Myrtus communis L.

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Myrtaceae - Myrtus communis L.; Pignatti 1982: n. 2363; Myrtus communis L.
Plant List: accettato
Myrtus communis L.
(a cura di Giuseppe Laino)

Etimologia: l’epiteto del genere myrtus = “mirto” [Virgilio, Orazio] è il nome con il quale i Latini indicavano la pianta; pare derivi da Myrsíne, leggendaria fanciulla guerriera attica, uccisa da un giovane da lei battuto nei giochi ginnici e trasformata da Pallade in Mirto. L’epiteto specifico è l’aggettivo latino communis = “comune, che appartiene a parecchi, ordinario, volgare” ad indicare la sua frequenza.
Sinonimi:
nessuno.
Nomi volgari:
Mirto, Mortella (italiano). Liguria: Mirta; Martora (Porto Maurizio); Mortin, Murtin (Genova); Mortora (Bordighera); Murtela (Sarzana); Murti (Mortola); Murtiggia (S. Vittoria di Libiola); Murtina (Chiavari); Murtina (San Remo). Piemonte: Martal, Mirt; Buss, Martel (Torino). Lombardia: Martellin, Martellina. Veneto: Martellina, Matela (Verona). Emilia-Romagna: Mirt (Modena); Murtaela (Bologna). Toscana: Mirtella, Mirto, Mortella, Mortina, Mortine. Umbria: Martella (Perugia). Campania: Mortarara, Mortella, Mortija, Mortilla. Puglia: Murtedda. Basilicata: Mertella (Potenza). Calabria: Morterara, Mortiddra, Mortija, Mortilla, Mortina, Mortinara, Morzija, Murtilla; Marcidia (Laureana). Sicilia: Murtidda. Sardegna: Murta, Murtaucci, Murtauccia, Murtaurci.
Forma biologica e di crescita:
nanofanerofita cespitosa.
Tipo corologico:
steno-mediterraneo: specie con areale limitato alle coste mediterranee.
Fenologia:
fiore: VI-VII(-VIII), frutto: X-XI.
Limiti altitudinali: dal piano a 500 m di altitudine.
Abbondanza relativa e distribuzione geografica in Italia: nel nostro Paese è presente in tutto l’orizzonte costiero dell’Italia continentale e insulare, penetrando anche in qualche stazione submontana dell’interno. Assente in Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia.
Habitus: pianta con portamento arbustivo cespuglioso con chioma globosa, irregolare, espansa e larga nelle parti superiori, alto 80 cm-3 m, con fusto cilindrico, eretto, e rami alterni opposti, a volte verticillati a 3 o 4, patenti o suberetti, i più giovani tetragoni, glabri o subtomentosi, con corteccia rossastra che, invecchiando, diventa, sul fusto e sui rami maggiori, grigia e sfaldata in placche o strisce fibrose.
Foglie:
le foglie, opposte, sono sessili o talvolta inserite su un picciolo molto corto, lunghe 2-3 cm, sono lanceolate o ovali ellittiche con l’apice acuminato e il margine intero a volte leggermente revoluto, di colore verde intenso e lucenti sulla pagina superiore, mentre quella inferiore è opaca e di colore verde chiaro; sono di consistenza coriacea; osservate in controluce presentano numerosi punti translucidi dovuti alla presenza di ghiandole, infossate nel loro spessore, dove viene prodotto l’olio essenziale che dà il profumo alle foglie stropicciate.
Fiore:
fiori bianchi, ermafroditi, del diametro di 2-3 cm, profumati, solitari o fascicolati, portati da peduncoli ascellari allungati (1,5-2 cm), muniti di due brattee opposte, lineari e caduche. Ricettacolo a cono rovesciato, portante sull’orlo rigonfio il perianzio e l’androceo. Calice a tubo saldato con l’ovario e lembo di 5 lobi triangolari, acuti, patenti; corolla di 5 petali subrotondi, con unghia brevissima. Stami numerosi, a filamenti lineari filiformi e antere deiscenti per il lungo; ovario infero, annidato in una cavità del ricettacolo, triloculare, multiovulato, con stilo filamentoso, semplice, stimmatifero all’apice.
Frutto:
bacca più o meno tondeggiante, di 0,5-1 cm di diametro, color rosso violaceo o azzurro nerastro, bi- triloculare, rivestita, nella parte apicale, dai residui del calice posti a corona.
Semi:
cinque o più semi reniformi per loggia.
Polline:
granuli pollinici monadi, radiosimmetrici, isopolari; perimetro in visione polare: subtriangolari, goniotremi, sincolpati; in visione equatoriale: ellittici; forma: peroblati 97%, oblati 3%; trizonocolporati; aperture: ora, lalongati - colpi, stretti, con margo; esina: tectata, psilata; dimensioni: asse polare 8 (7) 6 mµ, asse equatoriale 17 (16) 15 mµ. L’impollinazione è entomofila, principalmente ad opera delle api. Il miele monoflora di Mirto è piuttosto raro: per definizione il 90% del polline di un miele monoflora deve essere costituito da polline di una unica specie; va precisato che il Mirto non produce nettare, essendo il fiore privo di nettarii. Trattandosi di una specie comunemente presente in associazioni fitoclimatiche questa pianta contribuisce alla produzione del miele millefiori o di altri mieli monoflora.
Numero cromosomico: 2n = 11.
Sottospecie e/o varietà: Myrtus communis L. subsp tarentina (L.) Nyman (Mirto di Taranto, Mirto tarantino), diffusa nelle province di Firenze, Napoli e in Sardegna, ha foglie (10-15 mm) e fiori (10-15 mm) più piccoli e frutti bianchi (5-8 mm). Piccoli rami, perfettamente riconoscibili, sono stati trovati in tombe romane di 2000 anni fa. Myrtus communis L. var. microphylla Willk. & Lange (Mirto a foglie piccole, Mirto microfillo). Sparse nella penisola e nelle isole italiane ne esistono diverse altre varietà.
In coltivazione numerose varietà orticole a scopo ornamentale come il
Myrtus communis L. var. variegata alta fino a 4,50 m, con foglie dalle eleganti striature colorate di bianco crema e fiori profumatissimi.
L'interesse economico che sta riscuotendo questa specie in Sardegna ha dato il via negli anni Novanta del secolo appena arrivato a termine ad un'attività di miglioramento genetico da parte del Dipartimento di Economia e Sistemi Arborei dell'Università di Sassari, che ha selezionato oltre 40 varietà fino al 2005. Lo scopo principale del miglioramento genetico è la produzione di bacche da destinare alla produzione del liquore di Mirto. Tuttavia è in corso anche un'attività di controllo finalizzata alla produzione dell'olio essenziale.
Fra le caratteristiche morfologiche, fenologiche e produttive della specie valutate ai fini del miglioramento genetico rientrano la forma e la pezzatura delle bacche, la dimensione dei semi, la vigoria della pianta, la pigmentazione dell'epicarpo, carattere fondamentale per la produzione del liquore, la produttività, la percentuale di radicazione (carattere fondamentale per la moltiplicazione per talea) e, infine, la predisposizione alla rifiorenza, carattere ritenuto negativo ai fini della produzione delle bacche.

Habitat ed ecologia:
il Mirto è specie spontanea delle regioni mediterranee, frequente sui litorali, nelle garighe e nelle macchie dove vive in associazione fitoclimatica xerofila con altri elementi caratteristici della macchia quali il Lentisco (Pistacia lentiscus L.), il Cisto (Cistus sp), l’Olivastro (Olea sylvestris Brot), il Carrubo (Ceratonia siliqua L.); è una pianta tipicamente termofila che viene danneggiata dai freddi intensi e dalle gelate. Necessita di clima mite, è sensibile ai venti forti per cui lo si trova spesso localizzato nelle vallette. Pur essendo specie eliofila si adatta a esposizioni a mezz’ombra e a qualsiasi tipo di substrato sia acidi che subalcalini e calcarei, anche se predilige un substrato sabbioso. Tollera bene la siccità.
Syntaxon (syntaxa) di riferimento:
Pistacio lentisci-Rhamnetalia alaterni.
Life-strategy (sensu Grime & Co.): Stress tolleranti (S).
IUCN: N.A. Però, la domanda di materia prima (bacche) per la produzione del liquore di Mirto, che fino a poco più di un decennio fa ha interessato un ristretto mercato di nicchia a livello regionale, è aumentata in modo sensibile in seguito all’espansione dell'attività dell'industria liquoristica per soddisfare la richiesta del mercato nazionale. Domanda che, tradizionalmente soddisfatta dai raccoglitori stagionali nella macchia mediterranea, ha portato ad una notevole pressione antropica sulla vegetazione spontanea, che ormai non è più in grado di sostenere un'attività su larga scala. Pertanto, a partire dalla metà degli anni Novanta del secolo scorso, si sta promuovendo in Sardegna la coltivazione del Mirto in impianti specializzati. La tecnica colturale è in piena fase di evoluzione in quanto è ancora oggetto di ricerca in diversi suoi ambiti, soprattutto in relazione alla meccanizzazione. Nei primi anni del millennio sono già emersi i primi indirizzi, applicati nei campi sperimentali e nei progetti pilota.
Farmacopea:
le foglie, che hanno odore aromatico e sapore amaro, contengono un olio essenziale (mirtenolo, composto di mirtolo, cineolo, geraniolo e nerolo), sostanze tanniche ed un principio amaro. L’olio etereo ha azione balsamica e, eliminato con l’espirazione attraverso i polmoni, provoca l’espettorazione e combatte i processi infettivi putridi; d’altra parte, attraversando l’epitelio renale, promuove la diuresi agendo efficacemente contro le pieliti e le cistiti: risultati incoraggianti sarebbero pure stati ottenuti dai suoi preparati nella leucorrea e nei disturbi emorroidali. Sono stati tuttavia segnalati casi di avvelenamento per uso incauto di essenza di Mirto, analoghi a quelli dell’essenza di Eucalipto (Inverni). I composti tannici conferiscono all’infuso un’azione astringente intestinale e la possibilità di essere usato anche per medicazioni esterne, atte a facilitare la riparazione di piaghe a lento decorso. Si usano l’infuso a caldo, l’olio essenziale e l’estratto fluido.
Avversità:
le malattie a cui il Mirto risulta più soggetto sono: necrosi e macchie fogliari dovute al fungo Pestalotia decolorata; il marciume radicale provocato da agenti fungini vari.
Usi:
la resa in olio essenziale della distillazione è alquanto bassa. Il prodotto più importante, dal punto di vista quantitativo, è rappresentato dalle bacche, utilizzate per la preparazione del liquore di Mirto propriamente detto, ottenuto per infusione alcolica delle bacche attraverso macerazione o corrente di vapore. Un liquore di minore diffusione è il Mirto Bianco, ottenuto per infusione idroalcolica dei giovani germogli, erroneamente confuso con una variante del liquore di Mirto propriamente detto ottenuto per infusione delle bacche di varietà a frutto non pigmentato.
L'abbondante fioritura nella tarda primavera o a inizio estate ovvero la persistenza per lungo tempo delle bacche nel periodo autunnale rendono questa pianta adatta per ravvivare i colori del giardino come arbusto isolato, allevato a cespuglio o ad alberello. L'utilizzazione più interessante del Mirto come pianta ornamentale è tuttavia la siepe: in condizioni ambientali favorevoli è in grado di formare una fitta barriera vegetale medio alta in pochi anni. Le foglie, relativamente piccole, e la notevole capacità di ricaccio vegetativo lo rendono adatto a formare siepi modellate geometricamente con la tosatura, ma può anche essere allevato a forma libera e sfruttare in questo caso lo spettacolo suggestivo offerto prima dalla fioritura e poi dalla fruttificazione.
Nella tradizione gastronomica sarda il Mirto è un importante condimento per aromatizzare le carni: i rametti sono tradizionalmente usati per aromatizzare il
porcetto arrosto (Plinio cita il Mirto a proposito del maiale arrosto, affermando che è squisito con la salsa di bacche di Mirto), il pollame arrosto o bollito e soprattutto sa taccula o grivia, un semplice ma ricercato piatto a base di uccellagione bollita (tordi, merli, storni). L'uso del Mirto come aroma per le carni non è comunque una prerogativa esclusiva dei sardi: la letteratura culinaria riporta riferimenti anche per altre cucine regionali e per la cucina spagnola.
A proposito dell’uso del Mirto come aromatizzante di alimenti, è curioso ricordare come dal nome volgare con il quale spesso è conosciuta questa pianta, Mortella, deriva il nome della mortadella, proprio perché essa veniva aromatizzata con le sue foglie.
Come il Rosmarino, il Mirto è stato famoso sin dal Medioevo: con la locuzione di “Acqua degli angeli”, si indicava l'acqua distillata dalle foglie e dai fiori di Mirto, una lozione profumata, tonica ed eudermica che abbellisce la pelle. L’olio essenziale è impiegato in profumeria, nella preparazione di saponi e cosmetici.
Il legno, duro, può essere impiegato per la fabbricazione di piccoli oggetti al tornio o per ottenerne manici e bastoni. Come combustibile fornisce buona legna da ardere e ottimo carbone. Le foglie, ricche di tannino, sono utilizzabili per la concia delle pelli.

Curiosità:
l'Orto del Mirto è un settore dell'Orto botanico di Pisa che ospita circa 140 specie di piante officinali, così denominato per la presenza di un vetusto esemplare di Myrtus communis,.
La lucentezza fogliare del Mirto rappresenta un esempio di adattamento alle caratteristiche ambientali del Mediterraneo. Grazie all’azione riflettente delle foglie, parte dei raggi solari vengono deviati, come se si riflettessero su uno specchio, evitando in tal modo i danni che potrebbero essere causati alla pianta da una eccessiva insolazione.
Gli Egiziani se ne adornavano nelle festività e, in molti paesi, ha conservato tuttora il suo significato felice e non è mai dimenticato quando si preparano i mazzi di fiori per le nozze. Nel Medio Oriente i fiori vengono ancor oggi impiegati per confezionare bouquet da sposa. Con i fiori si usava ornare il capo delle giovani spose e per addobbare i tavoli durante i banchetti nuziali. In Inghilterra c’è un vecchio detto: «Myrtus for remembrance» (Mirto per ricordare).

Il Mirto in letteratura:
il Mirto fu consacrato dai Romani a Venere (tant'è che nel Foro vi era un’antica ara consacrata a Venere Mirtea), dea dell’amore; Virgilio lo definisce «formosae myrtus Veneris». E Orazio (I. I, 38): «Simplici myrto nihil adlabores sedulus, curo: neque te ministrum dedecet myrtus neque me sub arta vitem bibentem» (Che tu ti dia pensiero di aggiungere altro al semplice Mirto non m’importa: né a te coppiere si disdice il Mirto né a me che bevo sotto la contorta vite). Con il Mirto si incoronavano i poeti e i poeti ne facevano oggetto di poesia nei loro carmi.
Gabriele d’Annunzio né «La pioggia nel pineto» lo celebra assieme ad altre essenze:
«...E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancora, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirito
silvestre,
d'arborea vita viventi…»
Giosuè Carducci nel «Canto di primavera» (in Juvenilia, 1850-1860) evocava il Mirto di Roma di cui Flora era il nome sacrale:
Te allor, cinti la chioma
De l’arbuscel di Venere,
Canterem, madre Roma;
Te del cui santo nascere
Il lieto apri s’onora,
Te de la nostra gente arcana Flora
Miti e leggende: molte le leggende greche a riguardo del Mirto. Ateneo (IV, 676 A) racconta la leggenda di Erostrato, devoto di Afrodite. La sua nave, sorpresa dalla tempesta nei pressi della costa egiziana, minacciava di naufragare. Allora la dea intervenne in suo aiuto facendo spuntare foglioline di Mirto dalla statuetta della dea che Erostrato aveva comprato a Pafos prima di imbarcarsi. Il miracolo rinfrancò i marinai in preda alla disperazione centuplicandone le forze e permettendo loro di raggiungere un approdo sicuro. All’arrivo egli depose la statuetta fiorita di rami di Mirto nel tempio di Afrodite e intrecciò una corona mirtea che da allora venne detta naucrátis (“Signora delle navi”).
Il legame con Afrodite fece sì che il Mirto fosse considerato beneaugurante: i suoi rami si portavano come augurio di buona fortuna quando si partiva per fondare una colonia e con lo stesso significato se ne ornavano il capo coloro che ricoprivano le più alte cariche dell’amministrazione civile e militare, gli arconti e gli strateghi.
I Romani con i suoi rami intrecciavano ghirlande con le quali incoronavano poeti ed eroi. E l’antica Roma era considerata la città del Mirto: «Fuit ubi num Roma est iam cum conderetur», il Mirto esisteva già nel territorio su cui sorge Roma fin dal tempo della sua fondazione, scrive Plinio (
Naturalis historia, XV, 119); «per questo motivo la tradizione dice che i Romani e i Sabini, dopo la battaglia causata dal rapimento delle vergini, deposte le armi, si purificarono con rami di Mirto nel luogo dove ora sorgono le statue di Venere Cluacina. Infatti presso gli Antichi cluere significava purificare». Lo scrittore reputa che sia stato il primo albero a essere piantato nei luoghi pubblici, perché Venere sovrintendeva non soltanto alle unioni coniugali ma anche a quelle politiche offrendo la sua benefica energia di pace.
La pianta simboleggiava nei trionfi anche la vittoria ottenuta senza spargimento di sangue. Il primo a entrare in Roma con l’ovazione per avere condotto una campagna militare incruenta fu Publio Postumio Tiberio nel 505 a.C. con la vittoria sui Sabini: avanzò coronato col Mirto di Venere vittoriosa (Gaio Plinio Secondo,
Naturalis historia, XV, 125). Tuttavia aveva il diritto di portare una corona di Mirto anche il vincitore di una guerra non dichiarata, contro schiavi o pirati: vestito di bianco saliva al Campidoglio dove sacrificava una pecora (ovis in latino, da cui derivò la parola “ovazione”).
Masurio Sabino, un giurista dell’età di Tiberio, attesta che anche i comandanti, che sul carro celebravano il trionfo, usavano portare una corona di Mirto in onore della dea Venere che, tramite il figlio Enea, avuto da Anchise, era stata la lontana progenitrice di Roma. (Gaio Plinio secondo,
Naturalis historia, XV, 126). Racconta ancora Plinio (ibid, XV, 121) che fra i templi più antichi di Roma si annoverava quello di Quirino, davanti al quale vi erano due Mirti sacri, l’uno detto patrizio, l’altro plebeo: «Quello patrizio fu per lunghi anni il più florido, esuberante e rigoglioso: per tutto il tempo che il senato ebbe vigore, il Mirto si mantenne maestoso, mentre quello plebeo era appassito e senza fronde; dopo che quest’ultimo acquistò floridezza e il patrizio cominciò a ingiallire a partire dalla guerra Marsica (guerra sociale del 91-98 a.C.), l’autorità dei senatori si affievolì e a poco a poco la maestà decadde in una marcescente sterilità».
Ovidio (
Fasti, IV, 133-146) ricorda che il Mirto compariva in occasione delle Calende di aprile quando si celebrava la festa dei Veneralia. Scrive, infatti:
         Madri e nuore del Lazio e voi senza benda né stola
venerate la dea secondo i sacri riti.
Levatele i nastri d’oro dal marmoreo collo,
levate gli ornamenti: la dea è tutta da lavare.
E quando il collo è asciutto rimettete i nastri d’oro al suo collo;
e offritele nuove rose con altri fiori.
Ella vuole che anche voi, coronate di verde mirto,
vi laviate; ed è cosa giusta, ascoltate.
Nuda ella asciugava i capelli che stillavano acqua marina:
fu scorta dalla turba dei satiri sfacciati.
Se ne accorse e si nascose ponendo un mirto davanti al suo corpo;
così fu salva; e vuole che il suo atto rinnoviate.

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E. Balocchi, Quinto, Genova, 26-06-2008
E. Balocchi, Quinto, Genova, 26-06-2008

Distribuzione


■ autoctona ■ alloctona ■ incerta ■ scomparsa ■ assente

Caratteristiche

Relazioni con l'uomo
[ C ] C: specie di interesse alimentare e/o aromatico
[ O ] O: specie di interesse farmaceutico-officinale
[ P ] P: specie velenose - tossiche - stupefacenti - psicotrope - irritanti - fotosensibilizzanti
Biologia riproduttiva

ER (ermafrodita): specie con organi maschili e femminili riuniti nel medesimo fiore.

[ AP+EP - ZC2 ] AP (anemofilia): Il polline è disperso dalle correnti aeree e può avere un volo breve (piante erbacee) o lungo (alberi); EP (entomofilia): Il polline è trasportato da insetti, che vengono indotti a visitare il fiore con svariate strategie di richiamo, con o senza ricompensa; ZC2 (endozoocoria): Semi che vengono ingeriti, come tali o all’interno di un frutto, e successivamente espulsi con le feci.

Indici di Ellenberg

Salinità: 0

L: 8; T: 9; C: 4; U: 3; R: 5; N: 2;

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