Prunus avium L.
(a cura di Giuseppe Laino)
Etimologia: l'epiteto generico deriva dal latino prunus, -i, f- = “prugno, susino” [Virgilio, Georgiche 2, 24: prunus rubescere corna = “sui susini rosseggiar le corniole”], nome che i Latini davano in genere a diversi alberi che producono drupe (Albicocco, Mandorlo, Pesco, ecc.); esso è stato ereditato dal greco proynos e proyne = “pruna”. L'epiteto specifico deriva dal latino avis, is, f. = “uccello” [Cicerone et al.] con allusione al fatto che i suoi frutti sono molto appetiti dagli uccelli.
La storia della classificazione di questa pianta è piuttosto confusa. Plinio il Vecchio distingue, nella sua Naturalis historia, tra prunus (libro XV, sezione XII) per indicare un generico albero, e cerasus (libro XV, sezione XXX) per indicare l'albero delle ciliegie, citando un certo numero di varietà di Ciliegio coltivate (Aproniana, Lutatia, Caeciliana, ecc.), distinguendole a seconda del sapore del frutto: da dolce ad aspro (libro XV, sezione XXXI-II).
Nella prima edizione delle Species plantarum Linneo tratta il Ciliegio come la varietà avium del Prunus cerasus, citando come riferimento il testo di Gaspard Bauhin Pinax theatri botanici (1596); la sua descrizione (Species plantarum 1: 474, 1753), con il trinomio Cerasus racemosa hortensis (Ciliegio con racemes dei giardini) la qualifica come una pianta coltivata. Linneo poi cambiò la tassonomia da varietà a specie (Prunus avium) nella seconda edizione della Flora Suecica (ed. 2: 165, 1755).
Nella prima edizione delle Species plantarum Linneo tratta il Ciliegio come la varietà avium del Prunus cerasus, citando come riferimento il testo di Gaspard Bauhin Pinax theatri botanici (1596); la sua descrizione (Species plantarum 1: 474, 1753), con il trinomio Cerasus racemosa hortensis (Ciliegio con racemes dei giardini) la qualifica come una pianta coltivata. Linneo poi cambiò la tassonomia da varietà a specie (Prunus avium) nella seconda edizione della Flora Suecica (ed. 2: 165, 1755).
Sinonimi: Cerasus avium (L.) Moench, Cerasus duracina DC. ex Lam. & DC., Cerasus juliana DC. ex Lam. & DC., Prunus avium subsp duracina (L.) Janchen, Prunus avium subsp juliana L., Prunus avium var duracina L., Prunus avium var juliana L., Prunus avium var sylvestris Dierb., Prunus duracina Sweet, Prunus juliana Gaudin.
Nomi volgari: Ciliegio, Ciliegio selvatico (italiano). Liguria: Iscioa, Seixa, Seixa comune, Viscioa (Genova). Piemonte: Ceresa neira, Ceresa servaja, Friscola, Griota; Arzela falsa, Ciresa selvaja (Novara); Ceresa d' montagna (Torino); Ceresa salvatica, Grafion (Alessandria); Ceresa sarvaia (Cuneo); Galfuin, Garfuin, Grioto (Val S. Martino); Visciuola (Perrero). Lombardia: Calem, Galfion, Sareza, Sereze, Serezì (Brescia); Ceresa selvadega, Galbina, Marenella, Sciresa selvadega (Como); Marasca (Bergamo); Marenela (Mantova); Sciaresin (Sondrio). Veneto: Marenela, Sareser; Marascar, Marenellar, Marosteganar, Vizzolar, Zaresa bastardo, Ziresar (Verona); Marascer, Marascia, Vissoler, Zareser, Zareser negro, Zereser (Belluno); Marineller (Treviso); Seresara (Padova); Xareser (Pirano). Friuli: Ceriesar, Ciarvesaria, Duriese, Sariese duriese, Vicisinar, Vuisignar, Zariesar; Cesar, Ciaresar (Carnia). Emilia-Romagna: Ceraso di bosco; Calum, Durun, S'resa salva dega, Z'resa, Z'resun, Zambella (Reggio); Duran (Bologna); Sgranfignon (Piacenza); Vessra, Z'resa (Modena); Z'risa, Z'riss (Romagna). Toscana: Ceregio, Ciliegia bisciolina, Ciliegio, Ciregiolo, Ciriegiolo, Duracina, Duroni, Graffione. Umbria: Cerasa mostajola, Ciriegio (Perugia). Marche: Bigiolo, Ceraso (Ascoli). Lazio: Cerasa tosta (Roma). Abruzzi: Cirezij, Marasca; Amarena (L'Aquila); Ciriscio (Teramo); Merena (Chieti). Campania: Ciraso (Avellino). Puglia: Amareno, Bigarella, Pruno corvino (Lecce); Ceraso friesco (Bari); Cirezij (Celle prov. Foggia); Marasca (Foggia). Basilicata: Cerasella, Pruno ceraso (Potenza). Calabria: Cerasara, Spina ceraso; Ceraso (Bova). Sicilia: Cirasa amarena (Etna); Cirasa cadusa, Cirasa cappuccia, Cirasara cappuccia, Cirasu russu cadusu (Catania). Sardegna: Cariasa, Cariasa ambriaga, Cariaxa, Cerexia, Cerexia burda ghinda, Chiriaxa, Erexia..
Forma biologica e di crescita: fanerofita scaposa.
Tipo corologico: europeo-pontica. Distribuita dalla Spagna e dal sud della Gran Bretagna fino al Ponto (Turchia settentrionale), al Caucaso e alla regione caspica meridionale.
Fenologia: fiore: III-IV (alle quote più elevate: V), frutto: VI.
Limiti altitudinali: dalla pianura fino a 1500 m di altitudine.
Abbondanza relativa e distribuzione geografica in Italia: nel nostro Paese la specie selvatica è presente in tutto il territorio, comprese le isole, ma ad esclusione di Umbria, Marche e Calabria dove è naturalizzata, quale componente naturale del bosco a carattere mesofilo, con maggiore frequenza nei boschi delle Prealpi e dell'Appennino centrosettentrionale. Le coltivazioni per la produzione dei frutti sono presenti maggiormente in aree planiziali o collinari, soprattutto in Puglia, Campania, Veneto, Emilia-Romagna, Lazio.
Habitus: albero con una longevità di 80-120 anni, che può raggiungere 20 m di altezza, con ramificazioni nella parte medio alta del fusto che formano una chioma piramidale espansa piuttosto regolare, non molto densa. Piuttosto rare sono le forme arbustive o cespugliose. Il tronco, cilindrico, diritto o un po' sinuoso, presenta una caratteristica scorza liscia e sublucida, grigio scura, percorsa da file orizzontali di lenticelle che confluiscono fino a provocare il distacco di sottili nastri circolari cartacei. Spesso, in caso di offese provocate dagli insetti e dai funghi, è presente la “gomma di ciliegio”, resina mucillagginosa brunastra che sgorga dalle ferite e si rapprende a protezione dei tessuti lesi.
Foglie: le foglie, raggruppate spesso all'estremità dei rametti, sono caduche, alterne, portate da un picciolo rossastro, scanalato, lungo 3-5 cm, provviste di due caratteristiche ghiandole rosse al punto di inserzione del picciolo sulla lamina. Questa è ovata od obovata, acuminata alle due estremità, pendula, seghettata al margine con denti subottusi, lunga da 6-7 cm a 10-15 cm, larga 4-7 cm, dotata di numerose nervature evidenti. Di colore verde scuro sulla pagina superiore (assumono una colorazione cremisi in autunno), sono più chiare e leggermente pubescenti su quella inferiore.
Fiore: i fiori, ermafroditi, profumati, con diametro globale di 2,5 cm, araldi della primavera (si schiudono prima o contemporaneamente alla comparsa delle foglie), sono raggruppati a 5-8 in piccole ombrelle, provvisti di un peduncolo lungo 3-5 cm, posti alla base di una corona di brattee con lamina a forma di cucchiaio e con margine ciliato, presentano 5 sepali saldati a tubo, ovali e ottusi all'apice che diventano riflessi subito dopo l'inizio dell'antesi, e 5 petali candidi o delicatamente rosati, lunghi mediamente 12-15 mm, ovali, ottusi o smarginati all'apice e ristretti a cuneo alla base; stami numerosi (spesso oltre 20) ed antere giallo brunastre. Ricettacolo con ovario unicarpellare, infossato nel ricettacolo (ipanzio), glabro; stilo singolo, stigma capitato.
Frutto: il frutto è una drupa (ciliegia) di 1 cm di diametro (fino a 3 cm nelle varietà coltivate), lucida e variamente rossa a maturità, ombelicata in corrispondenza del peduncolo. La polpa scarsa, commestibile, molto succosa e zuccherina, ha un gusto da dolce ad abbastanza astringente. I frutti vengono mangiati da numerosi uccelli e mammiferi che digeriscono la polpa e disperdono il seme con i loro escrementi.
Semi: ogni drupa contiene un solo nocciolo oblungo, liscio, legnoso (endocarpo + seme), lungo 7-10 mm e spesso 6-8 mm. Il seme è lungo 5-7 mm.
Polline: granuli pollinici triangolare arrotondati in visione polare, più o meno circolari in visione equatoriale; dimensioni: asse polare 30,4 (27-32) mµ, asse equatoriale 39,1 (36-41) mµ; aperture: tricolp(or)ati con colpi lunghi e acuti; in visione equatoriale qualche volta è visibile un porus scarsamente delimitato; esina: sottile, striata; intina: sporgente nella regione delle aperture. L'impollinazione è entomofila, principalmente ad opera delle api.
Numero cromosomico: 2n = 16.
Sottospecie e/o varietà: il Ciliegio fu domesticato in tempi diversi e in zone differenti del suo areale, come albero da frutto da cui sono state ottenute, attraverso i millenni, migliaia di cultivar, oltre all'Amareno o Visciolo ritenuto da Linneo specie a parte (Prunus cerasus L.). Queste appartengono a due grandi gruppi principali: le “Juliana” a polpa molle e le “Duracina” a polpa croccante. Tra le varietà a polpa molle le più importanti sono: “Maiatica”, “Moretta di Cesena”, “Mora di Vignola”, “Precoce di San Pietro”, mentre tra le varietà a polpa croccante sono da segnalare: “Bigarreau Napoléon”, “Bigarreau Moreau”, “Durona di Cesena”, “Durona di Vignola”, “Merton Bigarreau”, “Turca”. Sia nel gruppo “Juliana” sia in quello delle “Duracina” sono comprese varietà a frutto nero e a frutto chiaro.
L'Amareno non è che una derivazione collaterale del Ciliegio selvatico, esclusivamente coltivata, che si distingue per la minore statura, per le foglie mai pendule, prive o quasi di ghiandole rosse e con seghettatura leggermente più evidente; inoltre per il frutto più molle e gradevolmente acidulo a maturità.
Nomi volgari: Ciliegio, Ciliegio selvatico (italiano). Liguria: Iscioa, Seixa, Seixa comune, Viscioa (Genova). Piemonte: Ceresa neira, Ceresa servaja, Friscola, Griota; Arzela falsa, Ciresa selvaja (Novara); Ceresa d' montagna (Torino); Ceresa salvatica, Grafion (Alessandria); Ceresa sarvaia (Cuneo); Galfuin, Garfuin, Grioto (Val S. Martino); Visciuola (Perrero). Lombardia: Calem, Galfion, Sareza, Sereze, Serezì (Brescia); Ceresa selvadega, Galbina, Marenella, Sciresa selvadega (Como); Marasca (Bergamo); Marenela (Mantova); Sciaresin (Sondrio). Veneto: Marenela, Sareser; Marascar, Marenellar, Marosteganar, Vizzolar, Zaresa bastardo, Ziresar (Verona); Marascer, Marascia, Vissoler, Zareser, Zareser negro, Zereser (Belluno); Marineller (Treviso); Seresara (Padova); Xareser (Pirano). Friuli: Ceriesar, Ciarvesaria, Duriese, Sariese duriese, Vicisinar, Vuisignar, Zariesar; Cesar, Ciaresar (Carnia). Emilia-Romagna: Ceraso di bosco; Calum, Durun, S'resa salva dega, Z'resa, Z'resun, Zambella (Reggio); Duran (Bologna); Sgranfignon (Piacenza); Vessra, Z'resa (Modena); Z'risa, Z'riss (Romagna). Toscana: Ceregio, Ciliegia bisciolina, Ciliegio, Ciregiolo, Ciriegiolo, Duracina, Duroni, Graffione. Umbria: Cerasa mostajola, Ciriegio (Perugia). Marche: Bigiolo, Ceraso (Ascoli). Lazio: Cerasa tosta (Roma). Abruzzi: Cirezij, Marasca; Amarena (L'Aquila); Ciriscio (Teramo); Merena (Chieti). Campania: Ciraso (Avellino). Puglia: Amareno, Bigarella, Pruno corvino (Lecce); Ceraso friesco (Bari); Cirezij (Celle prov. Foggia); Marasca (Foggia). Basilicata: Cerasella, Pruno ceraso (Potenza). Calabria: Cerasara, Spina ceraso; Ceraso (Bova). Sicilia: Cirasa amarena (Etna); Cirasa cadusa, Cirasa cappuccia, Cirasara cappuccia, Cirasu russu cadusu (Catania). Sardegna: Cariasa, Cariasa ambriaga, Cariaxa, Cerexia, Cerexia burda ghinda, Chiriaxa, Erexia..
Forma biologica e di crescita: fanerofita scaposa.
Tipo corologico: europeo-pontica. Distribuita dalla Spagna e dal sud della Gran Bretagna fino al Ponto (Turchia settentrionale), al Caucaso e alla regione caspica meridionale.
Fenologia: fiore: III-IV (alle quote più elevate: V), frutto: VI.
Limiti altitudinali: dalla pianura fino a 1500 m di altitudine.
Abbondanza relativa e distribuzione geografica in Italia: nel nostro Paese la specie selvatica è presente in tutto il territorio, comprese le isole, ma ad esclusione di Umbria, Marche e Calabria dove è naturalizzata, quale componente naturale del bosco a carattere mesofilo, con maggiore frequenza nei boschi delle Prealpi e dell'Appennino centrosettentrionale. Le coltivazioni per la produzione dei frutti sono presenti maggiormente in aree planiziali o collinari, soprattutto in Puglia, Campania, Veneto, Emilia-Romagna, Lazio.
Habitus: albero con una longevità di 80-120 anni, che può raggiungere 20 m di altezza, con ramificazioni nella parte medio alta del fusto che formano una chioma piramidale espansa piuttosto regolare, non molto densa. Piuttosto rare sono le forme arbustive o cespugliose. Il tronco, cilindrico, diritto o un po' sinuoso, presenta una caratteristica scorza liscia e sublucida, grigio scura, percorsa da file orizzontali di lenticelle che confluiscono fino a provocare il distacco di sottili nastri circolari cartacei. Spesso, in caso di offese provocate dagli insetti e dai funghi, è presente la “gomma di ciliegio”, resina mucillagginosa brunastra che sgorga dalle ferite e si rapprende a protezione dei tessuti lesi.
Foglie: le foglie, raggruppate spesso all'estremità dei rametti, sono caduche, alterne, portate da un picciolo rossastro, scanalato, lungo 3-5 cm, provviste di due caratteristiche ghiandole rosse al punto di inserzione del picciolo sulla lamina. Questa è ovata od obovata, acuminata alle due estremità, pendula, seghettata al margine con denti subottusi, lunga da 6-7 cm a 10-15 cm, larga 4-7 cm, dotata di numerose nervature evidenti. Di colore verde scuro sulla pagina superiore (assumono una colorazione cremisi in autunno), sono più chiare e leggermente pubescenti su quella inferiore.
Fiore: i fiori, ermafroditi, profumati, con diametro globale di 2,5 cm, araldi della primavera (si schiudono prima o contemporaneamente alla comparsa delle foglie), sono raggruppati a 5-8 in piccole ombrelle, provvisti di un peduncolo lungo 3-5 cm, posti alla base di una corona di brattee con lamina a forma di cucchiaio e con margine ciliato, presentano 5 sepali saldati a tubo, ovali e ottusi all'apice che diventano riflessi subito dopo l'inizio dell'antesi, e 5 petali candidi o delicatamente rosati, lunghi mediamente 12-15 mm, ovali, ottusi o smarginati all'apice e ristretti a cuneo alla base; stami numerosi (spesso oltre 20) ed antere giallo brunastre. Ricettacolo con ovario unicarpellare, infossato nel ricettacolo (ipanzio), glabro; stilo singolo, stigma capitato.
Frutto: il frutto è una drupa (ciliegia) di 1 cm di diametro (fino a 3 cm nelle varietà coltivate), lucida e variamente rossa a maturità, ombelicata in corrispondenza del peduncolo. La polpa scarsa, commestibile, molto succosa e zuccherina, ha un gusto da dolce ad abbastanza astringente. I frutti vengono mangiati da numerosi uccelli e mammiferi che digeriscono la polpa e disperdono il seme con i loro escrementi.
Semi: ogni drupa contiene un solo nocciolo oblungo, liscio, legnoso (endocarpo + seme), lungo 7-10 mm e spesso 6-8 mm. Il seme è lungo 5-7 mm.
Polline: granuli pollinici triangolare arrotondati in visione polare, più o meno circolari in visione equatoriale; dimensioni: asse polare 30,4 (27-32) mµ, asse equatoriale 39,1 (36-41) mµ; aperture: tricolp(or)ati con colpi lunghi e acuti; in visione equatoriale qualche volta è visibile un porus scarsamente delimitato; esina: sottile, striata; intina: sporgente nella regione delle aperture. L'impollinazione è entomofila, principalmente ad opera delle api.
Numero cromosomico: 2n = 16.
Sottospecie e/o varietà: il Ciliegio fu domesticato in tempi diversi e in zone differenti del suo areale, come albero da frutto da cui sono state ottenute, attraverso i millenni, migliaia di cultivar, oltre all'Amareno o Visciolo ritenuto da Linneo specie a parte (Prunus cerasus L.). Queste appartengono a due grandi gruppi principali: le “Juliana” a polpa molle e le “Duracina” a polpa croccante. Tra le varietà a polpa molle le più importanti sono: “Maiatica”, “Moretta di Cesena”, “Mora di Vignola”, “Precoce di San Pietro”, mentre tra le varietà a polpa croccante sono da segnalare: “Bigarreau Napoléon”, “Bigarreau Moreau”, “Durona di Cesena”, “Durona di Vignola”, “Merton Bigarreau”, “Turca”. Sia nel gruppo “Juliana” sia in quello delle “Duracina” sono comprese varietà a frutto nero e a frutto chiaro.
L'Amareno non è che una derivazione collaterale del Ciliegio selvatico, esclusivamente coltivata, che si distingue per la minore statura, per le foglie mai pendule, prive o quasi di ghiandole rosse e con seghettatura leggermente più evidente; inoltre per il frutto più molle e gradevolmente acidulo a maturità.
Il Ciliegio è spesso coltivato come albero da fiore. A causa della dimensione dell'albero esso viene usato nei parchi e meno frequentemente come albero per le strade o per i giardini. Due ibridi interspecifici, Prunus x schmidtii Schmidt (Prunus avium L. x Prunus canescens Rehder) e Prunus x fontanesiana (Spach) C. K. Schneid (Prunus avium L. x Prunus mahaleb L.) vengono usati anche a scopo ornamentale (European Garden Flora, vol. IV).
Habitat ed ecologia: pianta molto rustica e diffusa allo stato spontaneo, si trova ai margini dei boschi (specie eliofila) o lungo i corsi d'acqua, componente delle formazioni a latifoglie subtermofile della fascia collinare e montana con suolo subacido come Rovere (Quercus petraea (Matt.) Liebl.), Roverella (Quercus pubescens Willd.), Farnia (Quercus robur L.), Capino (Carpinus betulus L.) ecc. È una pianta abbastanza resistente al freddo e al gelo; si adatta a molti tipi di substrato, anche quelli calcarei e argillosi.
Naturalmente poco abbondante e disperso nella foresta, questa specie non è un'essenza pioniera. Essa necessita, per espandersi, di un ambiente e di un microclima forestale. Tuttavia viene piantata in popolazioni miste, in ranghi lungo i viali, che necessitano di una protezione imperativa durante i primi anni perché raggruppati, questi alberi diventano molto appetibili per i caprioli e più sensibili al cancro batterico e alla cilindrosporiosi, oltre che agli attacchi degli insetti (vedi oltre).
Syntaxon (syntaxa) di riferimento: Erythronio-Carpinion betuli.
Life-strategy (sensu Grime & Co.): Stress tolleranti (S).
IUCN: N.A..
Farmacopea: foglie, rami e semi sono in qualche misura tossici poiché contengono amigdalina e prunasina, sostanze che, a contatto con l'acqua, producono l'acido idrocianico (o acido prussico), ed è quindi opportuno evitarne l'ingestione, anche se, in piccole quantità questo composto stimola la respirazione e migliora la digestione.
Il Ciliegio selvatico ha le stesse proprietà dell'Amareno (Prunus cerasus L.). Nella pratica erboristica corrente si usano i peduncoli, impiegati tra l'altro nell'industria alimentare per le particolari caratteristiche aromatiche. Le proprietà diuretiche, antiuriche, antigottose, nonché quelle astringenti della droga sono da ascrivere al contenuto in sali di potassio e polifenoli, di cui i tannini rappresentano una percentuale significativa. La presenza di polifenoli suggerisce anche un impiego esterno come rinfrescante e astringente delle epidermidi infiammate.
Naturalmente poco abbondante e disperso nella foresta, questa specie non è un'essenza pioniera. Essa necessita, per espandersi, di un ambiente e di un microclima forestale. Tuttavia viene piantata in popolazioni miste, in ranghi lungo i viali, che necessitano di una protezione imperativa durante i primi anni perché raggruppati, questi alberi diventano molto appetibili per i caprioli e più sensibili al cancro batterico e alla cilindrosporiosi, oltre che agli attacchi degli insetti (vedi oltre).
Syntaxon (syntaxa) di riferimento: Erythronio-Carpinion betuli.
Life-strategy (sensu Grime & Co.): Stress tolleranti (S).
IUCN: N.A..
Farmacopea: foglie, rami e semi sono in qualche misura tossici poiché contengono amigdalina e prunasina, sostanze che, a contatto con l'acqua, producono l'acido idrocianico (o acido prussico), ed è quindi opportuno evitarne l'ingestione, anche se, in piccole quantità questo composto stimola la respirazione e migliora la digestione.
Il Ciliegio selvatico ha le stesse proprietà dell'Amareno (Prunus cerasus L.). Nella pratica erboristica corrente si usano i peduncoli, impiegati tra l'altro nell'industria alimentare per le particolari caratteristiche aromatiche. Le proprietà diuretiche, antiuriche, antigottose, nonché quelle astringenti della droga sono da ascrivere al contenuto in sali di potassio e polifenoli, di cui i tannini rappresentano una percentuale significativa. La presenza di polifenoli suggerisce anche un impiego esterno come rinfrescante e astringente delle epidermidi infiammate.
La polpa del frutto fresco svolge azione dissetante, diuretica, antiurica e moderatamente lassativa ed è indicata anche per chi deve incrementare la riserva alcalina. Il frutto contiene un enzima presente anche nella nostra saliva, l'amilase, che ha effetti digestivi. Il contenuto in buona percentuale di potassio è un fattore importante nel controllo dell'ipertensione arteriosa, e gli acidi organici sono efficaci per l'equilibrio acido-basico nel corpo. La ciliegia è inoltre nota per le sue proprietà benefiche: è un potente depurativo del sangue e disintossicante, drenante del fegato e delle tossine, è antinfettiva e antibatterica. Contiene zuccheri ma in una forma (levulosio) adatta anche agli obesi e ai diabetici, ed è praticamente priva di grassi e proteine: l'ideale in un regime dietetico. Contiene vitamine A, B e C, sali minerali e oligoelementi preziosi (zinco, rame, manganese, cobalto). Questo frutto è consigliato, inoltre, nella cura di reumatismi e artriti. I frutti delle piante selvatiche, però, possono risultare maggiormente lassativi per i bambini e pertanto non se ne deve abusare.
La “gomma di ciliegio”, una resina aromatica mucillagginosa brunastra prodotta dall'albero per proteggersi dagli insulti esterni (e che si può ottenere anche praticando piccole incisioni sul tronco, pratica tuttavia da sconsigliare) può essere usata per inalazioni in caso di tosse persistente.
Albero soggetto a tutela: il Ciliegio selvatico, da non molto, in alcune Regioni italiane è stato posto sotto pubblica tutela. Citiamo la legge regionale n. 33 del 18-04-1995 della Regione Veneto, "Tutela del patrimonio genetico delle specie della flora legnosa indigena nel Veneto" (art.1 e all. A); la legge regionale n. 27 del 28-10-2004, della Regione Lombardia, "Tutela e valorizzazione delle superfici, del paesaggio e dell'economia forestale" (art. 23 e all. A); la legge regionale n. 8 del 10-01-1987 della Regione Marche, "Modificazioni alla LR 13 marzo 1985, N. 7 riguardante: Disposizioni per la salvaguardia della flora marchigiana" (art. 1).
Avversità: le avversità più frequenti del Ciliegio sono provocate dai parassiti animali: afide nero del Ciliegio (Myzus cerasi) che infesta soprattutto le piante giovani, provocando l'arricciamento delle foglie e danneggiando gli apici vegetativi, per cui la produzione dei frutti risulta scadente e limitata; questo parassita secerne una grande quantità di sostanze zuccherine, che favoriscono lo sviluppo delle fumaggini. Mosca delle ciliegie (Rhagoletis cerasi), senz'altro uno dei parassiti più diffusi e dannosi poiché le sue larve penetrano nei frutti scavando gallerie intorno al nocciolo; i frutti attaccati da questo parassita cadono precocemente a terra oppure, se restano sulla pianta, vanno soggetti a marcescenza. Cimicetta del Mandorlo (Monosteira unicostata) che attacca le foglie. Defogliazioni da parte del lepidottero falena brumale (Operophthera brumata).
Altre avversità provocate da agenti di malattia (funghi, batteri ed entità infettive) sono: ruggine del Ciliegio dovuta al fungo Puccinia cerasi; corineo (Coryneum beijerinckii) che provoca tipiche bucherellature fogliari e disseccamenti ai rami, i frutti si macchiano di nero e cadono prematuramente; cilindrosporiosi del Ciliegio che colpisce prevalentemente le foglie e si manifesta con la formazione di macchie violacee sulle foglie che seccano e cadono prematuramente; marciumi dei frutti da Monilia; antracnosi dei frutti determinata dal fungo Gnomonia erythrostoma.
Usi: il legno di Ciliegio è tra i più pregiati in ebanisteria come nella mobilia e per la fabbricazione di strumenti musicali, per la grana fine, compatta, con buone proprietà meccaniche (resistenza alla compressione, trazione o flessione), di facile lavorazione, e per il bellissimo, caratteristico colorito bruno roseo da chiaro a giallastro. Tuttavia la facilità di stagionatura può renderlo a volte molto nervoso. Ricercato dall'industria mobiliera, sia in tronchi che in travi, ha un impiego marginale in altre utilizzazioni come la scultura e la tornitura.
I frutti freschi delle varietà coltivate possono venire conservati sotto spirito e da essi si possono ricavare marmellate e sciroppi, sorbetti e dessert di vario genere. Dall'infusione dei frutti in alcool si ottiene un liquore, il Maraschino, tipicamente italiano, nato nei conventi durante il Medio Evo; altri liquori che si ricavano dalla ciliegia sono il Cherry, il Kirsch e la Ratafià.
Dalle foglie si ricava una tintura di colore verde. In passato si utilizzava la resina gommosa (“gomma di ciliegio”) che fuoriusciva dalle ferite del tronco e dei rami, per farne una eccellente colla, usata soprattutto per la carta.
Il Ciliegio coltivato: le varietà di Ciliegio coltivato non hanno particolari esigenze per quanto riguarda il clima. Resistono molto bene alle basse temperature e, dato che fioriscono relativamente tardi (in aprile), non sono danneggiate dalle gelate tardive. Se durante la fioritura si verificano piogge intense e prolungate, si può avere una notevole cascola di fiori. Se piove molto durante la fase della maturazione dei frutti, questi possono presentare screpolature e fenditure. È una pianta esigente per quanto riguarda il terreno, che deve essere fertile, ben drenato, non eccessivamente umido ma fresco, di medio impasto.
La messa a dimora si effettua in novembre o in febbraio, quando le condizioni del terreno sono adatte per compiere questa operazione. Nel caso in cui si desideri mettere a dimora molte piante, è necessario distanziarle fra loro di 4-7 m se si effettua l'innesto sul Ciliegio di Santa Lucia o Magaleppo (Prunus mahaleb L.), e di 8-10 m se le piante sono innestate su franco. Le varietà di Ciliegio coltivate sono generalmente auto sterili per cui è necessario piantare vicine almeno due piante appartenenti a varietà diverse, in modo da assicurare l'impollinazione incrociata. Nel caso che questo non sia possibile, è consigliabile porre in vicinanza della pianta rami fioriti di una varietà diversa, tenuti immersi in un recipiente pieno d'acqua. Nel caso in cui non si ricorra a questo espediente o non esistano nelle vicinanze della pianta esemplari di altre varietà di Ciliegio, la produzione dei frutti può essere molto scarsa.
La moltiplicazione del Ciliegio per mezzo dei semi si effettua soltanto per ottenere piantine sulle quali effettuare l'innesto delle varietà selezionate. In agosto si stratificano i semi; si semina in primavera, all'aperto; in autunno si trapiantano le piantine, in vivaio. La moltiplicazione avviene per innesto che può essere compiuta con varie tecniche: si può infatti innestare a gemma dormiente in agosto, o a triangolo in febbraio; nel primo caso si utilizzano piante di un anno e mezzo, nel secondo si impiegano esemplari di due anni. Si può anche innestare a becco di luccio o a corona. Uno dei portainnesti maggiormente impiegati è il franco ottenuto in genere da semi; questi vengono raccolti da esemplari di Ciliegio selvatico o da varietà tardive di Ciliegio coltivato; le piante ottenute raggiungono un'altezza notevole e cominciano a produrre frutti 6-8 anni dopo l'innesto; non sono molto resistenti al freddo e non sopportano elevati contenuti di calcare nel terreno. Un altro portainnesto largamente usato è il Ciliegio di Santa Lucia, o Magaleppo, che permette di ottenere piante resistenti al calcare e al freddo, precoci (entrano infatti in produzione 3-4 anni dopo l'innesto), di altezza limitata e non molto longeve (non durano più di 25 anni). Presso la stazione sperimentale inglese di East Malling è stato ottenuto un altro portainnesto, denominato E.M.F./12 1, derivato dal Ciliegio selvatico e moltiplicato per via vegetativa, molto interessante, in quanto permette di ottenere piante resistenti alle malattie. Come portainnesto può essere impiegato infine anche il franco di Amareno (Prunus cerasus L.), adatto per i terreni molto pesanti, eccessivamente umidi o siccitosi.
Le piante di Ciliegio vengono generalmente allevate in forma naturale o a vaso alto; nei frutteti specializzati, per facilitare la raccolta e i trattamenti antiparassitari, si scelgono forme di allevamento a vaso basso o a palmetta. La potatura del Ciliegio è limitata all'eliminazione dei rami secchi o danneggiati dai parassiti; inoltre, si dirada la chioma se i rami sono eccessivamente folti; negli esemplari vecchi si accorciano i rami, per stimolare la produzione di nuovo legno, sul quale si formeranno i dardi a mazzetto, che producono la maggior parte dei fiori e, quindi, dei frutti. In generale il Ciliegio deve essere potato il meno possibile, in quanto le ferite cicatrizzano con difficoltà.
I frutti (ciliegie) si raccolgono più volte, in quanto la loro maturazione non è contemporanea. Si deve fare attenzione a non danneggiare, nel corso della raccolta, i dardi a mazzetto; i frutti si staccano con il peduncolo. Non è consigliabile raccogliere frutti non completamente maturi, in quanto questi, dopo la raccolta, non proseguono la maturazione. Le piante di Ciliegio coltivate producono frutti per circa 50 anni; se sono innestate sul Ciliegio di Santa Lucia o Magaleppo entrano prima in produzione, ma producono frutti per un periodo che non supera i 25 anni.
Albero soggetto a tutela: il Ciliegio selvatico, da non molto, in alcune Regioni italiane è stato posto sotto pubblica tutela. Citiamo la legge regionale n. 33 del 18-04-1995 della Regione Veneto, "Tutela del patrimonio genetico delle specie della flora legnosa indigena nel Veneto" (art.1 e all. A); la legge regionale n. 27 del 28-10-2004, della Regione Lombardia, "Tutela e valorizzazione delle superfici, del paesaggio e dell'economia forestale" (art. 23 e all. A); la legge regionale n. 8 del 10-01-1987 della Regione Marche, "Modificazioni alla LR 13 marzo 1985, N. 7 riguardante: Disposizioni per la salvaguardia della flora marchigiana" (art. 1).
Avversità: le avversità più frequenti del Ciliegio sono provocate dai parassiti animali: afide nero del Ciliegio (Myzus cerasi) che infesta soprattutto le piante giovani, provocando l'arricciamento delle foglie e danneggiando gli apici vegetativi, per cui la produzione dei frutti risulta scadente e limitata; questo parassita secerne una grande quantità di sostanze zuccherine, che favoriscono lo sviluppo delle fumaggini. Mosca delle ciliegie (Rhagoletis cerasi), senz'altro uno dei parassiti più diffusi e dannosi poiché le sue larve penetrano nei frutti scavando gallerie intorno al nocciolo; i frutti attaccati da questo parassita cadono precocemente a terra oppure, se restano sulla pianta, vanno soggetti a marcescenza. Cimicetta del Mandorlo (Monosteira unicostata) che attacca le foglie. Defogliazioni da parte del lepidottero falena brumale (Operophthera brumata).
Altre avversità provocate da agenti di malattia (funghi, batteri ed entità infettive) sono: ruggine del Ciliegio dovuta al fungo Puccinia cerasi; corineo (Coryneum beijerinckii) che provoca tipiche bucherellature fogliari e disseccamenti ai rami, i frutti si macchiano di nero e cadono prematuramente; cilindrosporiosi del Ciliegio che colpisce prevalentemente le foglie e si manifesta con la formazione di macchie violacee sulle foglie che seccano e cadono prematuramente; marciumi dei frutti da Monilia; antracnosi dei frutti determinata dal fungo Gnomonia erythrostoma.
Usi: il legno di Ciliegio è tra i più pregiati in ebanisteria come nella mobilia e per la fabbricazione di strumenti musicali, per la grana fine, compatta, con buone proprietà meccaniche (resistenza alla compressione, trazione o flessione), di facile lavorazione, e per il bellissimo, caratteristico colorito bruno roseo da chiaro a giallastro. Tuttavia la facilità di stagionatura può renderlo a volte molto nervoso. Ricercato dall'industria mobiliera, sia in tronchi che in travi, ha un impiego marginale in altre utilizzazioni come la scultura e la tornitura.
I frutti freschi delle varietà coltivate possono venire conservati sotto spirito e da essi si possono ricavare marmellate e sciroppi, sorbetti e dessert di vario genere. Dall'infusione dei frutti in alcool si ottiene un liquore, il Maraschino, tipicamente italiano, nato nei conventi durante il Medio Evo; altri liquori che si ricavano dalla ciliegia sono il Cherry, il Kirsch e la Ratafià.
Dalle foglie si ricava una tintura di colore verde. In passato si utilizzava la resina gommosa (“gomma di ciliegio”) che fuoriusciva dalle ferite del tronco e dei rami, per farne una eccellente colla, usata soprattutto per la carta.
Il Ciliegio coltivato: le varietà di Ciliegio coltivato non hanno particolari esigenze per quanto riguarda il clima. Resistono molto bene alle basse temperature e, dato che fioriscono relativamente tardi (in aprile), non sono danneggiate dalle gelate tardive. Se durante la fioritura si verificano piogge intense e prolungate, si può avere una notevole cascola di fiori. Se piove molto durante la fase della maturazione dei frutti, questi possono presentare screpolature e fenditure. È una pianta esigente per quanto riguarda il terreno, che deve essere fertile, ben drenato, non eccessivamente umido ma fresco, di medio impasto.
La messa a dimora si effettua in novembre o in febbraio, quando le condizioni del terreno sono adatte per compiere questa operazione. Nel caso in cui si desideri mettere a dimora molte piante, è necessario distanziarle fra loro di 4-7 m se si effettua l'innesto sul Ciliegio di Santa Lucia o Magaleppo (Prunus mahaleb L.), e di 8-10 m se le piante sono innestate su franco. Le varietà di Ciliegio coltivate sono generalmente auto sterili per cui è necessario piantare vicine almeno due piante appartenenti a varietà diverse, in modo da assicurare l'impollinazione incrociata. Nel caso che questo non sia possibile, è consigliabile porre in vicinanza della pianta rami fioriti di una varietà diversa, tenuti immersi in un recipiente pieno d'acqua. Nel caso in cui non si ricorra a questo espediente o non esistano nelle vicinanze della pianta esemplari di altre varietà di Ciliegio, la produzione dei frutti può essere molto scarsa.
La moltiplicazione del Ciliegio per mezzo dei semi si effettua soltanto per ottenere piantine sulle quali effettuare l'innesto delle varietà selezionate. In agosto si stratificano i semi; si semina in primavera, all'aperto; in autunno si trapiantano le piantine, in vivaio. La moltiplicazione avviene per innesto che può essere compiuta con varie tecniche: si può infatti innestare a gemma dormiente in agosto, o a triangolo in febbraio; nel primo caso si utilizzano piante di un anno e mezzo, nel secondo si impiegano esemplari di due anni. Si può anche innestare a becco di luccio o a corona. Uno dei portainnesti maggiormente impiegati è il franco ottenuto in genere da semi; questi vengono raccolti da esemplari di Ciliegio selvatico o da varietà tardive di Ciliegio coltivato; le piante ottenute raggiungono un'altezza notevole e cominciano a produrre frutti 6-8 anni dopo l'innesto; non sono molto resistenti al freddo e non sopportano elevati contenuti di calcare nel terreno. Un altro portainnesto largamente usato è il Ciliegio di Santa Lucia, o Magaleppo, che permette di ottenere piante resistenti al calcare e al freddo, precoci (entrano infatti in produzione 3-4 anni dopo l'innesto), di altezza limitata e non molto longeve (non durano più di 25 anni). Presso la stazione sperimentale inglese di East Malling è stato ottenuto un altro portainnesto, denominato E.M.F./12 1, derivato dal Ciliegio selvatico e moltiplicato per via vegetativa, molto interessante, in quanto permette di ottenere piante resistenti alle malattie. Come portainnesto può essere impiegato infine anche il franco di Amareno (Prunus cerasus L.), adatto per i terreni molto pesanti, eccessivamente umidi o siccitosi.
Le piante di Ciliegio vengono generalmente allevate in forma naturale o a vaso alto; nei frutteti specializzati, per facilitare la raccolta e i trattamenti antiparassitari, si scelgono forme di allevamento a vaso basso o a palmetta. La potatura del Ciliegio è limitata all'eliminazione dei rami secchi o danneggiati dai parassiti; inoltre, si dirada la chioma se i rami sono eccessivamente folti; negli esemplari vecchi si accorciano i rami, per stimolare la produzione di nuovo legno, sul quale si formeranno i dardi a mazzetto, che producono la maggior parte dei fiori e, quindi, dei frutti. In generale il Ciliegio deve essere potato il meno possibile, in quanto le ferite cicatrizzano con difficoltà.
I frutti (ciliegie) si raccolgono più volte, in quanto la loro maturazione non è contemporanea. Si deve fare attenzione a non danneggiare, nel corso della raccolta, i dardi a mazzetto; i frutti si staccano con il peduncolo. Non è consigliabile raccogliere frutti non completamente maturi, in quanto questi, dopo la raccolta, non proseguono la maturazione. Le piante di Ciliegio coltivate producono frutti per circa 50 anni; se sono innestate sul Ciliegio di Santa Lucia o Magaleppo entrano prima in produzione, ma producono frutti per un periodo che non supera i 25 anni.
Cenni storici: il Ciliegio selvatico ha costituito fonte di nutrimento per gli umani per alcune migliaia di anni. Alcuni autori botanici del diciottesimo e diciannovesimo secolo ascrivono le origini del Ciliegio al Medio Oriente basandosi sugli scritti di Plinio il Vecchio; tuttavia, a contraddire questa tesi è il ritrovamento di semi di un certo numero di specie di ciliegie in siti archeologici europei dell'età del bronzo ed in siti archeologici Romani in tutta Europa. Macrofossili di Ciliegio selvatico sono stati trovati tra i detriti di un villaggio della prima era del bronzo e della media età del bronzo e nei resti di un villaggio di palafitte che si trovava sulla riva di un vecchio lago a Desenzano del Garda o Lonato, vicino alla riva sud del Lago di Garda. La data è stimata risalente alla prima età del bronzo. La foresta naturale a quel tempo era poco vasta (R. C. De Marinis, M. Rapi, C. Ravazzi, E. Arpenti, M. Deaddis & R. Perego (2005). Lavagnone (Desenzano del Garda): new excavations and palaeoecology of a Bronze Age pile dwelling site in northern Italy. In: P. Della Casa & M. Trachsel, ed. Wetland Economies and Societies. Proceedings of the International Conference in Zurich, 10-13 March 2004. Collectio Archæologica 3: 221-232).
Plinio il Vecchio afferma che prima che il console romano Lucius Licinius Lucullus (Lucullo) sconfiggesse Mitridate nel 74 a.C., cerasia... non fuere in Italia ("Non vi erano ciliegie in Italia"). Secondo lui fu Lucullo ad introdurle dal Ponto (regione della Turchia settentrionale) (Naturalis historia, libro XV, sezione XXX); nei 120 anni successivi il Ciliegio si era diffuso attraverso l'Europa fino alla Britannia
Alphonse de Candolle (Origine des plantes cultivées, Ginevra 1882) affermò che semi di Prunus avium furono ritrovati nella Cultura Terramare del nord Italia (1500-1100 a.C.) e in alcuni villaggi palafitticoli svizzeri.
Al riguardo di quanto sostenuto da Plinio circa l'introduzione del Ciliegio in Italia, De Candolle ribatte (Origine des plantes cultivées, p. 210): «Poiché questo errore è perpetuato dalla sua ripetizione incessante nella scuola classica, si deve affermare che gli alberi di Ciliegio (almeno quelli di Prunus avium L.) esistevano in Italia prima di Lucullus, e che il famoso buongustaio non aveva bisogno di andare così lontano per cercare le specie dai frutti con il sapore amaro (Prunus cerasus L.)».
Plinio il Vecchio afferma che prima che il console romano Lucius Licinius Lucullus (Lucullo) sconfiggesse Mitridate nel 74 a.C., cerasia... non fuere in Italia ("Non vi erano ciliegie in Italia"). Secondo lui fu Lucullo ad introdurle dal Ponto (regione della Turchia settentrionale) (Naturalis historia, libro XV, sezione XXX); nei 120 anni successivi il Ciliegio si era diffuso attraverso l'Europa fino alla Britannia
Alphonse de Candolle (Origine des plantes cultivées, Ginevra 1882) affermò che semi di Prunus avium furono ritrovati nella Cultura Terramare del nord Italia (1500-1100 a.C.) e in alcuni villaggi palafitticoli svizzeri.
Al riguardo di quanto sostenuto da Plinio circa l'introduzione del Ciliegio in Italia, De Candolle ribatte (Origine des plantes cultivées, p. 210): «Poiché questo errore è perpetuato dalla sua ripetizione incessante nella scuola classica, si deve affermare che gli alberi di Ciliegio (almeno quelli di Prunus avium L.) esistevano in Italia prima di Lucullus, e che il famoso buongustaio non aveva bisogno di andare così lontano per cercare le specie dai frutti con il sapore amaro (Prunus cerasus L.)».
De Candolle suggerisce che quello che Lucullo portò era un particolare tipo di Prunus avium del Caucaso. Pertanto l'origine del Prunus avium è ancora una questione aperta.
I moderni ciliegi coltivati differiscono da quelli selvatici per la dimensione del frutto più grande, 2-3 cm di diametro. Gli alberi sono spesso coltivati in terreni duri per mantenerli più piccoli e per facilitare il raccolto (S. Panda, J. P. Martin & I. Aquinagalde (2003). Chloroplast DNA study in sweet cherry cultivars (Prunus avium L.) using PCR-RFLP method. Genetic Resources and Crop Evolution 50 (5): 489-495. Abstract).
I moderni ciliegi coltivati differiscono da quelli selvatici per la dimensione del frutto più grande, 2-3 cm di diametro. Gli alberi sono spesso coltivati in terreni duri per mantenerli più piccoli e per facilitare il raccolto (S. Panda, J. P. Martin & I. Aquinagalde (2003). Chloroplast DNA study in sweet cherry cultivars (Prunus avium L.) using PCR-RFLP method. Genetic Resources and Crop Evolution 50 (5): 489-495. Abstract).
Circa nell'800 a.C. il Ciliegio veniva coltivato in Turchia e, poco più tardi, in Grecia. Assieme al Prunus cerasus L., il Prunus avium L. è una delle due specie di Ciliegio selvatico che sono all'origine delle varietà di Ciliegio coltivato che produce tipologie di ciliegie che vanno dal Graffione bianco piemontese, al Durone nero di Vignola. Vari tipi di coltivazione di Ciliegio sono oggigiorno diffuse in tutto il mondo in tutti i luoghi in cui il clima lo permette; il numero delle coltivazioni è vastissimo. Le specie sono anche sfuggite alla coltivazione naturalizzandosi in alcune regioni temperate, incluso il sudovest del Canada, il Giappone, la Nuova Zelanda, ed il nordest e nordovest degli Stati Uniti.
Leggende, credenze, tradizioni e detti popolari: il Ciliegio selvatico era detto kérasos in greco, un termine di origine incerta sebbene San Girolamo sostenga che derivi dalla città di Kerasunte, nel Ponto, da cui l'albero sarebbe stato portato in Italia nel I sec. a.C. da Lucullo (vedi sopra). Esso ha ispirato simbolismi opposti: gli Albanesi usano bruciare rami di Ciliegio nelle notti del 24, del 31 dicembre e del 5 gennaio, che segnano il rinnovamento dell'anno, conservandone le ceneri per fertilizzare la vigna; nelle campagne francesi gli innamorati mettono un suo ramo davanti all'uscio di casa delle loro fidanzate nella notte fra il 30 aprile e il 1° maggio.
Le falde del monte poco distante da Tokyo sono coperte da centomila Ciliegi selvatici che durante la stagione della fioritura attirano Giapponesi stupiti da quello spettacolo prodigioso per i quali prefigura la Futura Beatitudine. Ma il Ciliegio simboleggia con i suoi effimeri fiori anche l'Impermanenza della vita, mentre la ciliegia rossa allude al samurai pronto a sacrificarsi.
Anticamente si considerava il Ciliegio selvatico un albero capace di guarire dalle malattie. Nel Medioevo, se un ragazzo soffriva di ernia, lo si faceva passare in mezzo a un giovane Ciliegio tagliato a metà longitudinalmente. Poi si ricongiungeva l'alberello e lo si copriva con letame bovino in modo da favorire la saldatura dei due tronconi: quanto più facilmente si fosse saldato e cicatrizzato, tanto più celermente sarebbe guarita l'ernia.
In Germania e in Danimarca si usa dire che i demoni usano spesso i vecchi Ciliegi come nascondiglio provocando malattie e disgrazie a chi vi si avvicina. Nella tradizione inglese sognare dei Ciliegi è un presagio di sfortuna.
In Italia si venera “il Santo delle ciliegie”, Gerardo Tintore, patrono di Monza (Angelo Cattabiani, Santi d'Italia, Milano 1993, pp. 468-474). In tutta la sua iconografia ha come attributo questi frutti, come per esempio nell'affresco di Bernardino Luini nel duomo cittadino. Si racconta che in una sera di dicembre Gerardo, il quale si recava spesso in duomo a pregare, volesse restarvi per tutta la notte, ma gli ostiari non glielo permettevano. Per convincerli promise loro un cestello di ciliegie nonostante fosse inverno. Quelli acconsentirono, e la mattina seguente il santo donò a ciascuno di loro un cestello colmo di frutti maturi. In ricordo dell'episodio, alla festa del santo, che cade il 6 giugno, l'amministrazione dell'ospedale di Monza era solita offrire ai canonici del duomo un'abbondante colazione a base di ciliegie.
Dato che il frutto matura nel segno dei Gemelli, si dice: «Di maggio ciliegie per assaggio, da giugno ciliegie a pugno». Si dice anche che “Una ciliegia tira l'altra”. La tradizione popolare vuole che le ciliegie si consumino entro il giorno di San Giovanni, il 24 giugno: superata questa data, con il caldo afoso e l'eccessiva maturazione, possono facilmente ospitare piccoli vermetti bianchi, detti appunto "giovannini", che i toscani chiamano il “marito”, l' “amico” oppure “Gigi”; i piemontesi il “giuanìn”; i veneti, forse eccessivamente prudenti, sostengono addirittura che “San Vito le sarièse ga el marìo” (le ciliegie hanno il marito). San Vito, che è patrono di Mazara del Vallo, si festeggia infatti il 15 giugno.
La bellezza delle ciliegie ha ispirato letterati, musicisti e pittori fin dall'antichità, come testimoniano l'affresco nella Casa del Gran Portale a Ercolano, e Salvatore Di Giacomo che le ha celebrate in alcune sue canzoni (“Era de maggio”) e poesie (“ 'E ccerase”). Le ciliegie erano molto apprezzate dalla Scuola Salernitana (Regimen sanitatis salernitanum, XLII):
Le falde del monte poco distante da Tokyo sono coperte da centomila Ciliegi selvatici che durante la stagione della fioritura attirano Giapponesi stupiti da quello spettacolo prodigioso per i quali prefigura la Futura Beatitudine. Ma il Ciliegio simboleggia con i suoi effimeri fiori anche l'Impermanenza della vita, mentre la ciliegia rossa allude al samurai pronto a sacrificarsi.
Anticamente si considerava il Ciliegio selvatico un albero capace di guarire dalle malattie. Nel Medioevo, se un ragazzo soffriva di ernia, lo si faceva passare in mezzo a un giovane Ciliegio tagliato a metà longitudinalmente. Poi si ricongiungeva l'alberello e lo si copriva con letame bovino in modo da favorire la saldatura dei due tronconi: quanto più facilmente si fosse saldato e cicatrizzato, tanto più celermente sarebbe guarita l'ernia.
In Germania e in Danimarca si usa dire che i demoni usano spesso i vecchi Ciliegi come nascondiglio provocando malattie e disgrazie a chi vi si avvicina. Nella tradizione inglese sognare dei Ciliegi è un presagio di sfortuna.
In Italia si venera “il Santo delle ciliegie”, Gerardo Tintore, patrono di Monza (Angelo Cattabiani, Santi d'Italia, Milano 1993, pp. 468-474). In tutta la sua iconografia ha come attributo questi frutti, come per esempio nell'affresco di Bernardino Luini nel duomo cittadino. Si racconta che in una sera di dicembre Gerardo, il quale si recava spesso in duomo a pregare, volesse restarvi per tutta la notte, ma gli ostiari non glielo permettevano. Per convincerli promise loro un cestello di ciliegie nonostante fosse inverno. Quelli acconsentirono, e la mattina seguente il santo donò a ciascuno di loro un cestello colmo di frutti maturi. In ricordo dell'episodio, alla festa del santo, che cade il 6 giugno, l'amministrazione dell'ospedale di Monza era solita offrire ai canonici del duomo un'abbondante colazione a base di ciliegie.
Dato che il frutto matura nel segno dei Gemelli, si dice: «Di maggio ciliegie per assaggio, da giugno ciliegie a pugno». Si dice anche che “Una ciliegia tira l'altra”. La tradizione popolare vuole che le ciliegie si consumino entro il giorno di San Giovanni, il 24 giugno: superata questa data, con il caldo afoso e l'eccessiva maturazione, possono facilmente ospitare piccoli vermetti bianchi, detti appunto "giovannini", che i toscani chiamano il “marito”, l' “amico” oppure “Gigi”; i piemontesi il “giuanìn”; i veneti, forse eccessivamente prudenti, sostengono addirittura che “San Vito le sarièse ga el marìo” (le ciliegie hanno il marito). San Vito, che è patrono di Mazara del Vallo, si festeggia infatti il 15 giugno.
La bellezza delle ciliegie ha ispirato letterati, musicisti e pittori fin dall'antichità, come testimoniano l'affresco nella Casa del Gran Portale a Ercolano, e Salvatore Di Giacomo che le ha celebrate in alcune sue canzoni (“Era de maggio”) e poesie (“ 'E ccerase”). Le ciliegie erano molto apprezzate dalla Scuola Salernitana (Regimen sanitatis salernitanum, XLII):
La ciliegia assai purga il grave stomaco,
E i suoi noccioli scacciano la pietra,
E i suoi noccioli scacciano la pietra,
Ed essa ancor fa nelle vene ottimo sangue.
Bibliografia:
BANFI E., CONSOLINO F., Alberi (Conoscere e risconoscere tutte le specie più diffuse di alberi spontanei e ornamentali), Istituto Geografico De Agostini SpA, Novara, 2001.
BIONDI E. et al., Manuale italiano di interpretazione degli habitat della Direttiva 92/43/CEE.
BONI U., PATRI G., Scoprire, riconoscere, usare le erbe, Edizione Mondolibri SpA, Milano, 2000.
CATTABIANI a., Florario (Miti, leggende e simboli di fiori e piante), Oscar Saggi Mondadori, I edizione, 1998.
FERRARI M., MEDICI D., Alberi e arbusti in Italia (Manuale di riconoscimento), Edagricole, Bologna 2001.
LANZARA P., PIZZETTI M., Alberi, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1977.
MANENTI G., Il grande libro dei fiori e delle piante, Selezione dal Reader's Digest, Milano.
LAUBER K. , WAGNER G., Flora Helvetica (Flore illustrée de Suisse), 2ème édition, Editions Paul Haupt, 2001.
TICLI B., Enciclopedia degli alberi d'Italia e d'Europa, De Vecchi Editore, Milano 2007.
www.polleninfo.org
www.dryades.eu
http://vnr.unipg.it/habitat/index.jsp
Bibliografia:
BANFI E., CONSOLINO F., Alberi (Conoscere e risconoscere tutte le specie più diffuse di alberi spontanei e ornamentali), Istituto Geografico De Agostini SpA, Novara, 2001.
BIONDI E. et al., Manuale italiano di interpretazione degli habitat della Direttiva 92/43/CEE.
BONI U., PATRI G., Scoprire, riconoscere, usare le erbe, Edizione Mondolibri SpA, Milano, 2000.
CATTABIANI a., Florario (Miti, leggende e simboli di fiori e piante), Oscar Saggi Mondadori, I edizione, 1998.
FERRARI M., MEDICI D., Alberi e arbusti in Italia (Manuale di riconoscimento), Edagricole, Bologna 2001.
LANZARA P., PIZZETTI M., Alberi, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1977.
MANENTI G., Il grande libro dei fiori e delle piante, Selezione dal Reader's Digest, Milano.
LAUBER K. , WAGNER G., Flora Helvetica (Flore illustrée de Suisse), 2ème édition, Editions Paul Haupt, 2001.
TICLI B., Enciclopedia degli alberi d'Italia e d'Europa, De Vecchi Editore, Milano 2007.
www.polleninfo.org
www.dryades.eu
http://vnr.unipg.it/habitat/index.jsp