Fraxinus excelsior L.

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Oleaceae - Fraxinus excelsior L.; Pignatti 1982: n. 2776; Fraxinus excelsior L.
Plant List: accettato
Fraxinus excelsior L.
(a cura di Giuseppe Laino)

Etimologia: l’epiteto del genere è il nome latino fraxinus, -i, f. = “frassino” (albero) [Virgilio, Ovidio], che i Romani già usavano per questa specie, ereditato dal greco phraxo = “chiudo”, perché la pianta veniva utilizzata per formare siepi. L’epiteto specifico è il comparativo di maggioranza latino di excelsus, -a, -um = “che sovrasta, alto, elevato, eminente, eccelso”, quindi excelsior significa “più alto”, con riferimento all’altezza maggiore di questa specie comparata con quella delle congeneri.
Sinonimi:
nessuno.
Nomi volgari:
Frassino maggiore, Frassino comune (italiano). Liguria: Fraiso, Fraissu (Porto Maurizio); Frasce, Frasciu (Genova); Frascellana (Masone); Frassa (Sosaigua); Frassine (Velva); Fraxu (Ponti di Nava). Piemonte: Frais, Frasso, Nous mat; Fraisse (Val S. Martino); Frassan (Novara). Lombardia: Frassen; Frasen, Oeza (Brescia); Frassin, Noce selvatica (Como); Froesu (Pavia); Lusa (Mantov). Veneto: Frasseno, Lusa; Frasine, Frasono (Vicenza); Frassano, Frassine (Verona); Frassen mestego, Frazen (Belluno); Frassene (Padova). Friuli: Frassin, Uarr, Vuarn. Emilia-Romagna: Frassen, Frassin (Reggio, Romagna). Toscana: Frassine, Frassino; Costolo (Val di Pesa). Marche: Fersena (Ancona). Abruzzi: Frasse, Frassina; Frascu (Teramo). Campania: Frosso; Frasso (Terra di Lavoro). Puglia: Juorno (Barletta). Basilicata: Frascine, Frascio. Calabria: Frosso (Cosenza). Sicilia: Frascinu, Frassinu; Frascianu (Avola); Muddeu, Muddia sarvaggia (Mirto). Sardegna: Frassu; Oga, Ollastru de trumini (Cagliari).
Forma biologica e di crescita:
fanerofita scaposa.
Tipo corologico:
area europeo-caucasica. Distribuita dalle coste atlantiche del Nordeuropa (con limite estremo ai 64° di latitudine nord) fino al Mar Caspio, e a sud fino all’Italia centrale.
Fenologia:
fiore: III-IV, frutto: VIII-IX, diaspora: X-II.
Limiti altitudinali: da 200 a 1500 m di altitudine.
Abbondanza relativa e distribuzione geografica in Italia: nel nostro Paese è diffuso sul territorio settentrionale e centrale, con particolare frequenza sulle Alpi, nei siti a clima oceanico. La sua frequenza diminuisce scendendo verso sud; nel Meridione è assente in Basilicata, Calabria e nelle isole (naturalizzato in Sardegna), dove è sostituito dal Frassino meridionale (Fraxinus angustifolia Vahl. subsp oxycarpa (Willd.) Franco & Rocha Afonso).
Habitus: albero con un ciclo vitale di circa 250 anni, dal portamento slanciato ma maestoso negli esemplari isolati, alto fino a 30 m (eccezionalmente 40), con chioma espansa specialmente in verticale e rami ascendenti, diritti, virgati. Le gemme invernali, evidenti e tomentose, ovali e oblunghe, molto grandi, disposte a croce all’apice dei rami (l’apicale maggiore delle due laterali), sono racchiuse in brattee di colore nero carbone (carattere distintivo). Il tronco, che può superare il metro di diametro, è diritto e slanciato, presenta una scorza opaca, grigiastra, all’inizio liscia, poi percorsa da solchi fitti, non profondi, ondulati e anastomosati a formare una sorta di reticolo a maglie strette.
Foglie:
decidue, opposte, hanno un picciolo (rachide) dilatato alla base in un ingrossamento semiamplessicaule, lunghe fino a 16(-25) cm, sono imparipennate, formate da 7-13 segmenti ellittico lanceolati, ovato lanceolati o semplicemente lanceolati (il terminale, picciolato, è spesso maggiore e più largo nella metà superiore), con base cuneata, sessili, lunghi fino a 10 cm e larghi 2-4 cm, acuti o acuminati all’apice, seghettati al margine, verde opaco sulla pagina superiore, più chiari inferiormente, totalmente glabre o pelosa soltanto sulla nervatura mediana. Il fogliame autunnale è di colore giallo vivo.
Fiore:
sulla pianta possono essere presenti sia fiori ermafroditi che unisessuali. In quest’ultimo caso possono essere presenti fiori maschili e femminili, riuniti in infiorescenze, sulla stessa pianta (ma posti su rami diversi) o su piante diverse. È comunque più frequente la dioicità che può alternarsi negli anni: un albero che produce soltanto fiori maschili un anno, il successivo può produrre soltanto fiori femminili e viceversa. I fiori sono privi sia di calice che di corolla e sono riunite in piccole infiorescenze a pannocchia o a spiga. Le infiorescenze maschili sono ben identificabili sui rami nudi a fine inverno per il colore rosso porpora delle antere globose, portate da due stami, mentre quelle femminili sono muniti di ovario bicarpellare, verdastre. Le infiorescenze si trovano all’apice dei rametti dell’anno precedente e fioriscono prima dell’emissione delle foglie.
Frutto:
tipica samara, lunga 2-5 cm e larga quasi 1 cm, peduncolata, inizialmente di colore verde chiaro, poi giallastra, rossiccia a maturazione, costituita da una testa allungata contenente il seme, che prosegue in un’ala stretta, lanceolato lineare, subacuta o leggermente arrotondata in basso. Assieme alle altre dell’infruttescenza, forma un grappolo pendulo che rimane sulla pianta attaccato ai rami per tutto l’inverno.
Semi:
un solo seme per samara, ovale, lungo poco più di 1 cm; per un complesso sistema di esigenze, soprattutto climatiche, può germinare al secondo anno dalla maturazione (di norma 18 mesi).
Polline:
granuli pollinici con perimetro circolare o triangolare arrotondato in visione polare, ovale in visione equatoriale; dimensioni: asse polare 22,5 (20-24) mµ, asse equatoriale 26,7 (24-28) mµ; aperture: tricolpati (raramente tetracolpati) con colpi lunghi, stretti, acuti; esina: sottile, reticolata con muri che appaiono con linee punteggiate come una collana di perle; lumina del reticulum sottile di larghezza variabile, che non diminuisce verso i margini dei colpi; intina con aree di germinazione piatte; i granuli pollinici hanno tendenza a macchiare soltanto molto debole. L’impollinazione è entomofila.
Numero cromosomico: 2n = 46.
Sottospecie e/o varietà: nessuna.
Habitat ed ecologia: il Frassino maggiore riveste una notevole importanza dal punto di vista ecologico e paesaggistico, in quanto il suo areale è molto ampio entrando in associazione con molte essenze vegetali per formare boschi misti igrofili sia di pianura sia di collina o montagna, assieme ad Acero, Olmo, Querce ecc. Caratterizza i boschi di ripa, le gole e le forre umide, i margini dei laghi dalla fascia collinare a quella montana superiore con particolare frequenza sulle Alpi, nei siti a clima oceanico, dove arriva a costituire dei boschi insieme al Faggio e all’Abete rosso. Diventa meno frequente nell'Appennino centrosettentrionale, dove prospera nelle zone fitoclimatiche del Castanetum, del Fagetum e più raramente del Lauretum. Necessita di un substrato ricco di sostanza organica ed elementi minerali con struttura limoso argillosa, profondo e in grado di rimanere fresco per lungo tempo. Tollera temporanee sommersioni dell’apparato radicale. Preferisce inoltre suoli a reazione neutra e subacida. Predilige luoghi luminosi, non adattandosi nelle zone con clima caldo e siccitoso.
Syntaxon (syntaxa) di riferimento: Salici purpureae-Populetea nigrae
Life-strategy (sensu Grime & Co.): Competitive (C).
IUCN: N.A.
Farmacopea:
del Frassino maggiore vengono utilizzate le foglie che si prelevano a pieno sviluppo, i frutti e la corteccia dei giovani rami, staccata nel momento in cui essi sono in succo e seccata rapidamente all’ombra. La corteccia contiene due glucosidi amari caratteristici (frassina e frassinina), quercitrina, inosite, mannite, destrosio, saccarosio, acido malico, sostanze tanniche, gomma ed un olio etereo, miscela di terpeni; le foglie, secondo Kosch, non contengono frassina, ma una dose notevole di malato di calcio (16%). I frutti possiedono i medesimi principi attivi delle foglie, ma in misura maggiore oltre ad un olio etereo particolare; una notevole quantità di grasso (26%) è contenuta nei semi.
La parte del frassino più conosciuta e usata nella medicina popolare e ufficiale è costituita dalle foglie. Queste hanno proprietà diuretiche, sudorifere e regolatrici dell’intestino; è accertata l’utilità come coadiuvante nella cura della gotta, del reumatismo articolare acuto, dell’artrite, dei calcoli renali. L’azione lassativa è blanda e sicura.
La corteccia di Frassino maggiore si usa in infuso come antireumatico ed antigottoso, ma soprattutto popolarmente come diuretico e tonico. Leclerc preferisce le foglie e le samare, suggerendo l’uso di infusi ai soggetti sofferenti di disturbi artritici. Secondo il Fiori la corteccia del Frassino è anche febbrifuga; essa è pure amaricante e astringente ed è stata usata come succedaneo della China.
I frutti vengono impiegati soprattutto come blando lassativo.

Alberi monumentali:
esemplari di Frassino maggiore imponenti per altezza e s viluppo si incontrano in tutte le vallate alpine e prealpine, al di sotto della fascia delle conifere. Dal censimento effettuato dal Corpo Forestale dello Stato, nel 1982, sono emersi alcuni esemplari di Frassino maggiore così localizzati sul territorio della Penisola: nel comune di Cesana Torinese (Torino), in località Borgata Bauson Superiore, vegeta un albero alto 25 m con una circonferenza di 3,8 m; nel comune di Ponna (Como), in località Alpe di Ponna, si trova un esemplare alto 28 m con circonferenza di 3,8 m; nel comune di Salorno (Bolzano), in località Gfrill, maso Wiesenhof, un Frassino maggiore alto 22 m con circonferenza di 3,5 m; nel comune di Miane (Treviso), località Faganello, troviamo un esemplare alto 26 m per una circonferenza di 3,81 m; sempre in provincia di Treviso, nel comune di Segusino, in località Casera Faganello, vegeta un esemplare alto 20 m per una circonferenza di 3,95 m.
Avversità:
le avversità più importanti del Frassino maggiore sono i parassiti animali: Prociphilus fraxini, afide che provoca vistose deformazioni ai germogli e imbratta di melata la vegetazione; psilla del Frassino (Psyllopsis fraxini); cocciniglie infestanti rami e vegetazione (Chionaspis salicis, Eulecanium sp, Pulvinaria sp, ecc.); rodilegno giallo e rosso infestanti gli organi legnosi; galle fogliari da larve di ditteri cecidomidi; danni da larve di lepidotteri defogliatori di diverse specie; danni agli organi legnosi da coleotteri scolitidi; danni alle infiorescenze da acari eriofidi che producono galle vistose (Aceria fraxinivora); danni fogliari da ragnetto rosso (T. urticae).
Tra gli agenti di malattia (funghi, batteri ed entità infettive) sono da ricordare: mal bianco provocato dal fungo
Phillactinia guttata; cancri rameali ad eziologia fungina da Nectria galligena; tumori batterici sugli organi da Pseudomonas fraxini; carie del legno a varie eziologie fungine; marciumi radicali fungini da Armillaria mellea; maculature fogliari ad eziologie fungine (Cercospora sp, Mycosphaerella sp).
Usi:
il legno di Frassino maggiore, che gli antichi Greci conoscevano come il migliore nell’industria delle armi, per la costruzione di aste e lance, e che chiamavano melia (da cui, per somiglianza fogliare, anche il genere botanico Melia), è chiaro, biancastro, con anelli ben distinti e provvisti di grossi vasi nella zona primaverile, è estremamente duro, compatto, ma soprattutto elastico e indeformabile. Il peso specifico è 0,96 da fresco, 0,72 da stagionato e 0,66 da secco; facilmente lavorabile, viene utilizzato industrialmente per la produzione di compensati, pavimenti, mobili, timoni per imbarcazioni da diporto, mazze da golf, slitte, carri, comprese ruote e raggi, manici per attrezzi e parti di strumenti musicali ed in tutti quei casi in cui siano richieste robustezza ed elasticità. Per la sua elasticità e resistenza un tempo venivano fabbricati gli sci. All’aperto, tuttavia, questo legno si altera facilmente, quindi, non è consigliabile utilizzarlo, ad esempio, per gli infissi. Ha inoltre un elevato potere calorifico quindi è un apprezzato combustibile.
La pianta, però, a parte la sua importanza forestale, per il suo portamento elegante e maestoso giustifica anche l’utilizzo ornamentale nei parchi, nei giardini di grosse dimensioni, e nelle alberature stradali delle aree a clima fresco, specialmente sui rilievi. In autunno il colore verde scuro del fogliame assume tonalità giallo brunastre, che rendono estremamente piacevole l’aspetto della pianta.
Dalla corteccia si estraggono tannini. Le foglie vengono impiegate come foraggio per il bestiame, in zone povere di pascoli.
L'estratto di foglie di Frassino maggiore svolge una riconosciuta azione tonificante sulla pelle. Dal 1996, per decisione della Commissione Europea, entra nell'inventario degli ingredienti comunemente utilizzati come tonici nei prodotti cosmetici.

Curiosità:
in Gran Bretagna la saggezza popolare indica che, quando le gemme della Quercia si schiudono prima di quelle del Frassino, l’estate sarà secca e sarà invece umida se quelle del Frassino saranno le prime ad aprirsi.
Il Frassino maggiore era considerato nell’antichità un medicamento miracoloso contro i morsi dei serpenti, come riferiva Dioscoride (I, 80) che consigliava di applicare il succo delle foglie sulle ferite, oppure di berlo. Plinio (
Naturalis historia, XVI, 64), a sua volta, scriveva: «hanno un tale potere [i frassini] che i serpenti non ne sfiorano l’ombra, neppure al mattino o al tramonto, quando essa è più lunga, e ne fuggono lontano. Possiamo affermare, avendone fatto l’esperienza, che se si forma con rami di frassino un cerchio entro il quale si chiudano un fuoco acceso e un serpente, quest’ultimo si getterà nelle fiamme piuttosto che cercare scampo fra i rami del frassino. Per una sorprendente benevolenza della natura il frassino fiorisce prima che i serpenti escano dai loro ricoveri e non perde il fogliame prima che siano tornati a rintanarsi». Questa proprietà del Frassino era ancora citata nel XVI secolo nella Maison rustique di Liébaut e fino all’inizio del secolo scorso nelle campagne ve venivano utilizzate le foglie contro i morsi delle serpi.
Miti, leggende e simboli:
l’immagine del mitico Albero del mondo, dell’Asse del mondo che s’innalza fino al cielo e giunge negli inferi sostenendo e rigenerando l’universo, è quella del Frassino Yggdrasill descritto nell’Edda di Snorri Sturluson, un testo che, pur risalendo all’inizzio del XIII secolo, riflette tradizioni antichissime ed è un riassunto in prosa della mitologia nordica (ne esiste una traduzione italiana a cura di Giorgio Dolfini, Milano 1982).
Yggdrasill «è fra tutti gli alberi il maggiore e il migliore; i suoi rami sovrastano il cielo». È sorretto da tre possenti radici che si spingono in diverse direzioni. La prima arriva nella terra degli Asi, degli dei celesti: sotto di essa vi sono una fonte e una bella sala dove risiedono tre fanciulle, le Norne, che «danno agli uomini la vita» determinandone il destino, e si prendono cura dell’albero perché non secchi né marcisca, attingendo ogni giorno alla fonte l’acqua sacra e pura con la quale, mescolata all’argilla, ne irrorano i rami.
La seconda è nella terra dei giganti della brina, là dove un tempo vi era il baratro primordiale Ginnungagap, spazio cosmico colmo di forze magiche, abisso in cui era contenuto allo stato informe e potenziale l’esistente. Il gigante Ymir, dal cui corpo fu tratto il mondo, venne sacrificato nel mezzo di tale baratro. Accanto a questa radice scorre la sorgente Míimir dove sono nascosti saggezza e acume; colui che possiede e porta lo stesso nome, Mímir, è ricco di conoscenza perché beve alla fonte con il corno Giallarhorn.
La terza radice del Frassino sta in cielo: sotto di essa vi è una fonte particolarmente sacra, l’Urdharbrunnr: là gli dei hanno il loro tribunale.
Sul tronco di Yggdrasill si svikge l’antagonismo, la dialettica tra la sfera divina e quella demoniaca, come testimonia lo scoiattolo Ratatoskr che vi scende e sale riportando le male parole scambiate da un’aquila, accovacciata sui rami e fra i cui occhi è appollaiato un falco (emblema della più sublime elevazione, come osserva Gianna Chiesa Isnardi,
I miti nordici, Milano 1991, p. 532), e una serpe demoniaca che ne rode le radici. Altri animali circondano l’albero e si nutrono delle sue foglie.
L’albero è fonte della saggezza cosmica, tant’è vero che Odino apprende i misteri della vita universale, rappresentati dalle rune, restando appeso per nove notti senza cibo né bevanda su Yggdrasill e superando tre prove iniziatiche. Il legame con Odino è testimoniato anche dal nome: Yggdrasill significa infatti «il cavallo [cioè metaforicamente la forca] di Yggr», uno dei nomi del dio. Per questo motivo nell’alfabeto runico di Odino tutte le lettere sono formate con rametti di Frassino.
Yggdrasill sopravvivrà al crepuscolo degli dei, pur tremando nel momento più spaventoso dell’apocalittico dramma cosmico. Dopo la terribile prova «la terra uscirà dal mare e sarà verde e bella». Un nuovo sole apparirà nel cielo popolato di divinità, figlie di quelle morte, mentre resusciterò Baldr, il dio buono, il cui assassinio aveva provocato la catastrofe. Racchiusi nel legno del Frassino, sopravviveranno un uomo e una donna, Lif e Lifthrasir, che si nutriranno esclusivamente della rugiada mattutina. Saranno loro i nuovi progenitori dell’umanità.
Echi del mitico Yggdrasill si ritrovano ancora nell’XI secolo. Nella
Descriptio insularum aquilonis di Adam, canonico e magister scholarum di Brema, viene ricordato un tempio di Uppsala, nella Svezia pagana: «In questo tempio, completamente rivestito d’oro, si venerano le statue delle Tre Divinità [Thor, Odino e Freyr]. Nei pressi si leva un enorme albero che allarga i suoi rami ed è verde d’inverno come d’estate. Nessuno sa di che specie d’albero si tratti. Nello stesso luogo c’è anche un pantano, accanto al quale i pagani usano consumare i loro sacrifici e nel quale gettano un uomo vivo. Se questi non ritorna alla superficie significa che gli dei hanno gradito il sacrificio e si realizzerà il desiderio del popolo». Il pantano era formato da una fonte che scaturiva dai piedi dell’albero, chiara reminiscenza di Yggdrasill.
Il Frassino fra i Celti.
In Irlanda, terra celtica, tre dei cinque alberi sacri, il cui abbattimento nel 665 d.C. segnò il trionfo del cristianesimo sulla religione tradizionale, erano frassini. Fra i Celti essi erano considerati simboli di rinascita e capaci di operare guarigioni miracolose. Fino al principio del secolo scorso nella contea inglese di Selborne era usanza, prima del levar del sole, far passare nudo un bambino malato di ernia o di rachitismo nel cavo di un vecchio frassino cimato; oppure, dopo aver praticato un taglio longitudinale in una pianta giovane, lo si faceva passare nella fenditura tre volte, o tre volte per tre. Poi, richiusa la fenditura con argilla, si legava il tronco: se il taglio si cicatrizzava, l’ernia sarebbe scomparsa; se restava aperto, sarebbe rimasta. Chi ne aveva goduto i benefici vegliava sull’albero perché, se lo si fosse abbattuto, non soltanto ricompariva la malattia ma si aggiungeva una cancrena che portava alla morte.
Nell’alfabeto arboreo celtico il frassino era il terzo albero della serie e designava il mese che precedeva l’equinozio di primavera. Per questo motivo, fino a un secolo fa, in Francia si usava accendere il fuoco nuovo con il suo legno chiedendogli di far scendere le prime piogge di primavera affinché rianimassero la vegetazione dopo il lungo inverno.
In Grecia il Frassino era abitato dalle ninfe melíadi. Esiodo racconta che Urano generò i Titani dalla Madre Terra dopo aver cacciato i suoi figli ribelli, i Ciclopi, nel Tartaro, un luogo così distante dalla terra che un’incudine di ferro precipitava per nove giorni prima di toccare il fondo. Per vendicarsi Madre Terra convinse il più giovane dei Titani, Crono, a evirarlo con un falcetto. Gocce di sangue sgorgate dalla ferita caddero sulla Madre Terra che generò le Erinni, i Giganti e infine le ninfe melíadi immagini greche della Triplice Dea del Frassino [Esiodo,
Teogonia, 133-187]. I mitografi greci narrano anche di Melía, la ninfa del Frassino, che sposò Inaco al quale diede tre figli: Eialeo, Fegeo e Foroneo. Quest’ultimo, oltre ad aver fondato una città-mercato, chiamata poi Argo, fu il primo a scoprire l’uso del fuoco dopo che Prometeo l’ebbe rubato.
In greco il Frassino (
Fraxinus excelsior L.) si chiamava bumelía, da bu, prefisso che significava grande, e melía, frassino. Senza il prefisso bu-, melía indicava un altro frassino, l’Orniello (Fraxinus ornus L.), diffuso ancora oggi in Grecia; ma era anche il nome della ninfa del Frassino.
Frassino e bronzo.
Secondo Esiodo la terza stirpe di uomini, quella di bronzo, era “discesa dai frassini” [Esiodo, Le opere e i giorni, 143-146]:
E Zeus padre creò una terza stirpe di uomini mortali
- di bronzo, per niente simile a quella d’argento -
dal frassino, spaventosa e violenta: a loro cari erano
le gesta funeste e i crimini di Ares; e non si cibavano
di pane, ma avevano un intrepido animo d’acciaio,
mostruosi: grande forza e invincibili braccia
dalle spalle fiorivano su membra possenti:
ed avevano bronzee armi, dimore di bronzo,
e col bronzo lavoravano: ché il nero ferro non esisteva.
e soccombendo alle loro stesse braccia,
giunsero alla tenebrosa dimora dell’orrido Ade,
senza lasciare orme sulla terra; e pur terribili
la morte nera li colse, e lasciarono il lume raggiante del sole.
Esiodo accosta il frassino al bronzo perché erano entrambi simboli di durezza: le armi degli Elleni erano di bronzo con i manici di frassino, come la veloce asta di Aiace Telamonio, re di Salamina, descritta nell’Iliade. Un’altra asta famosa era quella che poteva impugnare soltanto Achille [Omero, Iliade, XVI, 139-144]:
         [Patroclo] prese due forti lance adatte alla sua mano,
ma non prese l’asta dell’Eacide perfetto,
grande, pesante, solida: nessuno dei Danai poteva
brandirla, tranne Achille: frassino del Pelio
che Chirone donato aveva a suo padre
per dar morte ai guerrieri.
In mano ad Achille essa diventerà l’arma micidiale che ucciderà Ettore [Omero, Iliade, XXII, 326-329]:
Qui Achille glorioso lo colse con l’asta mentre infuriava,
dritta corse la punta attraverso il morbido collo;
ma il greve frassino non gli tagliò la strozza,
così che egli poteva parlare, scambiando parole.
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R. Guarino, Val Genova, Strembo, 17-06-2007
R. Guarino, Val Genova, Strembo, 17-06-2007
E. Zanotti, Torre Pallavicina
D. Bouvet, 20-06-2007
D. Bouvet, 20-06-2007
D. Bouvet, 20-06-2007
D. Bouvet, Alpignano, To, 06-05-2007
D. Bouvet, Alpignano, To, 06-05-2007
D. Bouvet, senza dati
S. Costalonga, senza dati
S. Costalonga, senza dati
S. Costalonga, senza dati
A. Mascagni, Molina di Fiemme, Trento, 08-2009
D. Bouvet, Novalesa, Abbazia Val Cenischia, Torino, 29-05-2007
D. Bouvet, Novalesa, Abbazia Val Cenischia, Torino, 29-05-2007
D. Bouvet, Orto Botanico, Torino, 28-02-2007
D. Bouvet, Prali, Val Germanasca, Torino, 22-04-2007
D. Bouvet, S. S. 24, Cesana-Oulx, Val di Susa, Torino, 27-04-2007
D. Bouvet, S. S. 24, Cesana-Oulx, Val di Susa, Torino, 27-04-2007

Distribuzione


■ autoctona ■ alloctona ■ incerta ■ scomparsa ■ assente

Caratteristiche

Relazioni con l'uomo
[ C ] C: specie di interesse alimentare e/o aromatico
[ O ] O: specie di interesse farmaceutico-officinale
[ P ] P: specie velenose - tossiche - stupefacenti - psicotrope - irritanti - fotosensibilizzanti
[ A ] A: specie con polline allergenico.
Biologia riproduttiva

AM (andromonoica): specie con fiori maschili ed ermafroditi sullo stesso individuo.

[ AP+EP - AC ] AP (anemofilia): Il polline è disperso dalle correnti aeree e può avere un volo breve (piante erbacee) o lungo (alberi); EP (entomofilia): Il polline è trasportato da insetti, che vengono indotti a visitare il fiore con svariate strategie di richiamo, con o senza ricompensa; AC (anemocoria): Semi dispersi dalle correnti aeree, sia perché incospicui, sia perché presentano peli, setole, pappi ecc.

Indici di Ellenberg

Salinità: 0

L: 4; T: 5; C: 4; U: 7; R: 7; N: 7;

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