Sorbus aria (L.) Crantz
(a cura di Giuseppe Laino)
Etimologia: l’epiteto del genere è il nome sorbus, -i, f. = “sorbo” (pianta) [Columella, Plinio] che i Romani utilizzavano per indicare la specie; esso sarebbe di origine celtica. Ma la spiegazione che ne dà Alessandro de Théis (1765-1842) nel suo Glossario di botanica (1810), «Sorbus nome formato di due parole celtiche, che significano (aspro; pomo). È nota l’asprezza del frutto di questa pianta», probabilmente è riferita a Sorbus domestica L. (Sorbo domestico) il cui frutto è commestibile solo a piena maturazione o quando le gelate l’hanno addolcito.
L’epiteto specifico, aria, trova una spiegazione nella dizione «aria: da Ari, reg.(ione) dell’Asia occ.(identale)» riportata da G. Dalla Fior (La nostra Flora, Monauni, 1926, rist. 1974, p. 714). La nota permette forse di capire il senso del termine linneano, che probabilmente si riferisce al presunto luogo di origine della pianta, che per lungo tempo è stata compresa nel genere Pyrus. Questo noto frutto è infatti conosciuto “da 35-40 secoli e la sua area di diffusione sembra localizzarsi nell’Asia occidentale e nei dintorni del Mar Caspio” (AA.VV., Frutti della terra, 1973, Mondadori, pag. 130). Consultando un antico vocabolario italiano (Melzi, 1892, Vallardi MI, II parte, pag. 82) si scopre che “Aria“ è «Geo[grafia] ant[tica]… provincia dell’Ariana bagnata dal F. Arius … la cui capitale era l’odierna Herat ed era occupata dagli Arii. L’Ariana (oggi Iran) comprendeva le province orientali dell’Impero persiano da cui venne il nome degli Arii o Ariani». Osservando un atlante storico si può facilmente presumere che Linneo facesse riferimento a tale regione come luogo d’origine di questa rosacea; anche se oggi il suo areale è stato limitato all’Europa centromeridionale, quello di una specie simile (Sorbus torminalis (L.) Crantz) si estende proprio fino all’Asia minore, nella regione dell’antica “Ariana”.
Sinonimi: Crataegus aria L.; Pyrus aria Ehrh., Hahnia aria Medicus, Aria nivea Host, Sorbus tomentosa Fournier.
Nomi volgari: Farinaccio, Rialto, Sorbo montano (italiano). Liguria: Panè (Bardineto); Pennello (Voltri); Pervesin (Ponti di Nava); Puè (Masone). Piemonte: Ariè, Arzalla, Panè; Aliaro, Aliè (Val S. Martino); Aliero (Massello); Anliè, Sorbo (Torino); Lazzarolo (Alessandria). Lombardia: Sorba; Biancù, Corbel salvadegh, Corbelina salvadega, Paesà, Paisà, Pesabè, Sorol, Surgh (Brescia); Lazarit, Pomo della Madonna (Bergamo); Lazzarolo (Pavia); Lazzarolo di monte (Sondrio); Sorb (Como). Veneto: Arseoler, Arsepol, Arsepoler, Bianchei, Paremolai, Paremoler, Parombolar, Paromboler de pan, Paromolar, Pelors, Premoler (Belluno); Cor duro, Durocor, Pan d'orso, Peromolar (Verona); Gala, Pelores (Treviso). Friuli: Ajar, Cisimuej, Paramolai, Piruzzulis; Arbalai, Blanciar, Cesemojar, Cisimoi, Fuee blancie (Carnia). Emilia-Romagna: Melaccio; Lazzeruolo di montagna (Bologna); Metall (Parma). Toscana: Chiavardello, Farinaccio, Lazzarolo di montagna, Matallo, Rialto, Sorbo delle Alpi, Sorbo montano (Val di Chiana). Umbria: Gratego (Perugia). Marche: Riatto, Sorbone; Cerisolo, Sorbastrello (Ancona); Pancucco (Pesaro). Abruzzi: Salvastriello di montagna (Teramo). Campania: Argentina (Terra di Lavoro); Sorvastro, Suorvastro (Avellino). Basilicata: Melazzo (Potenza). Sicilia: Aromolu, Zorbi di curmi sarvaggi.
Forma biologica e di crescita: fanerofita cespitosa.
Tipo corologico: paleotemperato: Europa centromeridionale e Nordafrica. Distribuita in Africa settentrionale (Tunisia, Algeria, Marocco), Spagna, Europa centrale, orientale e meridionale fino alla Grecia e alla Bulgaria; presenza incerta sui monti delle isole Canarie e a Cipro.
Fenologia: fiore: V-VI, frutto: IX-X, diaspora: X-XI.
Limiti altitudinali: dal piano collinare fino a 1200 m di altitudine.
Abbondanza relativa e distribuzione geografica in Italia: nel nostro Paese la specie è presente in tutte le regioni. Splendidi esemplari nel loro ambiente naturale si possono osservare, per esempio, sulle pendici meridionali del Monte Grona (provincia di Como), sul massiccio della Maiella, sul Gran Sasso, sulle Madonie e nell’area del Gennargentu.
Habitus: albero con un ciclo vitale di 200-250 anni, ma che già in 30 anni acquista le sue dimensioni definitive, con un’altezza che eccezionalmente raggiunge i 20 m, ma di norma si mantiene sui 7-10 m. La chioma, densamente frondosa, si espande in un contorno irregolarmente ovoidale; il tronco è diritto, quindi più o meno contorto e nodoso, ramificato nella parte medio alta, rivestito di una scorza sottile, grigio argentata, liscia, percorsa da lenticelle lineari. Spesso il fusto è diviso, determinando una maggiore irregolarità della chioma. I giovani rametti e le gemme sono tomentosi, i rami più vecchi sono glabri, bruno ocracei o rossastri.
Foglie: le foglie, semplici, a inserimento alterno (o, in corti brachiblasti, a gruppi - verticilli - a loro volta posizionati sui rami), decidue, brevemente picciolate, possiedono un breve picciolo e una lamina ovato ellittica (in alcuni rari casi munite di una poco profonda lobatura), lunga 6-12 cm, larga 4-9 cm. Da giovani, quando si schiudono sono ricoperte da un tomento denso fine e bianco; la pagina superiore perde questa lanugine e assume colore verde scuro lucente, quasi lucido, mentre la pagina inferiore resta tomentosa e bianca; la lamina presenta 9-12 paia di nervature parallele. Apice e base sono ottusi e arrotondati, e il margine è più o meno doppiamente seghettato. In autunno divengono giallo oro prima di cadere.
Fiore: i fiori, ermafroditi, attinomorfi, dialipetali, larghi 1,5 cm, sbocciano numerosi (in gruppi di 20-30) in infiorescenze a grappolo o in corimbi eretti, tomentosi, leggermente profumati, del diametro di circa 8 cm; hanno calice tomentoso a 5 punte e corolla formata da 5 petali bianco panna, ovali, concavi, lunghi circa 5 mm; e stami numerosi (18-20) a filamenti ricurvi e antere giallognole; pistillo singolo, a volte doppio fuso in uno.
Frutto: i frutti sono pomi ellissoidali, eduli, lunghi 8-15 mm e larghi 8-10 mm, che maturano in settembre-ottobre assumendo una tinta bruno aranciata e picchiettati di lenticelle minute più chiare. L’esocarpo, giallo, carnoso è un po’ farinoso, ma gradevolmente dolce. Sono molto appetiti degli uccelli che si incaricano della dispersione dei semi.
Semi: di norma 2, piccoli, ovoidali, bruni.
Polline: granuli pollinici monadi, di medie dimensioni (26-50 mµ), oblati; perimetro in vista equatoriale: triangolare; tricolporati; esina: striata-perforata, eutectata. L’impollinazione è entomofila.
Numero cromosomico: 2n = 34, 51, 68.
Sottospecie e/o varietà: nessuna.
Habitat ed ecologia: vegeta fino a 1200 m di quota nell’ambito dei boschi di latifoglie, specialmente nella fascia dei querceti con la Roverella (Quercus pubescens Willd.), la Rovere (Quercus petraea (Matt.) Liebl.), il Cerro (Quercus cerris L), la Carpinella (Ostrya carpinifolia Scop.), l’Orniello (Fraxinus ornus L.) e, più in alto, anche il Faggio (Fagus sylvatica L.). Si tratta di una tipica pianta eliofila abbastanza rustica e poco esigente: vegeta anche su substrati gessosi e calcarei, prediligendo in ogni caso suoli tendenzialmente argillosi ma profondi e drenanti; vegeta comunque abbastanza bene anche su substrati poveri e sassosi.
Syntaxon (syntaxa) di riferimento: Quercetea pubescentis.
Life-strategy (sensu Grime & Co.): Stress tolleranti (S).
IUCN: N.A.
Farmacopea: i frutti, ricchi di tannino, acido citrico, malico e di zuccheri, sono impiegati per preparare marmellate, sciroppi e decotti utili contro le affezioni bronchiali ed intestinali.
Avversità: le avversità cui va soggetto il Sorbo montano (tutte le specie di Sorbo in genere), sono date da parassiti animali: afidi infestanti la vegetazione (Dysaphis sorbi e Aphis pomi); tingide del Pero, che provoca schiarimenti e necrosi nelle foglie seguite da filloptosi (Stephanitis pyri); ragnetti rossi (Tetranychus sp) che infestano la vegetazione; cocciniglie infestanti gli organi legnosi e la vegetazione (Quadraspidiotus perniciosus e Lepidosaphes ulmi); larve defogliatrici di varie famiglie di lepidotteri (limantridi, iponomeutidi, geometridi, tortricidi, ecc.).
Tra le avversità sono da annoverare anche gli agenti di malattia (funghi, batteri ed entità infettive): mal bianco determinato dai funghi Oidium crataegi o Podosphaera oxyacanthae; ticchiolatura (macchie e necrosi fogliari) determinate dal fungo Venturia inaequalis; ruggine fogliare provocata dal fungo Gymnosporangium sp; colpo di fuoco batterico da Erwinia amylovora; cancri rameali determinati da funghi di vario genere (Nectria, Phomopsis, Cytospora fusicoccum); tumore batterico radicale da Agrobacterium tumefaciens; tracheomicosi provocate da agenti fungini responsabili del mal del piombo (Stereum purpureum).
Usi: in passato, specie nei periodi di carestia, i frutti del Sorbo montano sono stati localmente fonte primaria di sostentamento, grazie al loro contenuto in amido e zuccheri.
Il Sorbo montano ha un legno di colore rosso bruno, con alburno giallo rossastro, duro e compatto che può essere utilizzato per lavorazioni artigianali. L’uso di questa pianta è oggi preminentemente decorativo, come essenza ornamentale nel verde urbano, oppure come essenza arbustivo arborea per colonizzare aree marginali.
Alberi monumentali: il Corpo Forestale dello Stato segnala, con il suo censimento sugli alberi monumentali del 1982, nel comune di Villacolleamandina (Lucca), in località Falascheto, un esemplare di Sorbo montano con una circonferenza di 2,02 m e un’altezza di 10 m.
Cenni storici sulla tassonomia: il nome del genere, pur restando sempre nell’ambito della famiglia delle Rosacee, a causa della variabilità dei parametri floristici utilizzati dagli autori, è cambiato più volte: inizialmente (1753) Linneo chiamò questo alberetto Crataegus aria, ma Crantz (1762) formò il nuovo binomio Sorbus aria, che Ehrhart (1789) trasformò in Pyrus aria; Medicus (1793) creò a sua volta il nome Hahnia aria, che Host (1831) convertì in Aria nivea. Fiori (1923-25) utilizza ancora Pyrus aria Ehrh., ma Pignatti (1982), in base alle nuove norme tassonomiche che privilegiano la priorità storica nelle determinazioni scientifiche, riporta in vigore il binomio Sorbus aria (L.) Crantz., che studi recenti (AA.VV. An annotated Checklist of the Italian vascular Flora, 2005, Palombi, p. 169) hanno poi completato per la Lombardia e l’Italia centro-settentrionale con la ssp aria.
Bibliografia:
AAS G., MAIER J., BALTISBERGER M., METZGER S. Morphology, isozyme variation, cytology, and reproduction of hybrids between Sorbus aria (L.) Crantz and S. torminalis (L.) Crantz. Botanica Helvetica, 104, 2,195-214,1994
AESCHIMAN D., LAUBER K., MOSER D.M., THEURILLAT J.-P., Flora alpina, atlante delle 4500 piante vascolari delle Alpi, I vol., p. 798, Zanichelli, Bologna.
BANFI E., CONSOLINO F., Alberi (Conosceree risconoscere tutte le specie più diffuse di alberi spontanei e ornamentali), Istituto Geografico De Agostini SpA, Novara, 2001.
FERRARI M., MEDICI D., Alberi e arbusti in Italia (Manuale di riconoscimento), Edagricole, Bologna 2001.
HALBRITTER H., Sorbus aria. In: BUCHNER R. & WEBER M. (2000 onwards). PalDat - a palynological database: Descriptions, illustrations, identification, and information retrieval.
LANZARA P., PIZZETTI M., Alberi, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1977.
LAUBER K., WAGNER G., Flora Helvetica (Flore illustrée de Suisse), 2ème édition, Editions Paul Haupt, 2001.
TICLI B., Enciclopedia degli alberi d’Italia e d’Europa, De Vecchi Editore, Milano 2007.
www.dryades.eu
www.paldat.org
L’epiteto specifico, aria, trova una spiegazione nella dizione «aria: da Ari, reg.(ione) dell’Asia occ.(identale)» riportata da G. Dalla Fior (La nostra Flora, Monauni, 1926, rist. 1974, p. 714). La nota permette forse di capire il senso del termine linneano, che probabilmente si riferisce al presunto luogo di origine della pianta, che per lungo tempo è stata compresa nel genere Pyrus. Questo noto frutto è infatti conosciuto “da 35-40 secoli e la sua area di diffusione sembra localizzarsi nell’Asia occidentale e nei dintorni del Mar Caspio” (AA.VV., Frutti della terra, 1973, Mondadori, pag. 130). Consultando un antico vocabolario italiano (Melzi, 1892, Vallardi MI, II parte, pag. 82) si scopre che “Aria“ è «Geo[grafia] ant[tica]… provincia dell’Ariana bagnata dal F. Arius … la cui capitale era l’odierna Herat ed era occupata dagli Arii. L’Ariana (oggi Iran) comprendeva le province orientali dell’Impero persiano da cui venne il nome degli Arii o Ariani». Osservando un atlante storico si può facilmente presumere che Linneo facesse riferimento a tale regione come luogo d’origine di questa rosacea; anche se oggi il suo areale è stato limitato all’Europa centromeridionale, quello di una specie simile (Sorbus torminalis (L.) Crantz) si estende proprio fino all’Asia minore, nella regione dell’antica “Ariana”.
Sinonimi: Crataegus aria L.; Pyrus aria Ehrh., Hahnia aria Medicus, Aria nivea Host, Sorbus tomentosa Fournier.
Nomi volgari: Farinaccio, Rialto, Sorbo montano (italiano). Liguria: Panè (Bardineto); Pennello (Voltri); Pervesin (Ponti di Nava); Puè (Masone). Piemonte: Ariè, Arzalla, Panè; Aliaro, Aliè (Val S. Martino); Aliero (Massello); Anliè, Sorbo (Torino); Lazzarolo (Alessandria). Lombardia: Sorba; Biancù, Corbel salvadegh, Corbelina salvadega, Paesà, Paisà, Pesabè, Sorol, Surgh (Brescia); Lazarit, Pomo della Madonna (Bergamo); Lazzarolo (Pavia); Lazzarolo di monte (Sondrio); Sorb (Como). Veneto: Arseoler, Arsepol, Arsepoler, Bianchei, Paremolai, Paremoler, Parombolar, Paromboler de pan, Paromolar, Pelors, Premoler (Belluno); Cor duro, Durocor, Pan d'orso, Peromolar (Verona); Gala, Pelores (Treviso). Friuli: Ajar, Cisimuej, Paramolai, Piruzzulis; Arbalai, Blanciar, Cesemojar, Cisimoi, Fuee blancie (Carnia). Emilia-Romagna: Melaccio; Lazzeruolo di montagna (Bologna); Metall (Parma). Toscana: Chiavardello, Farinaccio, Lazzarolo di montagna, Matallo, Rialto, Sorbo delle Alpi, Sorbo montano (Val di Chiana). Umbria: Gratego (Perugia). Marche: Riatto, Sorbone; Cerisolo, Sorbastrello (Ancona); Pancucco (Pesaro). Abruzzi: Salvastriello di montagna (Teramo). Campania: Argentina (Terra di Lavoro); Sorvastro, Suorvastro (Avellino). Basilicata: Melazzo (Potenza). Sicilia: Aromolu, Zorbi di curmi sarvaggi.
Forma biologica e di crescita: fanerofita cespitosa.
Tipo corologico: paleotemperato: Europa centromeridionale e Nordafrica. Distribuita in Africa settentrionale (Tunisia, Algeria, Marocco), Spagna, Europa centrale, orientale e meridionale fino alla Grecia e alla Bulgaria; presenza incerta sui monti delle isole Canarie e a Cipro.
Fenologia: fiore: V-VI, frutto: IX-X, diaspora: X-XI.
Limiti altitudinali: dal piano collinare fino a 1200 m di altitudine.
Abbondanza relativa e distribuzione geografica in Italia: nel nostro Paese la specie è presente in tutte le regioni. Splendidi esemplari nel loro ambiente naturale si possono osservare, per esempio, sulle pendici meridionali del Monte Grona (provincia di Como), sul massiccio della Maiella, sul Gran Sasso, sulle Madonie e nell’area del Gennargentu.
Habitus: albero con un ciclo vitale di 200-250 anni, ma che già in 30 anni acquista le sue dimensioni definitive, con un’altezza che eccezionalmente raggiunge i 20 m, ma di norma si mantiene sui 7-10 m. La chioma, densamente frondosa, si espande in un contorno irregolarmente ovoidale; il tronco è diritto, quindi più o meno contorto e nodoso, ramificato nella parte medio alta, rivestito di una scorza sottile, grigio argentata, liscia, percorsa da lenticelle lineari. Spesso il fusto è diviso, determinando una maggiore irregolarità della chioma. I giovani rametti e le gemme sono tomentosi, i rami più vecchi sono glabri, bruno ocracei o rossastri.
Foglie: le foglie, semplici, a inserimento alterno (o, in corti brachiblasti, a gruppi - verticilli - a loro volta posizionati sui rami), decidue, brevemente picciolate, possiedono un breve picciolo e una lamina ovato ellittica (in alcuni rari casi munite di una poco profonda lobatura), lunga 6-12 cm, larga 4-9 cm. Da giovani, quando si schiudono sono ricoperte da un tomento denso fine e bianco; la pagina superiore perde questa lanugine e assume colore verde scuro lucente, quasi lucido, mentre la pagina inferiore resta tomentosa e bianca; la lamina presenta 9-12 paia di nervature parallele. Apice e base sono ottusi e arrotondati, e il margine è più o meno doppiamente seghettato. In autunno divengono giallo oro prima di cadere.
Fiore: i fiori, ermafroditi, attinomorfi, dialipetali, larghi 1,5 cm, sbocciano numerosi (in gruppi di 20-30) in infiorescenze a grappolo o in corimbi eretti, tomentosi, leggermente profumati, del diametro di circa 8 cm; hanno calice tomentoso a 5 punte e corolla formata da 5 petali bianco panna, ovali, concavi, lunghi circa 5 mm; e stami numerosi (18-20) a filamenti ricurvi e antere giallognole; pistillo singolo, a volte doppio fuso in uno.
Frutto: i frutti sono pomi ellissoidali, eduli, lunghi 8-15 mm e larghi 8-10 mm, che maturano in settembre-ottobre assumendo una tinta bruno aranciata e picchiettati di lenticelle minute più chiare. L’esocarpo, giallo, carnoso è un po’ farinoso, ma gradevolmente dolce. Sono molto appetiti degli uccelli che si incaricano della dispersione dei semi.
Semi: di norma 2, piccoli, ovoidali, bruni.
Polline: granuli pollinici monadi, di medie dimensioni (26-50 mµ), oblati; perimetro in vista equatoriale: triangolare; tricolporati; esina: striata-perforata, eutectata. L’impollinazione è entomofila.
Numero cromosomico: 2n = 34, 51, 68.
Sottospecie e/o varietà: nessuna.
Habitat ed ecologia: vegeta fino a 1200 m di quota nell’ambito dei boschi di latifoglie, specialmente nella fascia dei querceti con la Roverella (Quercus pubescens Willd.), la Rovere (Quercus petraea (Matt.) Liebl.), il Cerro (Quercus cerris L), la Carpinella (Ostrya carpinifolia Scop.), l’Orniello (Fraxinus ornus L.) e, più in alto, anche il Faggio (Fagus sylvatica L.). Si tratta di una tipica pianta eliofila abbastanza rustica e poco esigente: vegeta anche su substrati gessosi e calcarei, prediligendo in ogni caso suoli tendenzialmente argillosi ma profondi e drenanti; vegeta comunque abbastanza bene anche su substrati poveri e sassosi.
Syntaxon (syntaxa) di riferimento: Quercetea pubescentis.
Life-strategy (sensu Grime & Co.): Stress tolleranti (S).
IUCN: N.A.
Farmacopea: i frutti, ricchi di tannino, acido citrico, malico e di zuccheri, sono impiegati per preparare marmellate, sciroppi e decotti utili contro le affezioni bronchiali ed intestinali.
Avversità: le avversità cui va soggetto il Sorbo montano (tutte le specie di Sorbo in genere), sono date da parassiti animali: afidi infestanti la vegetazione (Dysaphis sorbi e Aphis pomi); tingide del Pero, che provoca schiarimenti e necrosi nelle foglie seguite da filloptosi (Stephanitis pyri); ragnetti rossi (Tetranychus sp) che infestano la vegetazione; cocciniglie infestanti gli organi legnosi e la vegetazione (Quadraspidiotus perniciosus e Lepidosaphes ulmi); larve defogliatrici di varie famiglie di lepidotteri (limantridi, iponomeutidi, geometridi, tortricidi, ecc.).
Tra le avversità sono da annoverare anche gli agenti di malattia (funghi, batteri ed entità infettive): mal bianco determinato dai funghi Oidium crataegi o Podosphaera oxyacanthae; ticchiolatura (macchie e necrosi fogliari) determinate dal fungo Venturia inaequalis; ruggine fogliare provocata dal fungo Gymnosporangium sp; colpo di fuoco batterico da Erwinia amylovora; cancri rameali determinati da funghi di vario genere (Nectria, Phomopsis, Cytospora fusicoccum); tumore batterico radicale da Agrobacterium tumefaciens; tracheomicosi provocate da agenti fungini responsabili del mal del piombo (Stereum purpureum).
Usi: in passato, specie nei periodi di carestia, i frutti del Sorbo montano sono stati localmente fonte primaria di sostentamento, grazie al loro contenuto in amido e zuccheri.
Il Sorbo montano ha un legno di colore rosso bruno, con alburno giallo rossastro, duro e compatto che può essere utilizzato per lavorazioni artigianali. L’uso di questa pianta è oggi preminentemente decorativo, come essenza ornamentale nel verde urbano, oppure come essenza arbustivo arborea per colonizzare aree marginali.
Alberi monumentali: il Corpo Forestale dello Stato segnala, con il suo censimento sugli alberi monumentali del 1982, nel comune di Villacolleamandina (Lucca), in località Falascheto, un esemplare di Sorbo montano con una circonferenza di 2,02 m e un’altezza di 10 m.
Cenni storici sulla tassonomia: il nome del genere, pur restando sempre nell’ambito della famiglia delle Rosacee, a causa della variabilità dei parametri floristici utilizzati dagli autori, è cambiato più volte: inizialmente (1753) Linneo chiamò questo alberetto Crataegus aria, ma Crantz (1762) formò il nuovo binomio Sorbus aria, che Ehrhart (1789) trasformò in Pyrus aria; Medicus (1793) creò a sua volta il nome Hahnia aria, che Host (1831) convertì in Aria nivea. Fiori (1923-25) utilizza ancora Pyrus aria Ehrh., ma Pignatti (1982), in base alle nuove norme tassonomiche che privilegiano la priorità storica nelle determinazioni scientifiche, riporta in vigore il binomio Sorbus aria (L.) Crantz., che studi recenti (AA.VV. An annotated Checklist of the Italian vascular Flora, 2005, Palombi, p. 169) hanno poi completato per la Lombardia e l’Italia centro-settentrionale con la ssp aria.
Bibliografia:
AAS G., MAIER J., BALTISBERGER M., METZGER S. Morphology, isozyme variation, cytology, and reproduction of hybrids between Sorbus aria (L.) Crantz and S. torminalis (L.) Crantz. Botanica Helvetica, 104, 2,195-214,1994
AESCHIMAN D., LAUBER K., MOSER D.M., THEURILLAT J.-P., Flora alpina, atlante delle 4500 piante vascolari delle Alpi, I vol., p. 798, Zanichelli, Bologna.
BANFI E., CONSOLINO F., Alberi (Conosceree risconoscere tutte le specie più diffuse di alberi spontanei e ornamentali), Istituto Geografico De Agostini SpA, Novara, 2001.
FERRARI M., MEDICI D., Alberi e arbusti in Italia (Manuale di riconoscimento), Edagricole, Bologna 2001.
HALBRITTER H., Sorbus aria. In: BUCHNER R. & WEBER M. (2000 onwards). PalDat - a palynological database: Descriptions, illustrations, identification, and information retrieval.
LANZARA P., PIZZETTI M., Alberi, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1977.
LAUBER K., WAGNER G., Flora Helvetica (Flore illustrée de Suisse), 2ème édition, Editions Paul Haupt, 2001.
TICLI B., Enciclopedia degli alberi d’Italia e d’Europa, De Vecchi Editore, Milano 2007.
www.dryades.eu
www.paldat.org