come molti suoi contemporanei e come ancora oggi si chiama, “Armellino”, una voce che deriva da Armenia:
        Caro Armellin, ch’innocente si giace
         vedendo, al cor mi riede
         quella del suo pensier gentile e strano
         bianchezza, in cui mirar mai non mi pento.
Armellino lo denominò anche Giovanni Pascoli nella poesia “La cinciallegra”:
         Avevi i piedi ignudi su la soglia,
         tremavi come un armellino in fiore
         che trema tutto al vento che lo spoglia.
Bibliografia:
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FERRARI M., MEDICI D.,
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http://www.agraria.org/coltivazioniarboree/albicocco.htm
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M. La Rosa, San Miniato, 30-06-2006 (merce in vendita)
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R. Guarino, Genzano, Altavilla Silentina, 20-03-2008
D. Donadoni, Provincia di Bergamo, 1993
D. Donadoni, Provincia di Verona, 1993
C. Piuri, Lentate, Milano, 2004
C. Piuri, Lentate, Milano, 2003
S. Costalonga, senza dati
S. Costalonga, senza dati
M. Aleo, Trapanese
M. Aleo, Trapanese
G. Laino, Milano, 14-03-2012
G. Laino, Milano, 14-03-2012
G. Laino, Milano, 14-03-2012
G. Laino, Norcia, 03-08-2012
G. Laino, Norcia, 03-08-2012
G. Laino, Norcia, 03-08-2012
G. Laino, Norcia, 03-08-2012
G. Laino, Norcia, 03-08-2012

Distribuzione


■ autoctona ■ alloctona ■ incerta ■ scomparsa ■ assente

Caratteristiche

Relazioni con l'uomo
[ C ] C: specie di interesse alimentare e/o aromatico
[ O ] O: specie di interesse farmaceutico-officinale
[ P ] P: specie velenose - tossiche - stupefacenti - psicotrope - irritanti - fotosensibilizzanti
[ A ] A: specie con polline allergenico.
Biologia riproduttiva

ER (ermafrodita): specie con organi maschili e femminili riuniti nel medesimo fiore.

[ EP - ZC2 ] EP (entomofilia): Il polline è trasportato da insetti, che vengono indotti a visitare il fiore con svariate strategie di richiamo, con o senza ricompensa; ZC2 (endozoocoria): Semi che vengono ingeriti, come tali o all’interno di un frutto, e successivamente espulsi con le feci.

Indici di Ellenberg

Salinità: X

L: n.d.; T: n.d.; C: n.d.; U: n.d.; R: n.d.; N: n.d.;

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