Cichorium intybus L.
(a cura di Giuseppe Laino)
Etimologia: l’epiteto del genere deriva dal latino cichoreum = “cicoria” (Orazio, Plinio et al.), che è il nome che i latini davano alla pianta. Tuttavia, dato che essa è conosciuta sin dai primi tempi della storia umana, qualcuno fa derivare il termine latino da un antico nome arabo (chikouryeh). Altri suggeriscono che derivi da un nome egizio kichorion, o forse anche dall'accostamento di due termini kio = “io” e chorion = “campo”. Gli antichi greci chiamavano questa pianta kichora, ma anche kichória oppure kichóreia. È quindi possibile, ma non è certo, che gli arabi abbiano preso dai greci il nome. L’epiteto specifico intybus deriva dal latino intibum = “cicoria selvatica” [Virgilio, Ovidio, Plinio], a sua volta derivato dal greco entybion col quale si indicava un'erba simile alla cicoria. Il binomio scientifico è stato definitivamente fissato dal botanico e naturalista Linneo (1707-1778) nella pubblicazione Species Plantarum del 1753; prima ancora però, questa pianta veniva chiamata variamente Intubum sylvestre oppure Intubum sylvestris; solo poco prima di Linneo si incominciò ad usare costantemente il nome proprio di Cichorium.
Sinonimi: Cichorium byzantinum G. C. Clementi (1857), Cichorium casnia C. B. Clarke (1876), Cichorium cicorea Dumort. (1829), Cichorium commune Pallas (1776), Cichorium glabratum C. Presl (1826), Cichorium hirsutum Gren. (1838), Cichorium perenne Stokes (1812), Cichorium rigidum Salisb. (1796), Cichorium sylvestre Lam. (1779).
Nomi volgari: Cicoria, Radicchio selvatico (italiano). Liguria: Redica; Costetti, Gianchetti, Radiccia, Radicetta (Savona); Radiccia sarvaega, Radicciun (Genova). Piemonte: Craver, Raghiccie, Sicoria; Scue (Alessandria); Siccoria sarvaja (Saluzzo); Sicorio (Val S. Martino). Lombardia: Radicc (Valle Camonica); Redicc (Brescia); Sicoria, Sicoria salvadega, Zucoria (Como). Veneto: Radecio, Radecio de campo (Verona); Radichio, Radichio bon (Treviso). Friuli: Ladricc, Lidricc, Radicc, Ridicc. Emilia-Romagna: Gorgnal, Gorgnal salvadegh (Piacenza); Radecc, Zicoria (Modena); Radecc d' campagna (Romagna); Radett, Radicc (Reggio). Toscana: Cicorea, Cicorella, Cicoria, Cicoria da orto, Radicchio, Radici amare, Radici di campo. Marche: Grugno amaro. Lazio: Mazzocchi (Roma). Abruzzi: Cecora, Cecora d'orte, Cecora munacesca. Campania: Cicoria sarvaggiola, Scarola, Talli de S. Pascale (Napoli). Sicilia: Ciconia, Ciconia rizza, Cicuoria; Ciconia di Chiana, Cicuniedda (Etna); Scalora (Catania). Sardegna: Cicoria, Gicoria; Erba fint' a prangiu (Iglesias).
Forma biologica e di crescita: emicriptofita scaposa.
Tipo corologico: paleotemperato: diffusa nelle zone temperate dell’Eurasia e dell’America del Nord, divenuta cosmopolita.
Fenologia: fiore: VI-IX, frutto: VII-X
Limiti altitudinali: dal piano a 1200 m di altitudine; presente nel piano vegetazionale collinare e montano.
Abbondanza relativa e distribuzione geografica in Italia: nel nostro Paese è comune in tutto il territorio continentale e insulare; meno frequente sul versante centrale del Tirreno e al sud.
Habitus: pianta perenne (ma a volte anche annuale o biennale) con rizoma ingrossato, latticifero, proseguito verso il basso da una radice affusolata e fittonante a forma conica bruno scuro, da cui si dipartono molte radichette secondarie; il fusto, alto da 30 a 150 cm, un po’ ruvido, flessuoso, cavo, solcato, eretto o prostrato, a volte con andamento zigzagante, spesso ricoperto di peli setolosi rivolti verso il basso, è ampiamente ramificato fin dalla base con rami rigidi divaricati. La pianta il primo anno emette una rosetta basale di foglie, mentre il fusto fiorale compare soltanto al secondo anno di vita.
Foglie: le foglie sono di forma assai variabile; le basali, riunite a rosetta, piuttosto grandi (lunghe 10-25 cm, larghe 3-5 cm), picciolate, sinuato pennatifide, roncinate, con il lobo terminale grande ed acuto; le foglie del fusto sono sessili, semiamplessicauli, lanceolate, con il margine dentato lobato (o raramente intero), un poco incise alla base e a disposizione alterna lungo il fusto. Le foglie spuntano in autunno, durano tutto l’inverno e seccano subito alla fioritura successiva, da qui la facilità di trovare piante con rami che portano solo fiori. La lamina può essere glabra (per le piante coltivate oppure per quelle che si trovano in luoghi erbosi) o molto pelosa (in quelle spontanee soprattutto in climi secchi e aridi). Il colore delle foglie è verde scuro, sulle nervature possono essere soffuse di rosso.
Sinonimi: Cichorium byzantinum G. C. Clementi (1857), Cichorium casnia C. B. Clarke (1876), Cichorium cicorea Dumort. (1829), Cichorium commune Pallas (1776), Cichorium glabratum C. Presl (1826), Cichorium hirsutum Gren. (1838), Cichorium perenne Stokes (1812), Cichorium rigidum Salisb. (1796), Cichorium sylvestre Lam. (1779).
Nomi volgari: Cicoria, Radicchio selvatico (italiano). Liguria: Redica; Costetti, Gianchetti, Radiccia, Radicetta (Savona); Radiccia sarvaega, Radicciun (Genova). Piemonte: Craver, Raghiccie, Sicoria; Scue (Alessandria); Siccoria sarvaja (Saluzzo); Sicorio (Val S. Martino). Lombardia: Radicc (Valle Camonica); Redicc (Brescia); Sicoria, Sicoria salvadega, Zucoria (Como). Veneto: Radecio, Radecio de campo (Verona); Radichio, Radichio bon (Treviso). Friuli: Ladricc, Lidricc, Radicc, Ridicc. Emilia-Romagna: Gorgnal, Gorgnal salvadegh (Piacenza); Radecc, Zicoria (Modena); Radecc d' campagna (Romagna); Radett, Radicc (Reggio). Toscana: Cicorea, Cicorella, Cicoria, Cicoria da orto, Radicchio, Radici amare, Radici di campo. Marche: Grugno amaro. Lazio: Mazzocchi (Roma). Abruzzi: Cecora, Cecora d'orte, Cecora munacesca. Campania: Cicoria sarvaggiola, Scarola, Talli de S. Pascale (Napoli). Sicilia: Ciconia, Ciconia rizza, Cicuoria; Ciconia di Chiana, Cicuniedda (Etna); Scalora (Catania). Sardegna: Cicoria, Gicoria; Erba fint' a prangiu (Iglesias).
Forma biologica e di crescita: emicriptofita scaposa.
Tipo corologico: paleotemperato: diffusa nelle zone temperate dell’Eurasia e dell’America del Nord, divenuta cosmopolita.
Fenologia: fiore: VI-IX, frutto: VII-X
Limiti altitudinali: dal piano a 1200 m di altitudine; presente nel piano vegetazionale collinare e montano.
Abbondanza relativa e distribuzione geografica in Italia: nel nostro Paese è comune in tutto il territorio continentale e insulare; meno frequente sul versante centrale del Tirreno e al sud.
Habitus: pianta perenne (ma a volte anche annuale o biennale) con rizoma ingrossato, latticifero, proseguito verso il basso da una radice affusolata e fittonante a forma conica bruno scuro, da cui si dipartono molte radichette secondarie; il fusto, alto da 30 a 150 cm, un po’ ruvido, flessuoso, cavo, solcato, eretto o prostrato, a volte con andamento zigzagante, spesso ricoperto di peli setolosi rivolti verso il basso, è ampiamente ramificato fin dalla base con rami rigidi divaricati. La pianta il primo anno emette una rosetta basale di foglie, mentre il fusto fiorale compare soltanto al secondo anno di vita.
Foglie: le foglie sono di forma assai variabile; le basali, riunite a rosetta, piuttosto grandi (lunghe 10-25 cm, larghe 3-5 cm), picciolate, sinuato pennatifide, roncinate, con il lobo terminale grande ed acuto; le foglie del fusto sono sessili, semiamplessicauli, lanceolate, con il margine dentato lobato (o raramente intero), un poco incise alla base e a disposizione alterna lungo il fusto. Le foglie spuntano in autunno, durano tutto l’inverno e seccano subito alla fioritura successiva, da qui la facilità di trovare piante con rami che portano solo fiori. La lamina può essere glabra (per le piante coltivate oppure per quelle che si trovano in luoghi erbosi) o molto pelosa (in quelle spontanee soprattutto in climi secchi e aridi). Il colore delle foglie è verde scuro, sulle nervature possono essere soffuse di rosso.
Fiore: fiori pentameri ed ermafroditi, di colore celeste (raramente bianchi), sono raccolti in un’infiorescenza formata da numerosi capolini (da 8 a 25), larghi 2-3 cm, geminati o ternati, quasi sessili oppure peduncolati disposti in parte all’ascella delle foglie, in parte portati alla sommità dei rami. La struttura dei capolini è rappresentata da un peduncolo (lungo 0-2 mm, oppure 12-85 mm), che sorregge un involucro cilindrico (largo 3 mm, lungo 11 mm) formato da più squame che fanno da protezione al ricettacolo sul quale s'inseriscono i fiori tutti ligulati; le squame (o brattee) in numero da 10 a 15 sono disposte in due serie e cigliate; quelle esterne sono brevi, ovali e patenti (5 brattee), mentre quelle interne (da 8 a 10) sono lunghe il doppio, di forma oblungo lanceolate, erette e conniventi. Il contorno delle squame è lanceolato ovale oppure lanceolato lineare con margini scariosi e apice ottuso. Il ricettacolo è piatto, nudo o leggermente peloso, ma comunque butterato. I capolini sono fotosensibili, si chiudono e schiudono con la luce del sole e col brutto o bel tempo. Calice con sepali ridotti ad una coroncina di squame. Corolla composta da 5 petali lunghi 12 mm, con la parte inferiore saldata a tubo, la parte superiore si presenta come un prolungamento nastriforme (ligula) terminante in 5 dentelli. Androceo di 5 stami con filamenti filiformi, liberi, le antere con la base acuta, sono saldate tra di loro a formare un manicotto che circonda lo stilo Gineceo con ovario infero, uniloculare, formato da 2 carpelli; lo stilo è unico e profondamente bifido e peloso.
Frutto: achenio lungo 2-3 mm, obovato, subcompresso, angoloso (quasi prismatico) a 3-5 spigoli, circondato dal ricettacolo persistente e avvolto dalle brattee dell’involucro anch’esse persistenti, striato, glabro, attenuato alla base, largo e tronco all’estremità superiore, che è coronata da una o due serie di scagliette (pappo) piccole (0,2-0,5 mm) ed ottuse.
Semi: ogni achenio contiene un solo seme.
Polline: granuli pollinici monadi, radiosimmetrici, isopolari; perimetro in visione polare subesagonali, pleurotremi, in visione equatoriale: circolari 30%, ovali 70%; forma: suboblati 70%, oblato sferoidali 30%; trizonocolporati; aperture: meso- ed endoaperture lalongate, distinte, ectoaperture indistinte; esina: echinolofata; aree polari regolari a lati concavi; dimensioni: asse polare 41 (38) 36 mµ, asse equatoriale 48 (45) 41 mµ. L’impollinazione è entomofila: avviene principalmente tramite le api, ma i fiori sono comunque anche autofertili.
Frutto: achenio lungo 2-3 mm, obovato, subcompresso, angoloso (quasi prismatico) a 3-5 spigoli, circondato dal ricettacolo persistente e avvolto dalle brattee dell’involucro anch’esse persistenti, striato, glabro, attenuato alla base, largo e tronco all’estremità superiore, che è coronata da una o due serie di scagliette (pappo) piccole (0,2-0,5 mm) ed ottuse.
Semi: ogni achenio contiene un solo seme.
Polline: granuli pollinici monadi, radiosimmetrici, isopolari; perimetro in visione polare subesagonali, pleurotremi, in visione equatoriale: circolari 30%, ovali 70%; forma: suboblati 70%, oblato sferoidali 30%; trizonocolporati; aperture: meso- ed endoaperture lalongate, distinte, ectoaperture indistinte; esina: echinolofata; aree polari regolari a lati concavi; dimensioni: asse polare 41 (38) 36 mµ, asse equatoriale 48 (45) 41 mµ. L’impollinazione è entomofila: avviene principalmente tramite le api, ma i fiori sono comunque anche autofertili.
Numero cromosomico: 2n = 18.
Sottospecie e/o varietà: specie polimorfa che non è stata ancora studiata a fondo. Nel Meridione, con climi caldi, si presenta in diverse varianti che secondo Pignatti (F.I. 1982) rientrano nelle variabilità individuali. In alcuni testi queste varianti sono considerate sinonimi della specie principale. Cichorium intybus L. ssp. foliosum (Hegi.) Janch. (1959): Cicoria da foglia o Barba di cappuccino (vedi oltre); Cichorium intybus L. ssp. sativum (Bisch.) Janch. (1959): Cicoria da radici o Cicoria da caffè (vedi oltre); Cichorium intybus L. ssp. spicatun Ricci: i capolini (da 10 a 18) sono riuniti in brevi spighe. Questa variante è stata osservata in Lazio e nell'Italia del sud; Cichorium intybus L. var. apulum Fiori (sinonimo = Cichorium spinosum Groves, non L.): pianta a ciclo biologo annuo, con pelosità ghiandolosa. Anche questa pianta è stata osservata al sud; Cichorium intybus L. var. glabratum (C. Presl.) Fiori: con foglie completamente glabre meno che sulla nervatura mediana; i capolini sono singoli oppure riuniti a 2-3. Si trova solo in Sicilia; Cichorium intybus L. var. leucophaeum Gren. in Gren. & Godron (1850).
Inoltre alcune delle diverse varianti osservate nel Meridione d’Italia secondo alcuni autori potrebbero essere degli ibridi tra la specie qui descritta e Cichorium endivia L. ssp. pumilum (Jacq.) Hegi (= Cichorium pumilum Jacq.).
Inoltre alcune delle diverse varianti osservate nel Meridione d’Italia secondo alcuni autori potrebbero essere degli ibridi tra la specie qui descritta e Cichorium endivia L. ssp. pumilum (Jacq.) Hegi (= Cichorium pumilum Jacq.).
La specie tipica, a seguito della domesticazione, ha subito notevoli modificazioni e ha dato origine a tipi di piante di diversa morfologia e utilizzate in modo differente. In questo gruppo di piante sono compresi i radicchi da taglio a foglie verdi e a foglie variegate, le cicorie da radici, da germogli e da foglie, le cicorie e i radicchi da forzare e, infine, le cicorie adatte per produrre surrogati del caffè.
Fra i radicchi da taglio a foglie verdi si ricordano le varietà: “Cicoria Milanese”, “Cuor Pieno” (= “Pan di Zucchero”), “Spadona”. Fra i radicchi a foglie variegate: “Radicchio Rosso di Treviso”, “Radicchio Sanguigno di Milano” (= “Rossa di Lombardia”), “Radicchio Variegato di Castelfranco”, “Rosa di Chioggia” o “Cicoria variegata di Chioggia”. Fra le cicorie da radici: “Magdeburgo”, “Brunswick”, “Genovese”, “Radicchio di Bruxelles” o “Cicoria di Bruxelles” (quest’ultima molto adatta per la forzatura, mediante la quale si ottiene la “Cicoria di Witloof”). Nel gruppo delle cicorie coltivate per i germogli e per le foglie è compresa la “Cicoria brindisina” conosciuta anche come Catalogna. Dalle radici della varietà “Luna di Brabante”, mediante lavorazione adatta, si ottiene un surrogato del caffè.
Habitat ed ecologia: diffusa un po’ ovunque: margini di sentieri, campi coltivati, terreni incolti, macerie e ambienti ruderali, praterie ma anche aree antropizzate; inoltre essendo una pianta coltivata la si trova negli orti e nelle colture industriali. Il substrato può essere sia calcareo che siliceo, il pH del terreno è basico con valori nutrizionali medi in ambiente secco.
Syntaxon (syntaxa) di riferimento: Stellarietea mediae
Life-strategy (sensu Grime & Co.): Ruderali (R).
IUCN: N.A.
Farmacopea: le radici della Cicoria, raccolte in autunno ed all’inizio della primavera, mondate delle radichette, seccata a bassa temperatura, si trovano in commercio in frammenti cilindrici, lunghi 1-3 cm, a volta sezionati per il lungo, con superficie grigio brunastra, rugosa, striata nel senso della lunghezza e con sezione biancastra, venata di bruno, di odore e sapore amaro. Contengono un glucoside amaro (cicorina, idrolizzabile in glucosio, e cicorigetina), sostanze tanniche mucillagginose, tracce di un olio etereo, colina, inulina (11-15%), e zucchero (10-22%), ecc. I fiori hanno una composizione analoga, il latice contiene un altro principio amaro, lattucina, gomme ecc. Farmacologicamente la radice di Cicoria agisce, oltre che come tonico amaro e non irritante, come lassativo e contemporaneamente diuretico. Si prescrivono l’infuso a caldo contro l’inappetenza, gli ingorghi di fegato, la stitichezza dei bambini; si usano anche le radici fresche come depurativo. Le foglie vengono usate allo stesso scopo fresche o in decozione; infine il succo depurato e lo sciroppo di Cicoria (preparato complesso con foglie e radici, zucchero e rabarbaro) sono assai noti nella pratica infantile come purganti. Per uso esterno i cataplasmi di foglie di Cicoria sono impiegati per medicazione delle superfici cutanee erisipelatose od ulcerate.
Avversità: le avversità cui va incontro la Cicoria (in special modo le forme coltivate) sono rappresentate da parassiti animali come gli Afidi che infestano le foglie deformandole e provocando la formazione di macchie giallastre; le Limacce o Chiocciole, che rodono le foglie, coprendole con una bava argentea; il Maggiolino che danneggia le radici; il Grillotalpa, che si nutre a spese delle radici delle piante, che in breve disseccano. Inoltre sono da citare i parassiti vegetali che provocano marciume o moria delle piantine dei semenzai: la zona del colletto imbrunisce e in breve tempo l’intera pianta muore; l’oidio o mal bianco delle Composite: si manifesta con la formazione di una polvere biancastra sulla pagina inferiore delle foglie; superiormente si formano macchie giallastre; le foglie marciscono.
Habitat ed ecologia: diffusa un po’ ovunque: margini di sentieri, campi coltivati, terreni incolti, macerie e ambienti ruderali, praterie ma anche aree antropizzate; inoltre essendo una pianta coltivata la si trova negli orti e nelle colture industriali. Il substrato può essere sia calcareo che siliceo, il pH del terreno è basico con valori nutrizionali medi in ambiente secco.
Syntaxon (syntaxa) di riferimento: Stellarietea mediae
Life-strategy (sensu Grime & Co.): Ruderali (R).
IUCN: N.A.
Farmacopea: le radici della Cicoria, raccolte in autunno ed all’inizio della primavera, mondate delle radichette, seccata a bassa temperatura, si trovano in commercio in frammenti cilindrici, lunghi 1-3 cm, a volta sezionati per il lungo, con superficie grigio brunastra, rugosa, striata nel senso della lunghezza e con sezione biancastra, venata di bruno, di odore e sapore amaro. Contengono un glucoside amaro (cicorina, idrolizzabile in glucosio, e cicorigetina), sostanze tanniche mucillagginose, tracce di un olio etereo, colina, inulina (11-15%), e zucchero (10-22%), ecc. I fiori hanno una composizione analoga, il latice contiene un altro principio amaro, lattucina, gomme ecc. Farmacologicamente la radice di Cicoria agisce, oltre che come tonico amaro e non irritante, come lassativo e contemporaneamente diuretico. Si prescrivono l’infuso a caldo contro l’inappetenza, gli ingorghi di fegato, la stitichezza dei bambini; si usano anche le radici fresche come depurativo. Le foglie vengono usate allo stesso scopo fresche o in decozione; infine il succo depurato e lo sciroppo di Cicoria (preparato complesso con foglie e radici, zucchero e rabarbaro) sono assai noti nella pratica infantile come purganti. Per uso esterno i cataplasmi di foglie di Cicoria sono impiegati per medicazione delle superfici cutanee erisipelatose od ulcerate.
Avversità: le avversità cui va incontro la Cicoria (in special modo le forme coltivate) sono rappresentate da parassiti animali come gli Afidi che infestano le foglie deformandole e provocando la formazione di macchie giallastre; le Limacce o Chiocciole, che rodono le foglie, coprendole con una bava argentea; il Maggiolino che danneggia le radici; il Grillotalpa, che si nutre a spese delle radici delle piante, che in breve disseccano. Inoltre sono da citare i parassiti vegetali che provocano marciume o moria delle piantine dei semenzai: la zona del colletto imbrunisce e in breve tempo l’intera pianta muore; l’oidio o mal bianco delle Composite: si manifesta con la formazione di una polvere biancastra sulla pagina inferiore delle foglie; superiormente si formano macchie giallastre; le foglie marciscono.
Usi: in cucina l'utilizzo più frequente è quello delle foglie nelle insalate (fresche o cotte). Per evitare l'eccessivo gusto amaro le foglie vanno raccolte prima della fioritura o va eliminata la parte più interna.
Inoltre la radice, se bollita, rappresenta una buona alternativa alimentare per il diabetico (l'inulina viene sopportata meglio dell'amido).
Dalle foglie si ricavano coloranti blu. Le radici trovano numerosi impieghi: si ottiene un “biocarburante” in quanto l'amido inulina può essere facilmente convertito in alcool; da esse recentemente è stato estratto uno sciroppo (come per le barbabietole); è anche usata come dolcificante nel settore alimentare oltre che nella produzione della birra: alcuni produttori la usano torrefatta per migliorare il sapore delle loro birre. Nell'allevamento vengono spesso immesse nel foraggio delle quantità di Cicoria in quanto si è riscontrata una sua capacità di eliminare i parassiti interni degli animali. I fiori contengono degli acceleratori dell'attività batterica utili nella fermentazione dei “compost”.
Curiosità: anche se oggi questo alimento è messo in secondo piano, non va dimenticato che in passato era molto più utilizzato come alimento povero e di sopravvivenza (da qui il detto popolare di “mangiar pane e cicoria” per indicare che si è sopravvissuti con poco alle molte difficoltà della vita); molto noto è il piatto che va sotto il nome di “pane e cicoria ripassata”. La Cicoria è l’erba che più ha contribuito al sostentamento dei nostri avi in ogni epoca ed è anche l’erba che più di tutte è rimasta impressa nella memoria sociale del popolo romano, ed ancora oggi torme di cittadini del tutto privi del rapporto con la campagna, conoscono almeno di nome la Cicoria. Storicamente la Cicoria proprio per la sua onnipresenza era raccolta da tutti, ma per chi non voleva stancarsi, esisteva il “cicoriaro”, raccoglitore professionale, che con il suo sacco a spalla ed il suo caratteristico coltello lungo e sottile andava per campi a raccoglierla per poi venderla al mercato. La Cicoria presentava e presenta un solo grande inconveniente: bisogna “caparla”, ovvero mondarla da foglie vecchie, terra e radici. Per comprendere in quale considerazione era tenuta la cicoria a Roma, si può ricordare un verso di Cesare Pascarella (La scoperta dell’America); per dimostrare la magnificenza della nuova terra appena scoperta, viene tirata in ballo la Cicoria!
Inoltre la radice, se bollita, rappresenta una buona alternativa alimentare per il diabetico (l'inulina viene sopportata meglio dell'amido).
Dalle foglie si ricavano coloranti blu. Le radici trovano numerosi impieghi: si ottiene un “biocarburante” in quanto l'amido inulina può essere facilmente convertito in alcool; da esse recentemente è stato estratto uno sciroppo (come per le barbabietole); è anche usata come dolcificante nel settore alimentare oltre che nella produzione della birra: alcuni produttori la usano torrefatta per migliorare il sapore delle loro birre. Nell'allevamento vengono spesso immesse nel foraggio delle quantità di Cicoria in quanto si è riscontrata una sua capacità di eliminare i parassiti interni degli animali. I fiori contengono degli acceleratori dell'attività batterica utili nella fermentazione dei “compost”.
Curiosità: anche se oggi questo alimento è messo in secondo piano, non va dimenticato che in passato era molto più utilizzato come alimento povero e di sopravvivenza (da qui il detto popolare di “mangiar pane e cicoria” per indicare che si è sopravvissuti con poco alle molte difficoltà della vita); molto noto è il piatto che va sotto il nome di “pane e cicoria ripassata”. La Cicoria è l’erba che più ha contribuito al sostentamento dei nostri avi in ogni epoca ed è anche l’erba che più di tutte è rimasta impressa nella memoria sociale del popolo romano, ed ancora oggi torme di cittadini del tutto privi del rapporto con la campagna, conoscono almeno di nome la Cicoria. Storicamente la Cicoria proprio per la sua onnipresenza era raccolta da tutti, ma per chi non voleva stancarsi, esisteva il “cicoriaro”, raccoglitore professionale, che con il suo sacco a spalla ed il suo caratteristico coltello lungo e sottile andava per campi a raccoglierla per poi venderla al mercato. La Cicoria presentava e presenta un solo grande inconveniente: bisogna “caparla”, ovvero mondarla da foglie vecchie, terra e radici. Per comprendere in quale considerazione era tenuta la cicoria a Roma, si può ricordare un verso di Cesare Pascarella (La scoperta dell’America); per dimostrare la magnificenza della nuova terra appena scoperta, viene tirata in ballo la Cicoria!
Te basta a dì che lì in quela foresta,
Capischi, le piantine de cicoria,
Capischi, le piantine de cicoria,
je rivaveno qui, sopra la testa!
Vera gloria della campagna romana, la Cicoria è comunque conosciuta e utilizzata in tutta l’Italia centro meridionale, anche se in alcune località di montagna e nel Settentrione con il nome di Cicoria si indica il Tarassaco (Taraxacum officinale Webber).
La radice della Cicoria, tostata, diventa un ottimo succedaneo del caffè. La pratica fu introdotta nel 1600 dal medico e botanico veneto Prospero Alpini (1553-1617), a scopo terapeutico. Solo in seguito, dal 1690 circa, la Cicoria venne coltivata come succedaneo del caffè dagli olandesi (da qui il nome di “caffè olandese”).
La coltivazione di Cicoria a questo scopo, ebbe un grande impulso in seguito al blocco continentale, quando Napoleone si oppose all’importazione della canna da zucchero e anche del caffè. Poi è stata adottata soprattutto in tempi di guerra quando le importazioni del caffè subivano rallentamenti, durante l’autarchia del Ventennio fascista in Italia, oppure per altri motivi in India, o ancora nella Germania Orientale del 1976 durante la “crisi del caffè”.
Miti e credenze: una leggenda rumena narra che un giorno il Sole chiese in sposa una bella donna di nome Domna Floridor (Dama dei fiori). Ma lei, che lo disprezzava, rifiutò. Il Sole, indignato, la trasformò in un fiore di Cicoria, condannato a fissare l’astro dal momento in cui appare sull’orizzonte e a rinserrare tristemente i suoi petali appena scompare.
Il botanico tedesco Conrad di Megenberg, vissuto nel XVI secolo, chiamò la Cicoria sponsa solis, sposa del sole. In Germania era detta anche “erba del sole” (Sonnekraut) o del solstizio (Sonnenwende o Sonnen-wirbel). Che sia un’erba consacrata al sole da tempo immemorabile lo conferma l’usanza di coglierla con particolari accorgimenti se una giovane vuole assicurarsi l’amore di colui che ama. Non si deve sradicarla con le mani, ma con un corno di cervo e una moneta d’oro, che simboleggiano rispettivamente i raggi e il disco del sole, nel giorno dei santi Pietro e Paolo, il 29 giugno. La solare Cicoria permetterebbe a chi la porta su di sé di far conoscere magicamente le proprie buone qualità all’uomo o alla donna che ama. La radice renderebbe invisibili, toglierebbe le spine dalla pelle e spezzerebbe magicamente ogni legame.
Un’antica leggenda bavarese raccontava come una bella e giovane principessa fosse stata abbandonata dal suo sposo sedotto da una ninfa. Sfinita da giorni e giorni di lacrime e di dolore, la principessa esclamò poco prima di morire: «Vorrei morire e non lo vorrei per rivedere il mio amato dappertutto». Le sue damigelle soggiunsero: «Anche noi vorremmo e non vorremmo morire perché egli possa vederci su ogni strada». Il buon Dio, che dal cielo aveva inteso i loro desideri, li esaudì: «Benissimo, ora vi cambierò in fiori. Tu, principessa, resterai con il tuo abito bianco su tutte le strade dove passerà il tuo amato; voi, damigelle, rimarrete sulle strade vestite di azzurro in modo che egli possa vedervi dappertutto». Per questo motivo nei paesi di lingua tedesca il fiore della Cicoria è chiamato Wegwarte, “guardiana delle strade” o Wegeleuchte, “luce delle strade”.
Secondo l’interpretazione che ne ha dato Angelo De Gubernatis (La mythologie des plantes, Parigi 1878, vol. I, pp.88-89), la ninfa rivale della principessa simboleggerebbe la notte che attira ogni sera nelle sue braccia il sole (il principe), il quale con il nuovo giorno ritorna alla sua sposa, l’aurora (la principessa), simboleggiata dal fiore della Cicoria che si apre al primo raggio.
Castore Durante consigliava alle donne che avessero le mammelle “languide” di applicarne il succo perché «le ritira e le assoda». Il Mattioli, invece, riferiva scettico: «Scrivono alcuni superstitiosi, ovvero sperimentatori de gli occulti secreti di natura, che il suo suchio incorporato con l’olio e unto per tutto il corpo fa impetrare favori appresso à i grandi magnati e conseguire da loro ciò che si desidera».
Bibliografia:
BARRY T. N. The feeding value of chicory (Cichorium intybus) for ruminant livestock. The Journal of Agricultural Science, 131, 03, 251-257, 1998
BONI U., PATRI G., Scoprire, riconoscere, usare le erbe, Edizione Mondolibri SpA, Milano, 2000.
CATTABIANI A., Florario (Miti, leggende e simboli di fiori e piante), Oscar Saggi Mondadori, I edizione, 1998.
DE LEONARDIS W., PICCIONE V., ZIZZA A. (Istituto e Orto botanico, Università degli Studi di Catania), Flora melissopalinologica d’Italia. Chiavi d’identificazione, Bollettino Accademia Gioenia Scienze Naturali, Vol. 19, n. 329, pp. 309-474, Catania 1986.
DELLA BEFFA M.T., Fiori di campo (Conoscere, riconoscere e osservare tutte le specie di fiori selvatici più noti), Istituto Geografico De Agostini SpA, Novara, 1999.
LAUBER K., WAGNER G., Flora Helvetica (Flore illustrée de Suisse), 2ème édition, Editions Paul Haupt, 2001.
MANENTI G., Il grande libro dei fiori e delle piante, Selezione dal Reader’s Digest, Milano.
NEGRI G., Nuovo erbario figurato (Descrizione e proprietà delle piante medicinali e velenose della flora italiana), V edizione, Ulrico Hoepli, Milano1991.
www.dryades.eu
La radice della Cicoria, tostata, diventa un ottimo succedaneo del caffè. La pratica fu introdotta nel 1600 dal medico e botanico veneto Prospero Alpini (1553-1617), a scopo terapeutico. Solo in seguito, dal 1690 circa, la Cicoria venne coltivata come succedaneo del caffè dagli olandesi (da qui il nome di “caffè olandese”).
La coltivazione di Cicoria a questo scopo, ebbe un grande impulso in seguito al blocco continentale, quando Napoleone si oppose all’importazione della canna da zucchero e anche del caffè. Poi è stata adottata soprattutto in tempi di guerra quando le importazioni del caffè subivano rallentamenti, durante l’autarchia del Ventennio fascista in Italia, oppure per altri motivi in India, o ancora nella Germania Orientale del 1976 durante la “crisi del caffè”.
Miti e credenze: una leggenda rumena narra che un giorno il Sole chiese in sposa una bella donna di nome Domna Floridor (Dama dei fiori). Ma lei, che lo disprezzava, rifiutò. Il Sole, indignato, la trasformò in un fiore di Cicoria, condannato a fissare l’astro dal momento in cui appare sull’orizzonte e a rinserrare tristemente i suoi petali appena scompare.
Il botanico tedesco Conrad di Megenberg, vissuto nel XVI secolo, chiamò la Cicoria sponsa solis, sposa del sole. In Germania era detta anche “erba del sole” (Sonnekraut) o del solstizio (Sonnenwende o Sonnen-wirbel). Che sia un’erba consacrata al sole da tempo immemorabile lo conferma l’usanza di coglierla con particolari accorgimenti se una giovane vuole assicurarsi l’amore di colui che ama. Non si deve sradicarla con le mani, ma con un corno di cervo e una moneta d’oro, che simboleggiano rispettivamente i raggi e il disco del sole, nel giorno dei santi Pietro e Paolo, il 29 giugno. La solare Cicoria permetterebbe a chi la porta su di sé di far conoscere magicamente le proprie buone qualità all’uomo o alla donna che ama. La radice renderebbe invisibili, toglierebbe le spine dalla pelle e spezzerebbe magicamente ogni legame.
Un’antica leggenda bavarese raccontava come una bella e giovane principessa fosse stata abbandonata dal suo sposo sedotto da una ninfa. Sfinita da giorni e giorni di lacrime e di dolore, la principessa esclamò poco prima di morire: «Vorrei morire e non lo vorrei per rivedere il mio amato dappertutto». Le sue damigelle soggiunsero: «Anche noi vorremmo e non vorremmo morire perché egli possa vederci su ogni strada». Il buon Dio, che dal cielo aveva inteso i loro desideri, li esaudì: «Benissimo, ora vi cambierò in fiori. Tu, principessa, resterai con il tuo abito bianco su tutte le strade dove passerà il tuo amato; voi, damigelle, rimarrete sulle strade vestite di azzurro in modo che egli possa vedervi dappertutto». Per questo motivo nei paesi di lingua tedesca il fiore della Cicoria è chiamato Wegwarte, “guardiana delle strade” o Wegeleuchte, “luce delle strade”.
Secondo l’interpretazione che ne ha dato Angelo De Gubernatis (La mythologie des plantes, Parigi 1878, vol. I, pp.88-89), la ninfa rivale della principessa simboleggerebbe la notte che attira ogni sera nelle sue braccia il sole (il principe), il quale con il nuovo giorno ritorna alla sua sposa, l’aurora (la principessa), simboleggiata dal fiore della Cicoria che si apre al primo raggio.
Castore Durante consigliava alle donne che avessero le mammelle “languide” di applicarne il succo perché «le ritira e le assoda». Il Mattioli, invece, riferiva scettico: «Scrivono alcuni superstitiosi, ovvero sperimentatori de gli occulti secreti di natura, che il suo suchio incorporato con l’olio e unto per tutto il corpo fa impetrare favori appresso à i grandi magnati e conseguire da loro ciò che si desidera».
Bibliografia:
BARRY T. N. The feeding value of chicory (Cichorium intybus) for ruminant livestock. The Journal of Agricultural Science, 131, 03, 251-257, 1998
BONI U., PATRI G., Scoprire, riconoscere, usare le erbe, Edizione Mondolibri SpA, Milano, 2000.
CATTABIANI A., Florario (Miti, leggende e simboli di fiori e piante), Oscar Saggi Mondadori, I edizione, 1998.
DE LEONARDIS W., PICCIONE V., ZIZZA A. (Istituto e Orto botanico, Università degli Studi di Catania), Flora melissopalinologica d’Italia. Chiavi d’identificazione, Bollettino Accademia Gioenia Scienze Naturali, Vol. 19, n. 329, pp. 309-474, Catania 1986.
DELLA BEFFA M.T., Fiori di campo (Conoscere, riconoscere e osservare tutte le specie di fiori selvatici più noti), Istituto Geografico De Agostini SpA, Novara, 1999.
LAUBER K., WAGNER G., Flora Helvetica (Flore illustrée de Suisse), 2ème édition, Editions Paul Haupt, 2001.
MANENTI G., Il grande libro dei fiori e delle piante, Selezione dal Reader’s Digest, Milano.
NEGRI G., Nuovo erbario figurato (Descrizione e proprietà delle piante medicinali e velenose della flora italiana), V edizione, Ulrico Hoepli, Milano1991.
www.dryades.eu