Valeriana officinalis L.

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Caprifoliaceae - Valeriana officinalis L.; Pignatti 1982: n. 3653; Valeriana officinalis L.
Plant List: accettato
Valeriana officinalis L.
(a cura di Giuseppe Laino)

Etimologia: dell’epiteto del genere Alessandro de Théis (1765-1842), nel suo Glossario di botanica (1810), dà questa spiegazione: «Valeriana. Secondo Linneo da un re per nome Valerio, che fu il primo a servirsi di questa pianta. Siccome però tal asserzione non è appoggiata ad alcuna autorità, è più naturale di credere, che questo nome derivi dal latino (valere, esser sano, star bene), per allusione alla sua efficacia in medicina». L’epiteto specifico officinale deriva dal latino opificina, opifex = “laboratorio, fabbrica, officina” con allusione al trattamento che viene eseguito in laboratorio per estrarre componenti e principi attivi dalla pianta per uso utilitaristico o medicinale.
Sinonimi:
Valeriana pleijelii Kreyer, Valeriana turuchanica Kreyer, Valeriana palustris Kreyer.
Nomi volgari:
Erba gatta, Valeriana comune, Valeriana officinale (italiano). Liguria: Valeriana (Genova). Piemonte: Erba dij gat, Erba di chat. Veneto: Erba da gato. Friuli: Jerbe passare, Vaniglie salvadie (Carnia). Emilia-Romagna: Valeriena. Toscana: Agnellino, Amantilla, Bosone, Erba gatta, Gataria, Nardo salvatico, Valeriana, Valeriana minore, Valeriana silvestre. Lazio: Limoncella. Abruzzi: Hattaria, Vallariana, Baddariana. Sardegna: Ballariana.
Forma biologica e di crescita:
emicriptofita scaposa.
Tipo corologico:
europeo.
Fenologia:
fiore: V-VII, frutto: VI-VIII, diaspora: VII-IX.
Limiti altitudinali: dal piano a 1400 m di altitudine.
Abbondanza relativa e distribuzione geografica in Italia: nel nostro Paese la specie è presente in tutto il territorio; probabilmente assente nelle isole.
Habitus: erbacea perenne, alta 50-150 cm, con grossa radice stolonifera ovoidale e di colore giallo bruno che, all’interno, può essere piena o scavata in una o più lacune; nella parte superiore si notano le cicatrici delle foglie degli anni precedenti; dalla superficie laterale e inferiore partono numerose radici (fino a 50-60) fibrose, allungate e fusiformi, giallo brune, dal caratteristico odore poco gradevole. I fusti sono eretti, glabri ma a volte pubescenti in corrispondenza dei nodi, cilindrici, fistolosi, solcati, semplici o poco ramificati in alto.
Foglie:
foglie radicali e cauline inferiori sono picciolate (le altre sono sessili e con inserzione opposta sul fusto), con picciolo dilatato alla base, solcato e per lo più tomentoso, lunghe fino a 25 cm, a contorno più o meno lanceolato, sono tutte imparipennate, pennatopartite, con 7-23 segmenti lanceolati, inciso dentati, pelosetti sulla pagina inferiore.
Fiore:
i fiori, ermafroditi, bianchi o rosati, sono riuniti in densi corimbi composti apicali, a volte trasformati in glomeruli o in corte spighe per l’accorciarsi degli assi, con ramificazioni secondarie dicotome e tricotome, muniti di brattee opposte, lanceolato lineari, membranose sul margine, dilatate alla base e di norma irsute. Calice piccolissimo, ridotto ad un anello con numerosi dentelli marginali filiformi, arrotolati in dentro durante la fioritura e svolgentisi a maturità. La corolla, odorosa (ma di un profumo non avvertito con la stessa intensità da tutti), tubuloso imbutiforme, lunga 3-4 mm, con tubo saccato alla base il quale ultimo è biloculare per la presenza di un breve sepimento e lembo per lo più quadrifido con lobi disuguali imbricati; lembo diviso in 5 lobi ovali o subrotondi. Androceo di 3 stami (ridotti a volte ad uno solo) inseriti lateralmente e più o meno profondamente sul tubo e, di essi, due posteriori e uno anteriore, antere con due logge, introrse, riunite appena nel punto di inserzione del filamento, deiscenti per il lungo. Gineceo con ovario triloculare, con due piccole logge superiori e laterali che si atrofizzano, una inferiore relativamente più grande, uniovulata, stilo semplice, diviso in tre brevi stimmi.
Frutto:
frutto ad achenio drupaceo, schiacciato, costoluto, coronato dai denti del calice accresciuti e trasformati in lunghe setole piumose.
Semi:
seme unico con guscio membranaceo.
Polline:
granuli pollinici monadi, di medie dimensioni (26-50 mµ), sferoidali; perimetro in vista equatoriale: circolare; tricolpati; esina: echinata-verrucata, eutectata. L’impollinazione è entomofila.
Numero cromosomico: 2n = 14, 28.
Sottospecie e/o varietà: nessuna.
Habitat ed ecologia: boschi umidi di latifoglie, ad essenze miste e di aghifoglie, radure, strade in mezzo ai boschi, prati umidi, paludi, fossi; generalmente in terreni argillosi, ricchi di elementi nutritivi e con apporto idrico di falda; pianta molto frequente.
Syntaxon (syntaxa) di riferimento: Filipenduletalia ulmariae.
Life-strategy (sensu Grime & Co.): Stress tolleranti (S).
IUCN: N.A.
Farmacopea:
la droga, che si raccoglie in autunno, scegliendo le piante di 2-3 anni cresciute in stazioni asciutte (conservare in recipienti al riparo dalla luce e dall’umidità), è costituita dalla porzione sotterranea della pianta (Valeriana radix F.I.), mondata della parte aerea ed essiccata a temperatura moderata in essiccatoi bene areati. Il rizoma è ovoide, lungo 4-5 cm, diametro 1 cm, esternamente bruno chiaro, striato longitudinalmente e porta, nella porzione inferiore, numerose radici cilindroconiche dirette più o meno orizzontalmente, bianchicce, molli, fragili; il sapore è prima dolciastro, poi amaro aromatico, il caratteristico odore terebintaceo (Pistacia terebintus L.), impercettibile a fresco, si sviluppa per azioni enzimatiche quando la radice sia estratta dal suolo e più o meno fratturata. Contiene un olio essenziale di colore azzurro verdastro (0,5-1%) mescolanza, nella proporzione del 20%, di l-canfene, l-pinene, l-borneolo liberi, per il 9,5% di esteri isovalerianico e valerianico, per l’1% di esteri formico, acetico e butirrico degli stessi, di acido isovalerianico libero e, verosimilmente, di terpinolo, di un sesquiterpene levogiro e di un alcool (Schimmel); inoltre due glucosidi caratteristici (catanina e valerina), mucillaggine, resine, ossidasi, acido acetico, formico e malico e due acidi valerianotannici, affini all’acido caffetannico (Kosch).
L’azione farmacologica della Valeriana è anche oggi difficile da definire, in quanto non è dovuta esclusivamente all’olio essenziale od ai glucosidi caratteristici, ma dipende dal sinergismo di fattori non tutti conosciuti, né chimicamente precisabili; si tratta di un esempio di droga la cui azione farmacologica non dipende da un'unica sostanza, ma da un complesso di composti alcuni dei quali, presi isolatamente, sono forse poco attivi o con caratteristiche farmacologiche non propriamente sedative; la risultante di tutte queste sostanze contenute nella radice è comunque un'apprezzabile azione sedativa.
Inoltre l’azione farmacologica è legata anche alle condizioni nelle quali la droga è stata utilizzata, perché l’esperienza ha dimostrato che la radice fresca, tenuto conto anche di grandi differenze constatate nell’azione di campioni di diversa provenienza, ha un’attività almeno tripla di quella seccata a 40 °C in essiccatore, mentre quella stabilizzata, pure superando del 15% l’attività di quella secca, non raggiunge nemmeno la metà dell’efficacia dell’azione della droga fresca. Inoltre la temperatura di 82 °C sopprime completamente la sua attività. L’azione della Valeriana, che si può definire sedativa, antispasmodica e leggermente narcotica, è poco intensa, anche perché essa si elimina facilmente e rapidamente per via renale e cutanea, come dimostra l’odore caratteristico che essa trasmette all’orina ed al sudore delle persone che ne fanno uso.
D’altronde se ne sono potute ingerire a scopo sperimentale dosi anche forti, senza altri inconvenienti che cefalea, leggere vertigini ed una incertezza nella sensazione della vista e dell’udito. Fondandosi sulle reazioni farmacologiche, forse più complete, provocate dall’ingestione di succo fresco, il quale contiene certamente il complesso dei principi attivi, anche secondari, della pianta, si constata che esso determina una breve eccitazione nervosa, seguita da diminuzione della sensibilità e dell’energia della contrazione cardiaca, con conseguente abbassamento della pressione endovasale. Ciò basta a legittimare l’impiego della Valeriana nei casi di esagerata eccitabilità psichica e sensoriale, accompagnati o no da spasmi convulsivi e da eretismo vascolare; così nell’insonnia, negli stati irritativi da esaurimento nervoso, strapazzo intellettuale, nei disturbi di carattere spastico dell’apparato digerente e genitourinario, nelle nevrosi cardiache od in quelle che accompagnano la mestruazione, la gravidanza, la menopausa, nelle manifestazioni coreiche ed isteriche ecc.
Nella stessa epilessia, se non è giustificato attribuire alla Valeriana, come si faceva un tempo, una vera azione curativa, in quanto essa non può modificare lo stato organico sul quale si fondano le turbe epilettiche, è opportuno associarla ai preparati di bromuro, appunto a causa della sua efficacia sedativa. Data l’alterabilità dei principi attivi della Valeriana, si preferiscono i preparati ottenuti dalla pianta fresca od almeno stabilizzata, a quelli forniti dalla droga secca e si prescrive l’estratto molle, l’estratto fluido, l’alcolaturo; quando poi non si disponga che della radice secca, si ricorre all’infuso, alla macerazione prolungata per 12 ore in un bicchiere d’acqua fredda (Leclerc), o se ne prescrive la polvere. Ma il preparato più valido è costituito dalla tintura, reperibile in farmacia. Medico e farmacista daranno i più appropriati consigli per una corretta utilizzazione.
Si conosce un uso esterno della Valeriana per alleviare gli effetti di distorsioni e contusioni, dolori muscolari e nevralgie di varia origine.

Curiosità:
il medico e botanico senese del secolo XVI Pier Andrea Mattioli, nella sua celebratissima opera Discorsi sui sei libri di Pedacio Dioscoride, attribuisce alla Valeriana molte proprietà medicinali, come la capacità di curare la tosse e l’asma, di essere un antidoto contro la peste e il morso delle vipere, di regolare le funzioni renali e di essere efficacissima contro l’epilessia.
La storia della Valeriana è legata al nome del celebre scienziato Fabio Colonna (vissuto tra il 1567 e il 1650) che, tormentato dall'epilessia, volle curarsi con la polvere di questa pianta e venne così a scoprirne le proprietà antiepilettiche; non per molto tempo, in verità, in quanto finì egli stesso col morire di pazzia e con dubbia efficacia, viste le più recenti sperimentazioni (vedi sopra). Contemporaneamente l'illustre medico di Montpellier Lazare Riviére (Riverio), dopo aver sperimentato la pianta sui suoi pazienti, concluse che la Valeriana
diminuiva la sensibilità nervosa ed era dotata di una sensibile efficacia curativa sul sistema nervoso centrale e che pertanto la doveva ritenere adatta a curare l'epilessia.
L'uso della Valeriana come ipnoinducente è antico, è stato descritto già nel IV secolo a.C. da Ippocrate, padre della medicina moderna. Nel II secolo Galeno la prescriveva per l’insonnia. Nel XVI secolo era usata per curare nervosismo, tremori, emicranie e palpitazioni cardiache. A metà del XIX secolo era considerata uno stimolante che provocava alcuni dei sintomi che avrebbe dovuto curare ed era quindi generalmente poco utilizzata come erba medicinale. Durante la Seconda guerra mondiale, fu usata in Inghilterra per alleviare lo stress indotto dai raid aerei ed ebbe molto successo nella cura della psicosi traumatica.
Le radici della Valeriana, come si è detto, hanno un odore forte e sgradevole che è stato paragonato a quello del cuoio nuovo (altri autori lo paragonano a quello del Terebinto, vedi sopra); che la pianta provocasse strani fenomeni nel comportamento, specialmente degli animali, fu osservato anche dal Mattioli che ci narrò come essa piaceva singolarmente ai gatti riuscendo ad inebriarli: «... sono amicissimi della valeriana e di essa si dilettano meravigliosamente i gatti, di modo che vi vengono all'odore assai di lontano e se la mangiano avidamente», ed è forse questo il motivo per cui, pur essendo una pianta decorativa, la si incontra raramente nei giardini (da qui il nome volgare Erba gatta e altri nomi vernacolari che si richiamano a questo animale, vedi sopra). Nel Medioevo, tale odore era tanto apprezzato che le radici seccate venivano adoperate come spezie e come profumo ed erano anche messe nei cassetti per dare alla biancheria un odore di “fresco”.

Usi:
la Valeriana è presente nelle Farmacopee di numerosissimi Paesi dove è in commercio sia sotto forma di preparazioni farmaceutiche che erboristiche. L’olio è impiegato nella produzione di profumi muschiati. Gli estratti possono essere utilizzati per aromatizzare gelati, prodotti da forno, bevande alcoliche, bibite; utilizzati anche come esca nelle trappole per roditori e gatti selvatici.
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G. Laino, Peghera, Val Taleggio, Bergamo, 03-06-2007
G. Laino, Peghera, Val Taleggio, Bergamo, 18-06-2008
G. Laino, Peghera, Val Taleggio, Bergamo, 18-06-2008
G. Laino, Peghera, Val Taleggio, Bergamo, 18-06-2008
G. Laino, Peghera, Val Taleggio, Bergamo, 18-06-2008
G. Laino, Peghera, Val Taleggio, Bergamo, 25-05-2005
G. Laino, Peghera, Val Taleggio, Bergamo, 25-05-2005

Distribuzione


■ autoctona ■ alloctona ■ incerta ■ scomparsa ■ assente

Caratteristiche

Relazioni con l'uomo
[ C ] C: specie di interesse alimentare e/o aromatico
[ O ] O: specie di interesse farmaceutico-officinale
[ P ] P: specie velenose - tossiche - stupefacenti - psicotrope - irritanti - fotosensibilizzanti
Biologia riproduttiva

ER (ermafrodita): specie con organi maschili e femminili riuniti nel medesimo fiore.

[ EP - AC ] EP (entomofilia): Il polline è trasportato da insetti, che vengono indotti a visitare il fiore con svariate strategie di richiamo, con o senza ricompensa; AC (anemocoria): Semi dispersi dalle correnti aeree, sia perché incospicui, sia perché presentano peli, setole, pappi ecc.

Indici di Ellenberg

Salinità: 0

L: 7; T: 6; C: 5; U: 8; R: 7; N: 5;

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