Foeniculum vulgare Mill.

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Apiaceae - Foeniculum vulgare Mill.; Pignatti 1982: n. 2498; Foeniculum vulgare Miller
Plant List: accettato
Famiglia, nome latino per esteso Foeniculum vulgare Miller subsp. vulgare
(a cura di Giuseppe Laino)

Etimologia: l’epiteto del genere deriva dal latino feniculum = “”finocchio” (pianta) [Pall., Cat.], nome dato dai latini alla specie a loro già nota come condimento e come pianta medicinale; l’epiteto specifico deriva dal latino vulgaris = “comune, generale, ordinario” ecc. a significare la larga diffusione della specie.
Sinonimi: Anethum foeniculum L. vulgare (Mill.) Schkuhr, Anethum rupestre Salisb., nom. illeg., Anethum panmorium Roxb. ex Fleming, Anethum minus Gouan, Anethum foeniculum L., Foeniculum panmorium (Roxb. ex Fleming) DC., Foeniculum officinale All., nom. Illeg., Foeniculum foeniculum (L.) H. Karst., illeg. tautonym, Ligusticum foeniculum (L.) Crantz 1767, non Roth 1788, Meum foeniculum (L.) Spreng. in Schult., Ozodia foeniculacea Wight & Arn., Selinum foeniculum (L.) E. H. L. Krause in Sturm, Seseli foeniculum (L.) Koso-Pol., Tenoria romana Schkuhr ex Schult.
Nomi volgari: Finocchio, Finoccchio comune, Finocchio femmina, Finocchio selvatico (italiano). Liguria: Fenoi, Fenougl; Erba fugna, Erba fugna (Quinto); Fenociu (Sarzana); Fenugiu (Genova); Fenugliu (Ventimiglia); Fenuju (San Remo, Bardineto); Fenulio (Mortola); Fenungio (Porto Maurizio); Ferugliu (Pigna). Piemonte: Erba bonna, F'noj, F'nuj; Fenoc, Fenolj (Val Soana); Fenuill (Val S. Martino). Lombardia: Erba bonna (Lomellina); Erba buna, Finocc, Scartossè (Brescia); Scartoccini (Pavia). Veneto: Fenocio; Fenochio (Treviso). Friuli: Fanoli, Fenoli. Emilia-Romagna: Erba bona, Scartozzein (Piacenza); F'nocc (Modena); F'nocina (Parma); F'noecc (Romagna); F'nucina, Scartoccin (Reggio). Toscana: Finocchio. Abruzzi: Fenocchie, Fenucchie, Fenuocchie, Spogna. Campania: Finucchio. Puglia: Fenucchiu (Lecce); Finucchieddo pe l'alive (Barletta). Basilicata: Anito (Matera). Calabria: Madaro (Bova). Sicilia: Finocchiu, Finocchiu di muntagna, Finocchiu duci, Finuccieddu di timpa, Finocciu, Finuocciu (Modica). Sardegna: Fenugu bonu, Fenugu durci, Fenugu eru, Fenuju anis; Fanil (Alghero); Fenugru (Marghine); Finocciu, Finucchiu (Gallura); Frenucu (Nuoro).
Forma biologica e di crescita: emicriptofita scaposa.
Tipo corologico: zone meridionali del bacino mediterraneo.
Fenologia: fiore: VI-VIII, frutto: VIII-X.
Limiti altitudinali: dal piano a 1000 m di altitudine.
Abbondanza relativa e distribuzione geografica in Italia: nel nostro Paese è presente in quasi tutto il territorio, comune soprattutto nelle zone costiere e nelle isole.
Habitus: pianta erbacea perenne, talvolta biennale, con odore dolcemente aromatico, glabra, con robusta radice rizomatosa, ramificata, legnosa e fusto eretto (1-2 m), angoloso, solcato, fistoloso, poco ramificato, con rami cilindrici, ascendenti, striati, midollosi, e ramificazioni più esterne sottili, brevi, alterne, uniformemente rivestite da un sottile strato ceroso, che conferisce loro un colore glauco.
Foglie: le foglie inferiori, a contorno oblungo triangolare, hanno un picciolo schiacciato lateralmente ed allargato in basso in una guaina lunga 2-3 cm e stretta, verde, con margine membranaceo, sono grandi, tri- o quadripennate, con foglioline multipartite lesiniformi, quasi capillari; le foglie superiori sono meno frastagliate, ma con lacinie capillari più lunghe e flaccide; la più alta di tutte semplicemente ternata od anche ridotta alla sola guaina.
Fiore:
fiori tutti fertili, gialli, raccolti in ombrellette a 10-25 raggi a loro volta riunite in ombrelle a 4-10 raggi disuguali, eretti, un po’ ingrossati alla base, solitarie, terminali del fusto e dei rami, composte, prive di involucro e di involucretti. Calice rappresentato appena da un orlo sottile; corolla di 5 petali uguali, subrotondi, integri, arrotolati all’apice, che è allargato verso la base; androceo di 5 stami, lunghi pressappoco come i petali e con antere subrotonde; gineceo con ovario infero concrescente con il ricettacolo, a due logge uniovulate, sormontate da due brevi stili divaricati, che si allargano alla base in uno stilopodio conico e bilobo.
Frutto:
su un pedicello persistente assottigliato alla base, ovato, glabro, composto di due acheni portati da un carpoforo bipartito.
Semi:
achenio ovoidale, verdastro, aromatico, lungo 5-10 mm, ristretto all’apice e alla base, con 5 costolature verticali evidenti, equidistanti, privo di ali.
Polline: granuli pollinici monadi, radiosimmetrici, isopolari; perimetro in visione polare: subtriangolari, pleurotremi, in visione equatoriale: ellittici; forma: prolati; trizonocolporati; aperture: ora, prevalentemente lolongati, con annulus, colpi: bordi diritti, ad apici acuti; esina: subtectata, finemente reticolo-rugulata, psilata. Ipertrofia columellare fra superficie polare ed equatoriale; dimensioni: asse polare 27 (22) 21 mµ, asse equatoriale 18 (14) 12 mµ. L’impollinazione è entomofila.
Numero cromosomico: 2n = 22.
Sottospecie e/o varietà: Foeniculum vulgare Mill. ssp. piperitum (Ucria) Count. Sinonimi: Anethum piperitum Ucria, Anethum foeniculum L. var. piperitum (Ucria) DC., Foeniculum vulgare Mill. ssp. piperitum (Ucria) Cout., Foeniculum piperitum (Ucria) Sweet 1826, non C.Presl 1826, nec DC. 1830, Foeniculum officinale All. var. piperitum (Ucria) Alef., Foeniculum capillaceum Gilib. ex Rouy ssp. piperitum (Ucria) Rouy & E.G.Camus, Foeniculum capillaceum Gilib. 1782, nom. inval., Gilib. ex Rouy 1901, nom. illeg. Nomi volgari: Finocchio maschio, Finocchio comune piperito, Finocchio piperito (italiano). Liguria: Fenuglet; Fenugiu agru (Genova). Lombardia: Finocc salvadegh (Brescia). Toscana: Finocchio arancino, Finocchio cedrato, Finocchio d'asino. Campania: Carosella (Napoli). Calabria: Finocchiu serbaggiu, Finocchiu servaggiu. Sicilia: Finocchiu d'asinu; Finocchiu asininu, Finocchiu di muntagna, Finocchiu rizzu, Finucchiastru (Etna); Finucceddu sarvaggiu (Avola); Finuocciu di sceccu (Modica). Sardegna: Fenugu agru, Fenugu aresti, Fenugu marigosu, Fenuju agru. Cresce negli stessi ambienti della ssp. vulgare dalla quale è difficilmente distinguibile se non per la guaina basale più sottile, per il sapore aromatico più accentuato, amaro e pungente e dai semi un po’ schiacciati.
Foeniculum vulgare var. azoricum (Mill.) Thell. (Finocchio coltivato) Sinonimi: Anethum foeniculum L. dulce (Mill.) Schkuhr, Anethum foeniculum L. azoricum (Mill.) Schkuhr, Anethum dulce DC., Foeniculum vulgare Mill. var. sativum C. Presl, Foeniculum vulgare Mill. var. dulce (Mill.) Batt. & Trabut 1905, non P. Fourn 1937, Foeniculum vulgare Mill. var. azoricum (Mill.) Thell., Foeniculum vulgare Mill. ssp. sativum (C. Presl) Janch. ex Holub, Foeniculum vulgare Mill. cv. sativum (C. Presl) Holub, Foeniculum vulgare Mill. cv. azoricum (Mill.) Holub, Foeniculum officinale All. var. dulce (Mill.) Alef., Foeniculum officinale All. ssp. dulce (Mill.) Nyman, Foeniculum officinale All. ssp. sativum (C. Presl) Arcang., Foeniculum dulce DC. nom. illeg. hom., non Mill., Foeniculum dulce Mill, Foeniculum dulce Hill, nom. inval., Foeniculum azoricum Mill.
E’ una pianta annuale o biennale, coltivata per le guaine carnose delle foglie, addossate le une alle altre e formanti un grumolo compatto, destinate al consumo alimentare. Meno alta delle due sottospecie, raggiunge un’altezza di 60-80 cm, con radice a fittone e fusto ingrossato alla base, a internodi molto raccorciati; le foglie, profondamente divise in segmenti ramificati, filiformi, presentano picciolo molto grosso e guaine amplessicauli, che con la porzione raccorciata del fusto formano il grumolo. Da questa varietà sono state ottenute cultivar di pregio, con ombrelle a 15-30 raggi e lacinie fogliari più lunghe e più flaccide: Bianco Perfezione”, Bianco dolce di Firenze”, Finocchio di Parma”, Finocchio di fracchia”, Gigante di Napoli”, Grosso di Sicilia”.
Habitat ed ecologia: incolti, luoghi aridi e assolati, scarpate sassose, coltivi, margini di strade.
Syntaxon (syntaxa) di riferimento: Lygeo-Stipetea
Life-strategy (sensu Grime & Co.): Stress tolleranti (S) + Ruderali (R).
IUCN: N.A.
Farmacopea:
il Finocchio viene tagliato al momento della maturità a mezza pianta, seccato e battuto per liberarne i frutti che ne rappresentano la parte officinale (Foeniculi fructus F.I.). Essi hanno odore caratteristico sgradevole a fresco, gradevole ed aromatico a secco, il sapore pure gradevole, è amarognolo nel Finocchio selvatico, zuccherino nella var. dulcis. La polvere dei frutti è giallo verdastra o giallo grigiastra e contiene gruppi di cellule dei canali secretori, alla faccia interna delle quali aderiscono cellule parenchimatiche a parete ispessita e reticolata che ricordano quelle consimili dell’anice, ed inoltre altre cellule a sezione poligonale, con granuli d’aleurone, appartenenti all’endocarpo.
Essi contengono dal 2 all’8% di un olio essenziale, che presenta, come tutte le essenze congeneri, diversità di proporzione dei componenti ed anche di composizione a seconda dell’origine. Composto essenzialmente di un chetone di costituzione analoga a quello della canfora (fencone), di acido, aldeide e chetone anisico; inoltre olio grasso (9-12%), zuccheri (Kosch). Il principio attivo caratteristico è il fencone, l’azione del quale, confrontata con quella sedativa dell’anetolo, si presenta piuttosto come eccitante generale dell’organismo e, in dose terapeutica, funziona infatti come stimolante dell’appetito, carminativo, diuretico, eccitante della secrezione salivare, lattea e biliare, ed anche favorente la funzione mestruale.
Come tutti gli oli eterei, anche il fencone iperemizza gli organi del bacino, agendo sullo stomaco e l’intestino sino al punto di provocare, per dosi eccessive, vomito e diarrea, sul rene sino a dare anuria, sull’utero con pericolo di aborto. Del resto dosi alte di essenza producono fenomeni di esaltazione con crampi, tremito violento, allucinazioni, convulsioni epilettiformi, ai quali, in un secondo tempo, tiene poi dietro uno stato di depressione e di sonnolenza. Si prescrive l’infuso a caldo di frutti di finocchio al 3%, l’essenza in gocce, la polvere.
Del Finocchio viene usata anche la radice, seccata al sole ed all’aria, e che si presenta in frammenti cilindrici, regolari, giallo grigiastri, striati in senso longitudinale, con parenchima corticale ricco di canali secretori e cilindro legnoso biancastro, con raggi midollari e grandi vasi evidenti, sapore amaro, aromatico ed odore caratteristico della pianta. La ricchezza di essenze e di sostanze resinose e pectiche fa sì che queste radici si prescrivano
soprattutto in infuso.
Anticamente Ippocrate e Dioscoride lo raccomandavano per aumentare il flusso del latte, proprietà accertata nella fitoterapia contemporanea. Ed è per questo che lo si raccomanda come galattologo.
Avversità: antracnosi, lumache, cimici.
Usi: in cucina i frutti (detti semi) si abbinano con la porchetta e tutte le carni grasse. Sono utilizzati nell’uso casalingo per la preparazione di pietanze varie e nell’industria conserviera e nell’uso casalingo per aromatizzare verdure sott’olio o sott’aceto (come melanzane, olive, ecc.). Si aromatizzano carni insaccate, l’industria pasticcera li impiega per la preparazione di dolci e di biscotti salati. Inoltre sempre con semi o fiori essiccati o freschi, si confezionano gradevoli tisane ed un liquore digestivo. I giovani getti e le foglie fresche sono indicate per aromatizzare insalate aromatiche, piatti di pesce, salse e aceti aromatici. Il Finocchietto selvatico (raccolto a fine inverno, utilizzando solo la parte tenera e le foglie) si usa in Sicilia per la preparazione della pasta con le sarde.
Usanze, modi di dire e credenze: pochi ortaggi hanno suscitato tanti proverbi, simboli, credenze quanto il Finocchio col quale una volta si concludeva il pasto per aiutare la digestione e rinfrescare l’alito: usanza ancora viva in Puglia.
Scriveva Ludovico Passarini (Modi di dire proverbiali e motti popolari italiani, Roma 1875, pp. 10-11): ”Essendo l’ultimo nella lista delle vivande il finocchio, come ne’ pubblici documenti è il sigillo, il portar quello in tavola indicava la fine del convito; e se vi mancava, pareva non fosse questo perfetto e quale si conveniva a degni convitati”. Da i vari modi di dire utilizzati in passato: “Essere come a mensa da ultimo il finocchio”; o “Dire il fatto suo fino al finocchio”, cioè fino in fondo; oppure: “E’ un finocchio”, per significare che manca soltanto quella persona o quel particolare perché qualcosa sia compiuto; o infine: “Aspettare i finocchi (o il finocchio)” nel senso di aspettare la fine di qualcosa. Si usava dire anche “Stare come il finocchio fra le mele” per significare che si stava bene in paradiso: modo proverbiale ispirato all’usanza di servire alla fine del pranzo i finocchi con le mele.
Oggi, però, dire di qualcuno “E’ un finocchio” evoca immediatamente la figura dell’omosessuale. Metafora antica che in passato conviveva con la precedente. Come sia nata non è dato sapere. Vi è chi sostiene che sia stata ispirata dal gambo del Finocchio che è vuoto, cioè “tutto buco” come dicono i toscani; altri che si distingue nettamente dalle altre verdure per il suo sapore dolciastro; altri ancora che la sua forma evoca quella di una parte del corpo prediletta dagli omosessuali. Ma forse l’allusione ha un’origine risalente alla notte dei tempi quando con le sue foglie si adornavano il capo gli adepti del dio frigio dell’estasi, della salute e del vino, Sabazios, dedito a culti licenziosi che incoraggiavano l’omosessualità; il suo nome viene usato in molte lingue per indicare la persona omosessuale. Ma un’altra versione sostiene che il termine "finocchio", utilizzato per denotare spregiativamente un uomo con atteggiamenti femminili o tendenze omosessuali, risale al Medioevo, quando la Santa Inquisizione metteva al rogo i presunti colpevoli di stregoneria o omosessualità. Alle fiamme s’aggiungeva una fascina di finocchio selvatico, che si riteneva avesse il potere di purificare le carni impure ma anche per stemperare l'odore acre della carne bruciata. Di qui, l’antico detto popolare: "Oggi si brucia il finocchio", per annunciare l’accensione di un rogo.
Il Finocchio riesce con la sua viva fragranza a spegnere o alterare qualunque odore o sapore non gradito, tant’è vero che viene usato in dosi massicce per mascherare il puzzo di carni o pesci non freschi. Lo si adoperava anche per fare assaggiare agli ingenui acquirenti il vino difettoso. Lo rammenta una novelletta popolare, “San Pietro e il finocchio”, dove si racconta che un giorno il Cristo ordinò all’apostolo di comprare in campagna un barilotto di vino. Pietro si recò nella migliore taverna dei dintorni chiedendo all’ostessa di vendergli il più pregiato. L’astuta donna glielo fece assaggiare offrendogli però anche un Finocchio con una fetta di pane. Pietro gradì molto lo spuntino e, soddisfatto, comprò un barilotto. Ma quando gli altri apostoli assaggiarono il vino si accorsero che aveva una punta di aceto; sicché l’incauto acquirente dovette ammettere di essere stato truffato. “Ma se mi piaceva tanto!” mormorava. Allora il Cristo gli domandò se l’ostessa gli avesse dato qualcosa da mangiare. “Sì! Pane e finocchio”. “E tu non sapevi che il finocchio falsa il gusto del vino?” commentò il Maestro aggiungendo:
                  Quando voi andate del vino a comprare
                  state attenti a non farvi infinocchiare.
Il proverbio rivela come sia nato il verbo infinocchiare: come il Finocchio confonde, imbroglia il gusto, così le chiacchiere dei furbi e dei truffatori ingannano e confondono. Il Lasca nel capitolo in lode della salsiccia scriveva a questo proposito:
                  Voi che vivendo siete giunte al fiore
                  De’ be’ vostri anni, donne, aprite gli occhi.
                  Donate a chi lo merta il vostro amore,
                  Acciocché il tempo poi non v’infinocchi.
All’uso di introdurlo nella salsiccia per profumarla è derivato il modo proverbiale “Esserci come il finocchio nella salsiccia”, per alludere a chi sta in qualche posto senza avere un ruolo importante: modo di dire non molto convincente perché il sapore del Finocchio, come la sua freschezza, è non meno importante della carne di maiale.
Plinio scriveva (Naturalis historia, XIX, 56) che “il serpente, poiché durante il letargo invernale gli si è formata una membrana intorno al corpo, si spoglia di quell’impiccio grazie all’umore del finocchio e riappare tutto lucente a primavera. Comincia a spogliarsene dalla testa e non impiega meno di un giorno e di una notte, rivoltandolo in modo che la parte interna della membrana appaia all’esterno. Lo stesso animale, dopo che nel suo ritiro invernale gli si è indebolita la vista, sfregandosi all’erba marathon (termine greco che significava finocchio), l’applica sugli occhi e recupera la capacità di vedere; se poi le sue squame si sono irrigidite, si gratta contro le spine del ginepro”.
Questa credenza rimase viva fino alle soglie dell’età moderna, come documentano non soltanto vari erbari, ma anche Torquato Tasso:
                  La serpe d’inferma e scura vista
                 
di finocchio si nutre, e così scaccia
                  quell’infelice umor che gli occhi appanna.
E per
curare la vista dell’uomo Plinio (op. cit., XX, 96) scriveva: “Si capisce così che anche l’uomo si serva del finocchio come rimedio per gli offuscamenti della vista”. E così anche le asserzioni di santa Ildegarda, della Scuola Salernitana e degli studiosi del Cinquecento; e non avevano torto perché effettivamente, come si è constatato, il Finocchio giova alla vista. Sicché si è coniata l’impresa dove l’immagine dell’ortaggio è accompagnata dalla scritta: “Lumina clara fecit”, limpidi rende gli occhi. Questa proprietà ha ispirato l’etimo popolare, ma infondato, secondo cui il finocchio deriva da occhio fino. In realtà il latino foeniculum è semplicemente il diminutivo di foenum, fieno.
Siccome aiuterebbe i serpenti a rinnovare la pelle, è diventato anche simbolo del Rinnovamento spirituale. Ma lo è anche della Forza, perché i gladiatori ne mangiavano in notevole quantità per essere più vigorosi e nell’arena s’incoronavano i vincitori con le sue foglioline.
La leggendaria familiarità con il serpente ha suscitato il credo popolare secondo il quale, allorché un rettile si avvicina alla pianta per cambiare la pelle o rischiararsi la vista, vi genera un verme. Perciò si raccomanda di pulire accuratamente il Finocchio perché quel verme, se venisse inghiottito per distrazione, provocherebbe coliche così gravi da portare fino alla morte, tant’è vero che un proverbio sostiene: “Dio ti guardi dal malocchio e dal vermine del finocchio”. Per lo stesso motivo in Sicilia si credeva che chi avesse mangiato finocchi selvatici nella settimana di Pasqua avrebbe avuto la casa infestata da parassiti.
Grazie alla nomea di essere la pianta preferita dal serpente, simbolo del Demonio, nei riti satanici se ne usava un rametto per le aspersioni. Ma non mancava neppure chi, nel Medioevo, lo cospargeva insieme con l’erba di San Giovanni intorno al letto, mettendone le foglie sotto il guanciale per propiziare sogni divinatori.
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V. Tineo, subsp. piperitum (Ucria) Coutinho
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M. La Rosa, Cortona, 16-10-2005, subsp. piperitum (Ucria) Coutinho
M. La Rosa, Cortona, 16-10-2005, subsp. piperitum (Ucria) Coutinho
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A. Carrubba, subsp. vulgare, var. dulce (Miller) Thell.
G. Pellegrino, - http:\\floramarittime.it -, Boves, 11-10-1995, subsp. vulgare var. azoricum (Miller) Thell.
G. Pellegrino, - http:\\floramarittime.it -, Boves, 11-10-1995, subsp. vulgare var. azoricum (Miller) Thell.
M. Pascale, Valle Stura, Demonte, 07-2003
G. Pallavicini, Solva, Alassio, 04-1998
L. Scuderi, Ustica, 28-04-07, subsp. piperitum (Ucria) Coutinho
G. Pellegrino, - http:\\floramarittime.it -, Demonte, Valle Stura, Alpi Cozie, 31-07-2007, subsp. piperitum (Ucria) Coutinho
G. Pellegrino, - http:\\floramarittime.it -, Demonte, Valle Stura, Alpi Cozie, 31-07-2007, subsp. piperitum (Ucria) Coutinho
E. V. Perrino, Bosco Selvapiana, 14-06-2008
M. La Rosa, Canale Monterano, 23-09-2008, subsp. piperitum (Ucria) Coutinho (con Hymenoptera, Aculeata, Formicidae)
G. Pellegrino, - http:\\floramarittime.it -, Mortola Inferiore, Ventimiglia, 25-06-2008, subsp. vulgare, var. vulgare
G. Pellegrino, - http:\\floramarittime.it -, Mortola Inferiore, Ventimiglia, 25-06-2008, subsp. vulgare, var. vulgare
A. Crisafulli, R. Picone, Torrente Elicona, 17-03-2007
A. Crisafulli, R. Picone, 21-02-2005

Distribuzione


■ autoctona ■ alloctona ■ incerta ■ scomparsa ■ assente

Caratteristiche

Relazioni con l'uomo
[ C ] C: specie di interesse alimentare e/o aromatico
[ O ] O: specie di interesse farmaceutico-officinale
[ P ] P: specie velenose - tossiche - stupefacenti - psicotrope - irritanti - fotosensibilizzanti
[ A ] A: specie con polline allergenico.
Biologia riproduttiva

ER (ermafrodita): specie con organi maschili e femminili riuniti nel medesimo fiore.

[ EP - AC+BC ] EP (entomofilia): Il polline è trasportato da insetti, che vengono indotti a visitare il fiore con svariate strategie di richiamo, con o senza ricompensa; AC (anemocoria): Semi dispersi dalle correnti aeree, sia perché incospicui, sia perché presentano pe

Indici di Ellenberg

Salinità: 0

L: 9; T: 8; C: 5; U: 3; R: 7; N: 7;

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