Sambucus nigra L.

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Adoxaceae - Sambucus nigra L.; Pignatti 1982: n. 3611; Sambucus nigra L.
Plant List: accettato
Famiglia, nome latino per esteso Sambucus nigra L.
(a cura di Giuseppe Laino)

Etimologia: l’epiteto del genere sambucus, -i, f. = “sambuco” (pianta) [Plinio et al.] è rimasto quello che già usavano i Latini per questa specie. Per alcuni botanici però la spiegazione non è univoca: quella di Cesati, Passerini & Gibelli nella Flora Italiana, 1867, è: «dal greco sambux, nome di pianta tintoria, in allusione al succo rosso delle bacche del Sambucus ebulus L. od alle bacche rosse del Sambucus racemosa L.»; G. Dalla Fior, nella Nostra Flora, 1926, afferma invece che l’epiteto è un «nome già usato da Plinio per le specie di questo genere e derivato dal greco sambyché, strumento musicale che si fabbricava coi rami del sambuco svuotati del midollo». Altri lo fanno risalire al latino sambuca, -ae, f. a sua volta derivante dal greco sambyché = “strumento musicale triangolare, simile all’arpa” [A. Persio Flacco et al.] che veniva fabbricato utilizzando il legno del Sambuco nero, come conferma il Vocabolario della Lingua Italiana, 1967, Devoto-Oli: «dal latino sambuca, che è dal greco sambýkē, a sua volta di origine orientale», aggiungendo che tale nome, in origine proprio di uno strumento musicale a corde, indicò in seguito degli strumenti a fiato e, per estensione arcaica, «strumento agreste, zampogna». L’epiteto specifico deriva dall’aggettivo latino niger, nigra, nigrum, f. = “nera, scura” [Cicerone et al.] con riferimento al colore delle bacche allo stadio di maturazione.
Sinonimi: Sambucus laciniata Miller, Sambucus nigra var laciniata L., Sambucus virescens Desf.
Nomi volgari: Sambuco nero, Sambuco comune (italiano). Liguria: Sambluch, Sambuch, Sambugu; Sambrugo (Porto Maurizio); Sambu (Bardineto); Sambugo (Genova). Piemonte: Ureau, Sambuc; Sambich, Sambuch, Sambur, Sambì, Sambù (Carpeneto); Seuic (Val S. Martino). Lombardia: Sambuch, Sambus, Schitac. Veneto: Sango, Scioccarina; Sambuch, Sambugher (Treviso); Sambugar, Sambugo, Saugar, Saugo (Verona). Friuli: Saudar, Saut, Savut; Sajuch moru, Savud, Savudar (Carnia). Emilia-Romagna: Sambugh, Sambughe, Zambuc; Erba ch' pozza, Zambugh (Romagna); Nebbi nigher, Nebbì, Sambogh (Reggio); Sanbugh (Piacenza). Toscana: Sambuco, Sambuco nostrale, Zambuco, Zambuco arboreo. Marche: Sambuchi. Lazio: Munnaro; Zambuco puzzolente (Roma). Abruzzi: Sammuche, Samuche, Sammuco, Zammuco. Campania: Sammuco (Terra di Lavoro); Sauco (Avellino); Savuco (Ischia). Puglia: Zambuco (Lecce). Basilicata: Savaco, Savuco. Calabria: Fiori di Maje, Sambucaro, Sammucu, Savucu; Savucco (Bova). Sicilia: Fiuri di Majo, Sambucuru, Savuco, Savucu di gai, Savucu di sipali; Saucu, Saucu arboriu, Saucu niuru (Etna). Sardegna: Sabuccu, Sambucu mascu, Samucu mascu, Savucu mascu, Sommocu, Sommuco.
Forma biologica e di crescita: nano/fanerofita scaposa.
Tipo corologico: area europeo-caucasica. Spontanea e diffusa dall'Europa centromeridionale, fino al Caucaso, ai confini occidentali della Siria e settentrionali dell'Iraq, è ormai specie cosmopolita, trasportata e diffusasi in tutte le aree temperate dei continenti.
Fenologia: fiore: III(-IV)-VI, frutto: VIII-IX, diaspora: IX-X.
Limiti altitudinali: dal piano a 1400 m di altitudine.
Abbondanza relativa e distribuzione geografica in Italia: nel nostro Paese è una specie diffusa in tutto il territorio continentale e insulare.
Habitus: arbusto o alberello, con longevità di circa 50 anni, che in genere non supera i 6-7 m di altezza (i 10 m sono una rara eccezione), con chioma densa, globosa, espansa, costituita da rami opposti, ad andamento arcuato e ricadente. Il tronco è piuttosto sinuoso, nodoso e irregolare, rivestito da una scorza grigio brunastra, rugosa e profondamente solcata in senso soprattutto verticale; quella dei rami è grigio chiaro, liscia e fittamente cosparsa di lenticelle discoidali brunastre. Caratteristico della sezione dei rami e del tronco è il midollo centrale candido e soffice, con odore nauseabondo, costituito di grandi cellule sferiche dalla sottile parete di cellulosa.
Foglie: foglie composte, lunghe da 15 a 30 cm, ad inserimento opposto sui rami, con picciolo dilatato alla base che, quando cadono, lasciano sul ramo una cicatrice a forma di semiluna; sono imparipennate, composte da 3, 5 o 7 foglioline generalmente asimmetriche, lunghe 5-10 cm e larghe la metà, portate da un breve picciolo, ellittiche con la base cuneata, il margine è dentellato e l’apice termina con un dente acuto più grande degli altri. Sono di colore verde chiaro e pubescenti. Nervatura centrale marcata. Se stropicciate emanano un odore sgradevole.
Fiore:
fiori, molto profumati, sono raccolti in larghe cime terminali (fino a 20 cm), di aspetto ombrelliforme appiattito, peduncolate, dapprima erette, poi reclinate, i laterali sessili, i terminali peduncolati, spesso quelli periferici sterili. Calice supero, ridotto ad un piccolo orlo a 5 denti; corolla supera, rapidamente caduca, larga 5 mm, bianco crema, rotata, a tubo molto breve e lembo diviso in 5 lobi arrotondati uguali o anche disuguali nei fiori periferici sterili. Androceo di 5 stami, inseriti alla fauce della corolla, intercalati ai lobi di questa, con filamenti subulati e antere estrorse, biloculari, deiscenti per il lungo, giallo zolfo, che rilasciano abbondante polline; gineceo con ovario triloculare (raramente tetraloculare), a logge uniovulate portanti uno stimma sessile (stilo assente), trilobo, a lobi convessi e scabri. Il nettare ha un forte odore, quasi nauseante, che attira una moltitudine di insetti, in particolare maggiolini (Melolontha melolontha).
Frutto: drupa sferica di 5-6 mm di diametro, portata da un picciolo rosso, dapprima verde quindi nero lucida e succosa a maturità, dal sapore zuccherino ma nauseante.
Semi:
ogni drupa porta immersi nella polpa da 2 a 5 noccioli monospermi molto piccoli, a forma di pinolo, con superficie reticolata.
Polline: granuli pollinici in visione polare circolari, da circolari a ovati in visione equatoriale; dimensioni: asse polare 17,1 (16-19) mµ, asse equatoriale 18,7 (17-20) mµ; aperture: tricolporati con colpi lunghi, larghi e con pori non distintamente visibili; esina: sottile con struttura reticolata molto fine che si assottiglia progressivamente verso il colpus; intina: sottile, sporgente leggermente dall’area di germinazione. Un polline similare si riscontra in Sambucus racemosa L. (Sambuco corallino). L’impollinazione è entomofila e, in subordine, anemofila.
Numero cromosomico: 2n = 36.
Sottospecie e/o varietà: Sambucus nigra L. f. laciniata (L.) Zabel., ha foglie con segmenti quasi lineari. In coltivazione la varietà “Aurea” con foglie giallo verdi e la varietà “Aureo-variegata” con foglie a margini gialli.
Habitat ed ecologia: pianta di ambiente forestale umido, con nicchie primarie nelle forre, negli orridi e lungo le sponde dei corsi d’acqua, dalla fascia medioeuropea (pianura e collina) a quella del Faggio (Fagus sylvatica L.). Specie eliofila che tende ad evitare il contatto diretto con le chiome degli alberi, salvo in boscaglie più luminose come quelle di Robinia (Robinia pseudoacacia L.). Occupa rapidamente e con un’aggressività tutta sua gli spazi lasciati liberi nelle schiarite, nelle radure, al margine del bosco, diventando “infestante” negli ambienti più antropizzati e urbanizzati. Richiede suolo sciolto, ricco in nutrienti e azotato, non necessariamente profondo perché le radici, dotate di un’impressionante attività pollonante, decorrono in superficie consentendo alla pianta una rapida espansione per contiguità.
Syntaxon (syntaxa) di riferimento: Crataego-Prunetea.
Life-strategy (sensu Grime & Co.): Stress tolleranti (S) + Competitive (C).
IUCN: N.A..
Farmacopea:
del Sambuco nero nella medicina popolare si usano i fiori, staccati dall’infiorescenza e seccati rapidamente all’aria ed al sole. Durante questo processo essi assumono un colore bianco giallastro o giallo brunastro ed un odore aromatico speciale; anche il sapore è caratteristico. Le foglie vengono raccolte fino all’inizio della fioritura e seccate al sole; la corteccia, staccata dai rami all’inizio della primavera; i frutti, colti in piena maturazione e seccati al sole.
I fiori contengono un olio etereo (0,25%), una saponina, un glucoside, sostanze tanniche, resinose, mucillagginose e coloranti, colina, acidi organici, ecc.; la corteccia un alcaloide cristallizzato, una resina, sostanze tanniche ed una essenza; le foglie un alcaloide (sambucina) ed un glucoside (sambunigrina), che si scinde per azione enzimatica (emulsina) in destrina, aldeide benzoica ed acido cianidrico; i frutti contengono un olio etereo, un principio amaro, una sostanza colorante rossa, sorbite, acido sorbico e parecchi altri acidi organici: malico, citrico, valerianico, acetico, tartarico, tannino, ecc.
Tutte le parti del Sambuco nero, ma particolarmente i fiori, provocano, somministrate per infuso, un’abbondante diaforesi, particolarmente utile nelle malattie infiammatorie dell’apparato respiratorio. I fiori, applicati allo stato fresco sulla pelle, provocano una forte irritazione con eritema e flictene; le foglie hanno azione analoga. La corteccia agisce piuttosto come purgante e diuretico e viene particolarmente raccomandata nelle crisi intestinali di carattere spastico e nelle affezioni infiammatorie acute delle vie urinarie; quest’ultima azione deve considerarsi come la più importante
dato che si tratta effettivamente di un ottimo diuretico, privo di qualunque azione dannosa, perché provoca la secrezione dell’urina per stimolazione diretta dell’epitelio renale, senza influire sulla funzione cardiaca o sulle condizioni della circolazione. Nelle asciti di origine cardiaca può mantenere elevata la diuresi, dopo l’uso di Digitale o di caffeina; risolve le cistiti; unico inconveniente è quello di provocare un po’ di diarrea o più spesso di aumentarla se già esiste.
Il decotto si ottiene con la porzione profonda della corteccia (una manciata abbondante di frammenti per un litro di acqua, prolungando l’ebollizione sino a ridurre a metà il volume del liquido
); il decotto edulcorato ed aromatizzato, si consuma in giornata e l’assunzione va ripetuta quotidianamente sino a che la diuresi sia regolata in modo soddisfacente (Ferrari).
Si usa anche il vino di Sambuco, oppure l’estratto acquoso o l’estratto fluido.
Il succo dei frutti agisce come antinevralgico, soprattutto contro le nevralgie del trigemino e dello sciatico, in modo talmente specifico che, nei riguardi dell’ischialgia, la sua efficacia ha valore diagnostico. Kosch riporta dati di Vertlesen secondo il quale forme acute di sciatica sono state vinte, nel termine di 1-11 giorni, con dosi giornaliere di 20 g di succo di frutti di Sambuco, associati a 10 g di vino di Porto; forme subacute in 8-17 giorni; forme recidivanti entro un massimo di 23 giorni; infine un caso cronico che durava da 16 anni, curato con successo.
La conserva di questi frutti (
rob di Sambuco, o roob sambuci [Comolli, 1835]) è un vecchio preparato tuttora in uso (20-30 g al giorno), non solo come antinevralgico, ma anche come lassativo. Una certa cautela è tuttavia necessaria nell’uso di questi preparati, in quanto la corteccia fresca ed i frutti immaturi di questa pianta possono dare fenomeni di avvelenamento caratterizzati da sensazione di bruciore e di raschiamento in gola, secrezione salivare esagerata, vomito, diarrea, senso di peso al capo e di angoscia, difficoltà di respiro, crampi.
Avversità: le avversità più importanti del Sambuco nero sono i parassiti animali quali: afidi neri infestanti la vegetazione e le infiorescenze (Aphis fabae e Aphis sambuci); cocciniglie infestanti la vegetazione e gli organi legnosi (Chionaspis sp, Eulecanium corni ecc.). Gli agenti di malattia (funghi, batteri ed entità infettive) che provocano: cancri rameali fungini da Cytospora sp, Botryosphaeria ribis, Nectria cinnabarina ecc.; maculature fogliari ad eziologia fungina (Ascochyta sambucina, Septoria sp, Phyllosticta sambuci ecc.); mal bianco dovuto a Microsphaera alni e Phaerotheca sp; tracheomicosi da Verticillium sp; marciumi radicali dovuti a varie eziologie fungine.
Usi: il Sambuco nero è per tradizione una pianta dai molteplici usi. Come visto sopra i fiori, le foglie e la scorza hanno varie applicazioni medicinali. Le foglie e tutte le parti verdi della pianta, compresi i frutti acerbi, non possono essere impiegate per uso interno in quanto provviste di pericolosi alcaloidi. I fiori, invece, al di là dell’uso menzionato, sono noti nell’aromatizzazione di sciroppi, vini e torte popolari. In certe zone della Sicilia, ad esempio, le infiorescenze lasciate leggermente appassire vengono aggiunte al mosto per aromatizzare e favorire la spumantizzazione; in Lombardia, con i fiori seccati all’ombra, si usava preparare una torta molto gradevole (pan de mèi, pammei), inizialmente a base di miglio, poi passata alla farina mista di mais e frumento. I fiori hanno un profumo ed un aroma che può ricordare il moscatello: immergendoli per qualche ora nell’acqua, con aggiunta di limone e zucchero, si ottiene una bibita. Sempre con i fiori freschi si possono fare frittelle dolci e salate o, dopo averli seccati, ricavarne un tè dal sapore gradevole. Con i frutti raccolti ben maturi si ottiene un fermentato (vino di Sambuco) e si preparano sciroppi, gelatine e marmellate.
Il midollo di
Sambuco nero, oggi per lo più sostituito da materiali sintetici, veniva impiegato nella strumentazione da laboratorio (in fisica, in microscopia per includere piccole parti e tagliarle più facilmente nello spessore richiesto, dell’ordine di qualche micron, ecc.) e in modellistica.
La polpa delle bacche può essere usata come cartina di tornasole per stabilire se una soluzione sia acida o alcalina: infatti se viene immersa in una soluzione alcalina diventa verde, in una acida assume una colorazione rossa. Fino a un passato molto recente si utilizzava il liquido dei frutti per ricavarne inchiostro.
Curiosità: la lunga storia come pianta medicinale, sia nell’uso casalingo che in erboristeria, ha fatto meritare al Sambuco nero da parte degli inglesi la definizione di the medicine chest of country people (la cassetta dei medicinali della gente di campagna).
Le sue proprietà medicinali, d’altronde, sono conosciute fin dai tempi antichi, essendo state citate nelle opere di Ippocrate (460-377 a.C.), Teofrasto (370-287 a.C.) e Dioscoride (I sec. d.C.).
Leggende, usanze e credenze popolari: il Sambuco nero era chiamato fra i Germani Holunder, “albero di Holda”. Holda era una fata del folklore germanico medievale, rappresentata come una giovane donna benigna dai lunghi capelli color d’oro; abitava nei Sambuchi che si trovavano nei pressi delle acque di fiumi, laghi e fonti. Fino all’inizio del secolo scorso i contadini tedeschi rispettavano a tal punto il Sambuco nero che nel passarvi accanto si levavano il cappello. Non osavano sradicarlo e, se volevano tagliarne un ramo, dovevano inginocchiarsi davanti alla pianta con le mani giunte pregando: «Frau Holda, Frau Holda, dammi un poco del tuo legno e io, quando crescerà, ti darò qualcosa di mio». Per curare il mal di denti si doveva camminare fino al Sambuco invocando per tre volte: «Frau Holda, Frau Holda, imprestami una scheggia che te la riporterò». Si staccava la scheggia, e una volta a casa, la si usava per incidere la gengiva fino a macchiare il legno di sangue. Si tornava poi alla pianta, camminando all’indietro, e si reinnestava la scheggia nel punto in cui era stata tolta, trasmettendole in questo modo il dolore.
Il Sambuco nero era ed è considerato una panacea nella medicina tradizionale. In quella tirolese lo si è chiamato “farmacia degli dei”. Il contadino s’inchinava sette volte davanti all’albero perché sette sono i doni che si ricavano dai germogli, dai fiori, dalle foglie, dalle bacche, dal midollo, dalla corteccia e dalle radici del Sambuco nero.
Intorno alle fortezze, ai monasteri e ai masi di montagna si piantavano sambuchi perché si diceva che proteggessero case, cortili, bestiame e abitanti da serpi, mali e malie: abitudine riscontrata anche in Bretagna, in Russia e in Danimarca, dov’erano considerati protettori della famiglia. In Svezia fino all’
Ottocento le donne incinte li baciavano per avere una gravidanza senza problemi. In Sicilia si credeva che il bastone di Sambuco colpisse a morte le serpi e respingesse i ladri.
Si diceva anche che i ferri di cavallo, strofinati con le sue foglie, non arrugginissero e preservassero dalle morsicature di serpenti e scorpioni. In Serbia e in Volinia, una regione dell’Ucraina, se ne portava un bastone alle nozze come segno beneaugurante, mentre i lettoni sostenevano che sotto le radici dell’alberello dimorava il dio della terra, Puschkaitis.
Giuseppe Pitré spiegava in una lettera al De Gubernatis (La mythologie des plantes, Parigi 1878, vol. II, pp. 354-355) alcune usanze siciliane che avevano il Sambuco come elemento centrale: «Nel festino di Santa Rosalia in Palermo soleano, fino a pochi anni fa, sovraccaricarsi i ragazzi del volgo legandosene attorno al capo e alla vita in segno di gioia e di trionfo. Essi voleano così emulare i barberi del palio; onde si attaccavano pure alle tempie sonagli e campanellucce. I vicoli di tutta la città continuano per detta solennità ad adornarsi con canne verdi, sì per gioia e sì per appendervi lampioncini di carta a colore. Non sarà inutile a questo proposito il ricordo di due fatti, cioè che la canna verde liga i serpenti velenosi, e li fa morire; mentre pur battendoli con nodosi bastoni non si riesce a tanto; ragione per cui, andando d’estate pei campi, o pe’ monti, si tiene un bastone di canna verde; e che la canna secca, piantata ai limiti d’un terreno, rende avilatu, cioè intangibile, quel limite e sacra la proprietà, vero dio Termine de’ nostri contadini».
Nelle leggende germaniche il flauto magico era un ramoscello di Sambuco svuotato del midollo, che si doveva tagliare in un luogo dove non si potesse udire il canto del gallo che lo avrebbe reso roco (Ulisse Aldrovandi, Ornithologia, XIV): i suoni che se ne traevano proteggevano dai sortilegi.
Il Sambuco aveva anche proprietà divinatorie: se in estate i suoi fiori erano gialli o, meglio ancora, di color ruggine, annunciava un nuovo figlio. Un’infiorescenza piccola e sottile indicava un anno di siccità; se invece era grassa e robusta preludeva a un buon raccolto.
I Greci lo chiamavano
actéa, da una radice indoeuropea che in sanscrito ha dato origine ad açnati, “nutrimento”. Ciò farebbe supporre, secondo il Brosse, che anticamente gli uomini si cibassero delle sue bacche, quando ancora non si coltivavano cereali e ci si nutriva dei frutti degli alberi.
Nella tradizione cristiana il Sambuco presiedeva un tempo ai riti di morte: il becchino andando nella casa del defunto gli poneva sul capo una corona di fiori e foglie, o di bacche o di rami, secondo la stagione, come efficace viatico per il viaggio verso l’Aldilà.
Tuttavia questa pianta ha talvolta anche una valenza negativa. In Inghilterra bruciare Sambuco “porta il diavolo in casa”. William Langland, vissuto nel XVI secolo, riferiva in
Piers the Plowman una credenza contadina secondo la quale Giuda si sarebbe impiccato a un albero di Sambuco: da allora le sue bacche diventarono così amare da non potersi più mangiare.
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Distribuzione


■ autoctona ■ alloctona ■ incerta ■ scomparsa ■ assente

Caratteristiche

Relazioni con l'uomo
[ C ] C: specie di interesse alimentare e/o aromatico
[ O ] O: specie di interesse farmaceutico-officinale
[ P ] P: specie velenose - tossiche - stupefacenti - psicotrope - irritanti - fotosensibilizzanti
[ A ] A: specie con polline allergenico.
Biologia riproduttiva

ER (ermafrodita): specie con organi maschili e femminili riuniti nel medesimo fiore.

[ EP - ZC2 ] EP (entomofilia): Il polline è trasportato da insetti, che vengono indotti a visitare il fiore con svariate strategie di richiamo, con o senza ricompensa; ZC2 (endozoocoria): Semi che vengono ingeriti, come tali o all’interno di un frutto, e successivamente espulsi con le feci.

Indici di Ellenberg

Salinità: 0

L: 7; T: 5; C: 4; U: 5; R: n.d.; N: 9;

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