Rubus caesius L.

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Rosaceae - Rubus caesius L.; Pignatti 1982: n. 1385; Rubus caesius L.
Plant List: accettato
Rubus caesius L.
(a cura di Giuseppe Laino)

Etimologia: l’epiteto generico rubus, -i, m., (f. in Aurelio Prudenzio Clemente) = “rovo” [Caio Giulio Cesare et al.] e “lampone” (pianta) [Plinio], è il nome con il quale i Latini indicavano le specie di questo genere. L’epiteto specifico è l’aggettivo latino caesius, -a, -um = “verdastro, glauco” [Cicerone, P. Terenzio Afro, Catullo], con probabile riferimento al colore dei fusti, dei frutti e dei germogli.
Sinonimi:
Rubus coesius L..
Nomi volgari:
Rovo bluastro, Rovo da more, More di pruno (italiano). Liguria: Roumin; Bossae (Busalla); Seze (Valle di Polcevera). Piemonte: Ampoule, Mure bianche, Mure campariane, Mure carene, Mure d' can, Mure de S. Giovan, Mure messonere, Ronse taragne, Ronze taragne, Rouje, Runse taragne, Runso follo (Val S. Martino); Frambose (Novara); Pianta ed mourà (Alessandria); Ruvu (Torino). Lombardia: Mora acida, Mora de ria (Brescia); Mura brusca (Milano); Mura gerba (Bergamo); Roveda bianca (Como). Veneto: More fragole; More de spin (Padova); More mate, Muligher, Murigher (Belluno); Rantana (Venezia). Friuli: Fraris, More mulinarie; Muir (Carnia). Emilia-Romagna: Rovo piccolo. Toscana: Rogo, Rovo. Umbria: Spino (Perugia). Marche: Moricchella, Ruì (Ancona); Rovistrello (Ascoli). Lazio: Rosello (Roma). Abruzzi: Ruo, Ruvo (Chieti). Campania: Rovetto, Spina. Calabria: Ravettara, Vuetto; Rovetto, Spina (Cosenza). Sicilia: Ruvettu cu l'amureddi azoli; Ruvettu a sciuri jancu (Messina). Sardegna: Arrù, Orrù (Cagliari); Ru crabinu (Sassari).
Forma biologica e di crescita:
nanofanerofita cespugliosa.
Tipo corologico:
euroasiatica.
Fenologia:
fiore: V-VII, frutto: VII-IX, diaspora: VIII-X.
Limiti altitudinali: dal piano a 1200 m di altitudine.
Abbondanza relativa e distribuzione geografica in Italia: nel nostro Paese è specie molto comune in quasi tutto il territorio continentale e insulare.
Habitus: arbusto rampicante alto 50-120(-200) cm, con fusti scandenti, pollonanti, cilindrici, azzurro pruinosi, peloso setolosi, con aculei gracili, corti e aghiformi lunghi 2-5 mm. Rami giovani a sezione circolare, con sfumature bluastre, prima eretti, poi coricati, molto pruinosi, radicanti all’estremità quando toccano il terreno.
Foglie:
le foglie, decidue, portate da un picciolo lungo 4-7 cm, con stipole lanceolate o ellittico lanceolate (lunghe 6-10 mm e larghe 2-3 mm, pubescenti, con margini sparsamente dotati di ghiandole stipitate), hanno la lamina divisa in 3 segmenti ovali o lanceolati, lunghi 4-7 cm e larghi 3-7 cm, base da arrotondata a troncata, acuti all’apice, irregolarmente dentati al margine, finemente pubescenti, con minute spine, a volte inframmezzate da glandule brevemente stipitate; i segmenti laterali sono subsessili, quello terminale è inserito su un picciolo lungo 1-2,5 cm. Sono verdi sulla pagina superiore e grigio tomentose su quella inferiore.
Fiore:
i fiori, ermafroditi, del diametro di 2 cm, brevemente peduncolati (1-1,5 cm), sono riuniti in infiorescenze, corimbose o in corti racemi, densamente glandulose, con molti o più di 10 elementi; le infiorescenze terminali lunghe fino a 14 cm con una maggiore quantità di fiori; le infiorescenze ascellari più corte e con un numero minore di fiori. Il rachide e i peduncoli fiorali sono pubescenti, con minute spine, a volte frammiste a ghiandole brevemente stipitate. Brattee largamente lanceolate, lunghe 5-8 mm e larghe 1-2 mm, pubescenti, con spine minute. Il calice è composto da 5 sepali triangolari lesiniformi, lunghi 6-8 mm e larghi 3-5 mm, eretti o patenti nel frutto, pubescenti all’esterno, con spine minute; il tubo è corto, pelviforme. La corolla è formata da 5 petali bianchi, ovati, lunghi 7-10 mm, della stessa lunghezza o leggermente più lunghi dei sepali, glabri. Stami numerosi, espansi, più corti dei petali, lunghi quanto i pistilli, con filamenti lineari. Stilo ed ovario glabri.
Frutto:
il frutto (mora), del diametro di circa 1 cm, è un sorosio formato da 2-5(-20) drupeole più grandi di quelle di altre congeneri, di colore azzurro pruinoso a maturità.
Semi:
un seme per drupeola, piccolo. La disseminazione è opera di uccelli.
Polline:
granuli pollinici monadi, di medie dimensioni (26-50 mµ), oblati; perimetro in vista equatoriale: triangolare; tricolporati; esina: striata-perforata, eutectata. L’impollinazione è entomofila, ad opera di diversi insetti.
Numero cromosomico: 2n = 28.
Sottospecie e/o varietà: gran parte delle piante conosciute con il nome comune di Rovo del genere Rubus, che spesso formano estesi popolamenti, sono di difficile identificazione. Si tratta di un gruppo di specie assai note che talora venivano coltivate per i loro frutti commestibili. Il binomio Rubus fruticosus L., con il quale venivano denominate, va in realtà inteso come nome collettivo, comprensivo di numerose specie e sottospecie variabili e in gran parte ibridogene, spesso legate a ristretti areali geografici, che meriterebbero ulteriori approfondimenti.
Habitat ed ecologia: boschi umidi, luoghi ombrosi, radure, rive di fossi, scarpate, meno frequente nei campi; vegeta di solito in terreni umidi ricchi di elementi nutritivi e soprattutto di azoto; pianta molto frequente. Il Rovo bluastro è una pianta di ambienti discretamente luminosi che radica in profondità. È straordinariamente robusto e in condizioni favorevoli forma estesi consorzi. Sui campi a suolo umido può costituire una fastidiosa infestante, difficile da estirpare poiché tende a espandersi grazie ai getti sotterranei. Esso costituisce però un segno indicatore che tale ambiente non si presta bene alle attività agricole. L’associazione a Rovo si insedia al margine delle foreste planiziali e nei consorzi ad alte erbe lungo i corsi d’acqua. Al Rovo si associano frequentemente Salici, Pioppi, Viburnum opulus (Oppio), il Luppolo (Humulus lupulus L.) e l’Ortica (Urtica dioica L.). Vegeta in qualità di epifita su alberi, soprattutto Salici capitozzati. Sebbene sia piuttosto polimorfo e anche la pelosità possa variare notevolmente, esso rappresenta, assieme al Lampone (Rubus idaeus L.), uno dei Rubus più facilmente distinguibili.
Syntaxon (syntaxa) di riferimento: Filipendulo-Convolvuletea.
Life-strategy (sensu Grime & Co.): Stress tolleranti (S) + Competitive (C).
IUCN: N.A..
Farmacopea:
i frutti contengono un succo nerastro non molto saporito, ma ricco di vitamine A e C. Tutte le specie del genere Rubus (raccolte sotto la denominazione collettiva di Rubus fruticosus L.) contengono parecchi acidi organici (citrico, malico, succinico, ossalico), oltre a sostanze gommose e coloranti, ad una essenza particolare e a grassi e zuccheri. Anche dai semi si può estrarre un olio grasso nella proporzione del 12,9%. Oltre all’uso delle conserve di more, Leclerc suggerisce, quale collutorio per i casi di angina, la decozione al 10% di foglie di Rovo (decozione g 800, sciroppo di more selvatiche g 200).
Avversità:
le avversità più importanti del genere Rubus sono dovute ai parassiti animali: cecidomia della corteccia (Thomasiniana theobaldi); cecidomia dei rami o lasioptera (Lasioptera rubi); cicalina delle Rose (Edwardsiana = Typhlocyba rosae); afidi infestanti la vegetazione (Aphis idaei, Aphis ruborum); tortricidi dei germogli le cui larve danneggiano i giovani germogli (Notocelia uddmanniana). Sono da elencare anche gli agenti di malattia (funghi, batteri ed entità infettive): cancro dei rami dovuto al fungo Didymella applanata; macchie necrotiche fogliari dovute al fungo Mycosphaerella rubi; ruggine alle foglie provocata dal fungo Phragmidium rubi-idaei; marciumi radicali fungini da Armillaria mellea; marciumi fungini dei frutti da Botrytis cinerea. Sono da citare infine virosi gravi come il mosaico (RMV), e il rachitismo dei rovi (RSV).
Usi:
i germogli si prestano bene per essere consumati in minestre, zuppe, risotti, frittate, o semplicemente per essere lessati e conditi con olio extravergine d’oliva, sale e aceto di mele. Le more si mangiano al naturale o si usano per sciroppi, succhi, gelatina, marmellata, salse, liquori, o conservati sotto grappa. Inoltre, schiacciate e lasciate fermentare, danno una bevanda acidula di modesta gradazione alcoolica che, per distillazione, permette di ottenere un’ottima acquavite. Le foglie fresche o secche sono utilizzate anche come un surrogato del tè.
Curiosità:
secondo una tradizione popolare, le more non andrebbero mangiate dopo il giorno di San Michele (29 settembre), perché in tale giorno il demonio ci sputa sopra. Il consiglio, a parte la leggenda, è praticamente giusto, nel senso che in quel periodo dell’anno i frutti diventano insipidi e molli.
I Romani masticavano le foglie come astringente per le emorragie gengivali.

Bibliografia:

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B. Petriglia, senza dati
B. Petriglia, senza dati
B. Petriglia, senza dati
G. Laino, Ponte Tresa, Varese, 04-08-2005

Distribuzione


■ autoctona ■ alloctona ■ incerta ■ scomparsa ■ assente

Caratteristiche

Relazioni con l'uomo
[ C ] C: specie di interesse alimentare e/o aromatico
Biologia riproduttiva

ER (ermafrodita): specie con organi maschili e femminili riuniti nel medesimo fiore.

[ EP - ZC2 ] EP (entomofilia): Il polline è trasportato da insetti, che vengono indotti a visitare il fiore con svariate strategie di richiamo, con o senza ricompensa; ZC2 (endozoocoria): Semi che vengono ingeriti, come tali o all’interno di un frutto, e successivamente espulsi con le feci.

Indici di Ellenberg

Salinità: 0

L: 7; T: 5; C: 5; U: 7; R: 7; N: 9;

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