Pyrus pyraster (L.) Burgsd.
(a cura di Giuseppe Laino)
Etimologia: l’epiteto del genere è il nome pirus, -i, f. = “pero” [Virgilio, Plinio et al.] con il quale i Romani indicavano le specie del genere. L’epiteto specifico, di senso quasi dispregiativo, allude alla scarsa o nulla commestibilità dei suoi frutti rispetto a quelli delle forme coltivate.
Sinonimi: Pyrus communis L. ssp. achras (Wallr.) Asch. & Graebn., Pyrus communis L. ssp. communis var. achras Wallr., Pyrus communis auct., non L.
Nomi volgari: Pero selvatico, Perastro.
Forma biologica e di crescita: fanerofita scaposa.
Tipo corologico: Europa centrale e meridionale, Asia occidentale. In Europa è ampiamente diffuso tranne che nei Paesi scandinavi e baltici. Presente nella Russia meridionale, in Turchia, nel Caucaso e in Iran.
Fenologia: fiore: IV-V, frutto: IX-X, diaspora: XI-XII.
Limiti altitudinali: dal piano a 1.200-1.400 m di altitudine.
Abbondanza relativa e distribuzione geografica in Italia: nel nostro Paese la specie è diffusa su tutto il territorio continentale e insulare, ma soprattutto sull’Appennino centromeridionale. Si possono incontrare esemplari notevoli lungo la dorsale appenninica, in Emilia, in Toscana, nelle Marche, in Abruzzo, in Lazio e in Sicilia.
Habitus: albero con una longevità di 80-150(-250) anni, che eccezionalmente raggiunge i 20 m di altezza, ma in genere è molto più piccolo e spesso a portamento cespuglioso. La chioma si espande con una leggera prevalenza in verticale. I rami, molto corti, presentano terminazioni spinescenti e il tronco, frequentemente obliquo, sinuoso e nodoso, è rivestito da una scorza grigio brunastra che con l’età si fessura in piccole placche quadrangolari, con solchi profondi fra di esse. Gemme tozze e coniche, scure, glabre.
Foglie: decidue, semplici, alterne, di consistenza coriacea, lunghe 3-6 cm e larghe 2-5 cm, portate da un picciolo lungo 2-5 cm, hanno la lamina da arrotondata a ellittica, verde scuro lucida sulla pagina superiore, più chiara e opaca sulla pagina inferiore, sono pelose da giovani e glabre a maturità. L’apice è acuto o acuminato e la base arrotondata o subcordata; il margine è finemente e acutamente dentato. Nervature poco appariscenti, non incavate sulla pagina superore né rilevate sulla pagina inferiore. Stipole strette, precocemente caduche.
Fiore: fiori, ermafroditi, dialipetali, debolmente profumati, raccolti in corimbi eretti di 3-9 elementi, larghi fino a 3,5 cm, circondati alla base da un gruppo di foglie; ogni fiore è portato da un peduncolo tomentoso lungo 3-4 cm; calice peloso con 5 sepali verdi lunghi 3-8 mm e larghi 1-3 mm; la corolla è formata da 5 petali candidi lunghi 7-15 mm a volte sfumati di rosa all’esterno, ad apice arrotondato, contrastati al centro da numerose antere rosso violacee portate da numerosi (20-30) stami liberi, vellutati alla base; ovario lungo quanto gli stami, a 5 logge e 5 stili liberi, pelosi alla base.
Frutto: il frutto è un pomo globoso di circa 3 cm di lunghezza, portato da un lungo picciolo, con i resti del calice, a maturità giallo brunastro, con polpa acidula e astringente, a volte insipida, spesso pietrosa (nella polpa sono immersi numerosi granelli duri chiamati sclereidi), edule soltanto dopo ammezzimento.
Semi: ovali, a forma di goccia, con tegumento bruno scuro lucido, lunghi 3-4 mm.
Polline: granuli pollinici monadi, di medie dimensioni (26-50 mµ), oblati; perimetro in vista equatoriale: triangolare; tricolporati; esina: striato-perforata, eutectata. L’impollinazione è entomofila.
Numero cromosomico: 2n = 34.
Sottospecie e/o varietà: nessuna.
Habitat ed ecologia: specie propria delle boscaglie termofile su suolo umido e ricco di nutrienti, dove risale i pendii eccezionalmente fino a 1.400 m di quota in buona esposizione. È frequente nelle fasce collinare e montana, dove partecipa alle cenosi di Roverella (Quercus pubescens Willd.), Cerro (Quercus cerris L.), Carpinella (Ostrya carpinifolia Scop.) e Faggio (Fagus sylvatica l.).
Syntaxon (syntaxa) di riferimento: sull’arco alpino Carpinion betuli, altrove nel Lauretum o Fagetum.
Life-strategy (sensu Grime & Co.): Stress tolleranti (S).
IUCN: N.A..
Farmacopea: pianta di nessun impiego farmacologico, se si escludono le foglie che per contenere un glucoside fenolico sono state utilizzate nella medicina popolare per le proprietà antisettiche sulle vie urinarie.
Usi: il Pero selvatico, a differenza del suo discendente domestico (Pyrus communis L.), non ha impieghi particolari; tuttavia ancora oggi i suoi frutti vengono localmente raccolti in autunno e lasciati maturare (ammezzire) sulla paglia o altro supporto inerte, come le nespole germaniche o nespole comuni (Mespilus germanica L.). Il legno del Pero selvatico come quello del Pero domestico è di eccellente qualità, a grana fine, compatto, rossastro, molto adatto in ebanisteria, per la costruzione di strumenti da disegno come righe e squadre e per la produzione di parti di strumenti musicali; un tempo era uno dei legni più pregiati per la xilografia. È anche conosciuto come “finto ebano” quando viene trattato con sali di ferro che gli fanno assumere un colore nero. Infine, il legno del Perastro trova impiego come combustibile.
Il Perastro è utilizzato come portainnesto del Pero comune. L'innesto di varietà coltivate su piede spontaneo non è però una sua esclusiva. Date le sue ridotte dimensioni e il lento accrescimento, non trova interesse in selvicoltura. È anche poco impiegato come specie ornamentale.
Avversità: le avversità più frequenti del Pero selvatico sono le stesse del Pero domestico, causate da parassiti animali quali: Psylla pyri, che infesta i germogli e i frutti imbrattandoli di melata (secrezioni zuccherine appiccicose); tingide del Pero (Stephanitis pyri) che infesta le foglie decolorandole e facendole cadere; l’afide grigio del Pero (Dysaphis pyri) e quello verde del Melo (Aphis pomi) che infestano i germogli e le foglie; le cedicomie che colpiscono le foglie (Dasyneura pyri) e i frutti (Contarinia pyrivora); l’imenottero tentredine oplocampa (Hoplocampa brevis) che attacca i frutticini provocandovi cascola; i rincoti miridi (Colocoris sp) che attaccano i frutticini; i rodilegno: larve di Cossus cossus e Zeuzera pyrina; la carpocapsa (Cydia pomonella) che attacca il frutto; i ricamatori che attaccano germogli e frutti (Archips e Pandemis); la sesia (Symanthedon myopaeformis) che scava gallerie sotto la scorza; le cocciniglie (Q. perniciosus e Epidiaspis leperii) che infestano la vegetazione, i frutti e gli organi legnosi; il ragnetto rosso che provoca disseccamenti e defogliazioni, noti come “brusone” (Panonychus ulmi e Tetranychus urticae); l’eriofide rugginoso del Pero (Epitrimerus pyri) che provoca tipiche rugginosità del frutto; l’eriofide fogliare del Pero (Phytoptus pyri) che provoca la formazione di tipiche galle fogliari.
Gi agenti di malattia (funghi, batteri ed entità infettive) che per parte loro provocano: ticchiolatura del Pero determinata dal fungo Venturia pyrina; maculatura bruna delle pere provocata dal fungo Stemphylium vesicarium; cancro fungino dei rami (Nectria sp); marciumi radicali fungini (Armillaria mellea e Rosellinia necatrix); marciume fungino dei frutti da Monilia fructigena; colpo di fuoco batterico del Pero (Erwinia amylovora); moria del Pero (“Pearl decline”) dovuta ad un citoplasma; tumore batterico delle radici (A. tumefaciens).
Curiosità: secondo alcuni autori il Pero comune (Pyrus communis L.) non esisterebbe in forma spontanea ma deriverebbe da miglioramenti genetici esercitati nei confronti del Pero selvatico (Pyrus pyraster); secondo altri è il risultato dell'incrocio tra il Pero selvatico e specie dell'Asia Occidentale. Secondo altri autori esisterebbe un ciclo del Pyrus communis L. di cui il Pyrus pyraster e il Pyrus amygdaliformis Vill. (Pero mandolino) sarebbero due varietà botaniche.
Secondo altri autori neanche il Pero selvatico è specie autoctona europea ma sarebbe stato introdotto da molto tempo dall'Asia centro-occidentale. Tuttavia esso si sarebbe ambientato così bene da potere essere considerato spontaneo.
La variabilità di alcune caratteristiche del Perastro è notevole. In particolare varia la forma e la pelosità delle foglie; notevole è anche la variabilità delle dimensioni e del colore dei frutti che va dal giallo, al nero, al marrone.
Il frutto del Perastro compariva già tra le vivande dei nostri progenitori; infatti resti di semi sono stati ritrovati negli insediamenti palafitticoli sul lago di Costanza (Neolitico). Per i Romani questi frutti erano troppo duri; pertanto si dettero da fare per ottenere con selezione una quarantina di varietà con frutti più grandi e polposi.
Bibliografia:
AESCHIMAN D., LAUBER K., MOSER D. M., THEURILLAT J.-P., Flora alpina, atlante delle 4500 piante vascolari delle Alpi, I vol., p. 628, Zanichelli, Bologna.
BANFI E., CONSOLINO F., Alberi (Conoscere e risconoscere tutte le specie più diffuse di alberi spontanei e ornamentali), Istituto Geografico De Agostini SpA, Novara, 2001.
FERRARI M., MEDICI D., Alberi e arbusti in Italia (Manuale di riconoscimento), Edagricole, Bologna 2001.
HALBRITTER H., Pyrus pyraster. In: BUCHNER R. & WEBER M. (2000 onwards). PalDat - a palynological database: Descriptions, illustrations, identification, and information retrieval.
LANZARA P., PIZZETTI M., Alberi, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1977.
LAUBER K., WAGNER G., Flora Helvetica (Flore illustrée de Suisse), 2ème édition, Editions Paul Haupt, 2001.
www.paldat.org
Sinonimi: Pyrus communis L. ssp. achras (Wallr.) Asch. & Graebn., Pyrus communis L. ssp. communis var. achras Wallr., Pyrus communis auct., non L.
Nomi volgari: Pero selvatico, Perastro.
Forma biologica e di crescita: fanerofita scaposa.
Tipo corologico: Europa centrale e meridionale, Asia occidentale. In Europa è ampiamente diffuso tranne che nei Paesi scandinavi e baltici. Presente nella Russia meridionale, in Turchia, nel Caucaso e in Iran.
Fenologia: fiore: IV-V, frutto: IX-X, diaspora: XI-XII.
Limiti altitudinali: dal piano a 1.200-1.400 m di altitudine.
Abbondanza relativa e distribuzione geografica in Italia: nel nostro Paese la specie è diffusa su tutto il territorio continentale e insulare, ma soprattutto sull’Appennino centromeridionale. Si possono incontrare esemplari notevoli lungo la dorsale appenninica, in Emilia, in Toscana, nelle Marche, in Abruzzo, in Lazio e in Sicilia.
Habitus: albero con una longevità di 80-150(-250) anni, che eccezionalmente raggiunge i 20 m di altezza, ma in genere è molto più piccolo e spesso a portamento cespuglioso. La chioma si espande con una leggera prevalenza in verticale. I rami, molto corti, presentano terminazioni spinescenti e il tronco, frequentemente obliquo, sinuoso e nodoso, è rivestito da una scorza grigio brunastra che con l’età si fessura in piccole placche quadrangolari, con solchi profondi fra di esse. Gemme tozze e coniche, scure, glabre.
Foglie: decidue, semplici, alterne, di consistenza coriacea, lunghe 3-6 cm e larghe 2-5 cm, portate da un picciolo lungo 2-5 cm, hanno la lamina da arrotondata a ellittica, verde scuro lucida sulla pagina superiore, più chiara e opaca sulla pagina inferiore, sono pelose da giovani e glabre a maturità. L’apice è acuto o acuminato e la base arrotondata o subcordata; il margine è finemente e acutamente dentato. Nervature poco appariscenti, non incavate sulla pagina superore né rilevate sulla pagina inferiore. Stipole strette, precocemente caduche.
Fiore: fiori, ermafroditi, dialipetali, debolmente profumati, raccolti in corimbi eretti di 3-9 elementi, larghi fino a 3,5 cm, circondati alla base da un gruppo di foglie; ogni fiore è portato da un peduncolo tomentoso lungo 3-4 cm; calice peloso con 5 sepali verdi lunghi 3-8 mm e larghi 1-3 mm; la corolla è formata da 5 petali candidi lunghi 7-15 mm a volte sfumati di rosa all’esterno, ad apice arrotondato, contrastati al centro da numerose antere rosso violacee portate da numerosi (20-30) stami liberi, vellutati alla base; ovario lungo quanto gli stami, a 5 logge e 5 stili liberi, pelosi alla base.
Frutto: il frutto è un pomo globoso di circa 3 cm di lunghezza, portato da un lungo picciolo, con i resti del calice, a maturità giallo brunastro, con polpa acidula e astringente, a volte insipida, spesso pietrosa (nella polpa sono immersi numerosi granelli duri chiamati sclereidi), edule soltanto dopo ammezzimento.
Semi: ovali, a forma di goccia, con tegumento bruno scuro lucido, lunghi 3-4 mm.
Polline: granuli pollinici monadi, di medie dimensioni (26-50 mµ), oblati; perimetro in vista equatoriale: triangolare; tricolporati; esina: striato-perforata, eutectata. L’impollinazione è entomofila.
Numero cromosomico: 2n = 34.
Sottospecie e/o varietà: nessuna.
Habitat ed ecologia: specie propria delle boscaglie termofile su suolo umido e ricco di nutrienti, dove risale i pendii eccezionalmente fino a 1.400 m di quota in buona esposizione. È frequente nelle fasce collinare e montana, dove partecipa alle cenosi di Roverella (Quercus pubescens Willd.), Cerro (Quercus cerris L.), Carpinella (Ostrya carpinifolia Scop.) e Faggio (Fagus sylvatica l.).
Syntaxon (syntaxa) di riferimento: sull’arco alpino Carpinion betuli, altrove nel Lauretum o Fagetum.
Life-strategy (sensu Grime & Co.): Stress tolleranti (S).
IUCN: N.A..
Farmacopea: pianta di nessun impiego farmacologico, se si escludono le foglie che per contenere un glucoside fenolico sono state utilizzate nella medicina popolare per le proprietà antisettiche sulle vie urinarie.
Usi: il Pero selvatico, a differenza del suo discendente domestico (Pyrus communis L.), non ha impieghi particolari; tuttavia ancora oggi i suoi frutti vengono localmente raccolti in autunno e lasciati maturare (ammezzire) sulla paglia o altro supporto inerte, come le nespole germaniche o nespole comuni (Mespilus germanica L.). Il legno del Pero selvatico come quello del Pero domestico è di eccellente qualità, a grana fine, compatto, rossastro, molto adatto in ebanisteria, per la costruzione di strumenti da disegno come righe e squadre e per la produzione di parti di strumenti musicali; un tempo era uno dei legni più pregiati per la xilografia. È anche conosciuto come “finto ebano” quando viene trattato con sali di ferro che gli fanno assumere un colore nero. Infine, il legno del Perastro trova impiego come combustibile.
Il Perastro è utilizzato come portainnesto del Pero comune. L'innesto di varietà coltivate su piede spontaneo non è però una sua esclusiva. Date le sue ridotte dimensioni e il lento accrescimento, non trova interesse in selvicoltura. È anche poco impiegato come specie ornamentale.
Avversità: le avversità più frequenti del Pero selvatico sono le stesse del Pero domestico, causate da parassiti animali quali: Psylla pyri, che infesta i germogli e i frutti imbrattandoli di melata (secrezioni zuccherine appiccicose); tingide del Pero (Stephanitis pyri) che infesta le foglie decolorandole e facendole cadere; l’afide grigio del Pero (Dysaphis pyri) e quello verde del Melo (Aphis pomi) che infestano i germogli e le foglie; le cedicomie che colpiscono le foglie (Dasyneura pyri) e i frutti (Contarinia pyrivora); l’imenottero tentredine oplocampa (Hoplocampa brevis) che attacca i frutticini provocandovi cascola; i rincoti miridi (Colocoris sp) che attaccano i frutticini; i rodilegno: larve di Cossus cossus e Zeuzera pyrina; la carpocapsa (Cydia pomonella) che attacca il frutto; i ricamatori che attaccano germogli e frutti (Archips e Pandemis); la sesia (Symanthedon myopaeformis) che scava gallerie sotto la scorza; le cocciniglie (Q. perniciosus e Epidiaspis leperii) che infestano la vegetazione, i frutti e gli organi legnosi; il ragnetto rosso che provoca disseccamenti e defogliazioni, noti come “brusone” (Panonychus ulmi e Tetranychus urticae); l’eriofide rugginoso del Pero (Epitrimerus pyri) che provoca tipiche rugginosità del frutto; l’eriofide fogliare del Pero (Phytoptus pyri) che provoca la formazione di tipiche galle fogliari.
Gi agenti di malattia (funghi, batteri ed entità infettive) che per parte loro provocano: ticchiolatura del Pero determinata dal fungo Venturia pyrina; maculatura bruna delle pere provocata dal fungo Stemphylium vesicarium; cancro fungino dei rami (Nectria sp); marciumi radicali fungini (Armillaria mellea e Rosellinia necatrix); marciume fungino dei frutti da Monilia fructigena; colpo di fuoco batterico del Pero (Erwinia amylovora); moria del Pero (“Pearl decline”) dovuta ad un citoplasma; tumore batterico delle radici (A. tumefaciens).
Curiosità: secondo alcuni autori il Pero comune (Pyrus communis L.) non esisterebbe in forma spontanea ma deriverebbe da miglioramenti genetici esercitati nei confronti del Pero selvatico (Pyrus pyraster); secondo altri è il risultato dell'incrocio tra il Pero selvatico e specie dell'Asia Occidentale. Secondo altri autori esisterebbe un ciclo del Pyrus communis L. di cui il Pyrus pyraster e il Pyrus amygdaliformis Vill. (Pero mandolino) sarebbero due varietà botaniche.
Secondo altri autori neanche il Pero selvatico è specie autoctona europea ma sarebbe stato introdotto da molto tempo dall'Asia centro-occidentale. Tuttavia esso si sarebbe ambientato così bene da potere essere considerato spontaneo.
La variabilità di alcune caratteristiche del Perastro è notevole. In particolare varia la forma e la pelosità delle foglie; notevole è anche la variabilità delle dimensioni e del colore dei frutti che va dal giallo, al nero, al marrone.
Il frutto del Perastro compariva già tra le vivande dei nostri progenitori; infatti resti di semi sono stati ritrovati negli insediamenti palafitticoli sul lago di Costanza (Neolitico). Per i Romani questi frutti erano troppo duri; pertanto si dettero da fare per ottenere con selezione una quarantina di varietà con frutti più grandi e polposi.
Bibliografia:
AESCHIMAN D., LAUBER K., MOSER D. M., THEURILLAT J.-P., Flora alpina, atlante delle 4500 piante vascolari delle Alpi, I vol., p. 628, Zanichelli, Bologna.
BANFI E., CONSOLINO F., Alberi (Conoscere e risconoscere tutte le specie più diffuse di alberi spontanei e ornamentali), Istituto Geografico De Agostini SpA, Novara, 2001.
FERRARI M., MEDICI D., Alberi e arbusti in Italia (Manuale di riconoscimento), Edagricole, Bologna 2001.
HALBRITTER H., Pyrus pyraster. In: BUCHNER R. & WEBER M. (2000 onwards). PalDat - a palynological database: Descriptions, illustrations, identification, and information retrieval.
LANZARA P., PIZZETTI M., Alberi, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1977.
LAUBER K., WAGNER G., Flora Helvetica (Flore illustrée de Suisse), 2ème édition, Editions Paul Haupt, 2001.
www.paldat.org