Cynara cardunculus L. subsp. cardunculus
(a cura di Giuseppe Laino)
Etimologia: l’epiteto del genere deriva dal greco kynára = “canino” (con allusione alle punte dure e aguzze dell’involucro paragonate ai denti di un cane). Con questo nome Tolomeo (II sec. d.C.) indicava una pianta spinosa, ma con tutta probabilità si trattava del Carciofo coltivato; l’epiteto specifico deriva dal latino carduus = “cardo”, con suffisso diminutivo -unculus = “piccolo cardo”.
Sinonimi: Cynara sylvestris Lam., Cynara horrida Ait., Cynara spinosissima Presl.
Nomi volgari: Carciofo selvatico, Cardo (italiano). Liguria: Cardu, Gardu (Genova). Piemonte: Card, Card djj ost. Lombardia: Cardo. Emilia-Romagna: Card, Cherd, Gobb (Reggio, Romagna); Gard (Piacenza). Tosca-na: Caglio, Callio, Carciofo salvatico, Cardaccio, Cardo spinoso, Cardoncello, Carduccio, Presame, Pre-suola, Presura, Sgalera (Siena). Campania: Carcioffa bianca (Ischia). Sicilia: Carduni dumestici; Cacorciulu jancu (Avola); Carduni sarvaggi (Catania). Sardegna: Barduleu (Bosa); Cardureu (Cagliari).
Forma biologica e di crescita: emicriptofita scaposa.
Tipo corologico: steno-mediterranea. Specie con areale limitato alle coste mediterranee (area dell'Olivo) e al Portogallo meridionale.
Fenologia: fiore: VI-VIII, frutto: VII-IX.
Limiti altitudinali: dal piano a 1000 m di altitudine.
Abbondanza relativa e distribuzione geografica in Italia: nel nostro Paese diventa comune a tratti dalla Maremma Grossetana e dalla provincia di Teramo a tutto il Sud e alle Isole.
Habitus: erbacea perenne, robusta, alta da 30 fino a 150 cm, con fusto robusto, semplice, striato, ramificato in alto, glabro o densamente ragnateloso tomentoso, privo di spine. Dalle gemme poste al livello del suolo si sviluppano nuovi getti detti “carducci”.
Foglie: lunghe fino a 50 cm, le basali, raccolte in ampia rosetta, picciolate, le cauline sessili, subcoriacee, spesso brevemente decorrenti con alette spinose, verde vivo e brevemente tomentose sulla pagina superiore, bianco lanose con nervature prominenti sulla pagina inferiore. Lamina con profonde incisioni o bipennatosetta, a segmenti terminali da ovali a lanceolato lineari, provvisti di robuste e lunghe spine (1-3 cm), gialle.
Fiore: calatidi (capolini) terminali in infiorescenze corimbiformi, sono grosse, lunghe fino a 6 cm e larghe 4-5 cm, con brattee (squame) involucrali glaucescenti o arrossate, ovate o ellittiche, embriciate, con base appressata e ristrette all’apice in una spina eretto patente, robusta e lunga fino a 5 cm. Ricettacolo piano, stipato di setole fitte; fiori uguali, ermafroditi, a corolla azzurra, con tubo urceolato ventricoso sotto le lacinie, che sono 5 e disuguali; stami con filamento libero, papilloso barbellato, brevemente sagittato alla base ed antere sormontate da una appendice ottusa; stimmi saldati, lungamente sporgenti.
Frutto: ad achenio (cipsela) ovoide, lungo 6-8 mm, subtetragono, duro, costoluto, glabro, con areola di inserzione ampia ed un po’ obliqua, e pappo con setole piumose pluriseriate lunghe 2,5-4 cm, riunite alla base e caduche con esso. La disseminazione è anemocora.
Polline: granuli pollinici monadi, radiosimmetrici, isopolari; perimetro in visione polare subtriangolari, pticotremi, in visione equatoriale: circolari 77%, subcircolari 23%; forma: oblato sferoidali 70%, prolato sferoidali 30%; trizonocolporati; aperture: ora: lolongati, colpi: irregolari e poco visibili; esina: tectata, perforata, con spinae; dimensioni: asse polare 59 (56) 52 mµ, asse equatoriale 61 (56) 50 mµ. La morfologia fiorale ed il meccanismo di antesi impediscono normalmente l'autoimpollinazione, per cui la fecondazione avviene per opera degli insetti.
Numero cromosomico: 2n = 34.
Sottospecie e/o varietà: Cynara cardunculus subsp. scolymus (L.) Hayek (Carciofo coltivato). Foglie basali lunghe fino a 70 cm, con divisioni larghe o quasi intere, con spine violette o inermi. Diametro dei capolini che può oltrepassare i 10 cm, con squame involucrali più larghe e carnose alla base e terminate, a seconda della varietà, da una appendice ora inerme, ora sinuato dentata all’apice ed introflessa, ora munita di una breve spina. Non lo si conosce spontaneo, ma avventizio e subspontaneo. Coltivato sin dall’antichità a scopo alimentare come verdura utilizzando la parte carnosa delle brattee involucrali e del ricettacolo, rappresenta una importante componente dell’economia agricola del sud Europa (Blanco, 1990); la produzione commerciale è principalmente basata sulla coltivazione perenne di cloni propagati vegetativamente.
Cynara cardunculus L. subsp. flavescens Wiklund. Presenta delle differenze morfologiche alle brattee involucrali ed in una recente revisione tassonomica è stata riconosciuta come una sottospecie indipendente e separata dalla subsp. cardunculus. Nella flora italiana è presente solo in Sicilia.
Cynara cardunculus var. altilis DC. (Cardo coltivato, Cardo domestico). Somigliante alla subsp. scolymus, a coste e piccioli grossi, carnosi, eduli, suscettibili di imbiancare per privazione di luce (interramento), con foglie tutte inermi o con spine rade e brevi. Ha una importanza economica regionale in Italia, Spagna e Francia (Dellacecca, 1990); la sua propagazione è condotta attraverso la semina.
Habitat ed ecologia: suoli con elevata componente argillosa, non scarsi di nutrienti. Il Carciofo selvatico presenta una spiccata adattabilità all'ambiente mediterraneo, la quale si concretizza fondamentalmente in una stagione di crescita, che coincide con il periodo in cui si hanno i maggiori apporti idrici naturali, e con l'accumulo nelle radici di sostanze di riserva in grado di sostenere la riattivazione vegetativa, dopo la quiescenza estiva.
Syntaxon (syntaxa) di riferimento: Echio-Galactition tomentosae
Life-strategy (sensu Grime & Co.): Competitive (C) +Stress tolleranti (S) + Ruderali (R).
IUCN: N.A.
Farmacopea: farmacologicamente si usano del Carciofo selvatico non le squame involucrali ma le grandi foglie e le radici, molto amare per il principio caratteristico che contengono (cinarina), oltre ad inulina e fitochimasi. Le sostanze di riserva sono particolarmente abbondanti nelle squame involucrali (allo stato secco, saccarosio 59,04%, inulina 9,41%, zuccheri riducenti 3,43%), oltre a vari enzimi (inulasi, invertasi, fitochimasi) e poca o punta cinarina. Il Carciofo selvatico agisce come coleretico, colagogo e diuretico e leggermente lassativo, così da stimolare beneficamente la funzione secretrice ed antitossica del fegato, esercitando un’azione benefica nelle forme itteriche subacute e croniche e giovando particolarmente nei casi in cui l’insufficienza del fegato si manifesta sotto forma di stitichezza o di oliguria. Alla eccitazione della funzione antitossica del fegato sembra dovuta anche la felice influenza della droga sui soggetti artritici, nei quali le manifestazioni cliniche sono per lo più migliorate e particolarmente i segni soggettivi della piccola uremia (sensazioni di dita morte, formicolio, vertigini, atralgie, ecc.). L’influenza sul meccanismo regolatore dell’azotemia e della colesterina è tale che basta il trattamento di una quindicina di giorni per vedere abbassarsi il tasso dell’urea e della colesterina nel sangue (Inverni). Come tutti gli amari, anche il Carciofo è stato usato come febbrifugo e, in particolare, contro il paludismo, associato alla chinina durante gli accessi ed isolato nei periodi interaccessuali. Si prescrive la decozione delle foglie o meglio, l’estratto alcoolico.
Avversità: il Carciofo selvatico (come il Carciofo coltivato e il Cardo domestico) è dotato di ampia espansione fogliare e di fusti e gemme molto carnose, per cui è particolarmente soggetto agli attacchi di parassiti animali. Il più temuto parassita è l'arvicola (topo campagnolo). Tra gli insetti che danneggiano i capolini due specie di lepidotteri sono degne di particolare attenzione: la nottua del carciofo (Gortyna xanthenes) e la depressaria (Depressaria erinaceella). Altri fitofagi ricorrenti sono gli afidi (Brachycaudus cardui, Aphis fabae, Myzus persicae ecc.) e la cassida (Cassida deflorata).
Usi: nel Meridione se ne utilizzano le calatidi prima della fioritura, che devono essere attentamente spinate essendo assai meno maneggevoli di quelle del Carciofo coltivato, ma che in compenso offrono un cibo di elevata qualità alimentare. Viene consumato sia cotto, preparato in vari modi, anche come componente di minestre rustiche di erbe spontanee, o crudo in insalata irrorato di abbondante succo di limone e un filo d’olio. Piccole aziende artigianali lo preparano e vendono in vasetti sott’olio, per antipasti.
È molto apprezzato anche il miele di nicchia ricavato dai suoi fiori che conserva il retrogusto amaricante. Dai fiori si ottiene un caglio vegetale, chiamato “cagliofiore”, ancora oggi utilizzato in alcune località per la produzione di formaggi.
Curiosità: si ritiene che il Carciofo coltivato (Cynara cardunculus subsp. scolymus (L.) Hayek) ed il Cardo domestico (Cynara cardunculus var. altilis DC.) derivino entrambi da quello selvatico (Cynara cardunculus L. subsp cardunculus), in seguito ad un processo di selezione che ha favorito lo sviluppo dell'infiorescenza nel primo e della nervatura mediana delle foglie e del picciolo nel secondo.
Se il Carciofo coltivato fosse o no conosciuto nell’antico mondo classico è ancora questione aperta. Scrittori sia Greci che Romani riportano del consumo di queste specie, ma la letteratura classica può indurre in errore. Per esempio, nell’antica Grecia la parola scolymos significa “spinoso” e potrebbe riferirsi a cardi diversi dal cardunculus. Di questa vaghezza si deve tener conto quando si legge, per esempio, Plinio il Vecchio (23-79 d.C.), in Naturalis historia i cui commenti sono stati interpretati come indicanti il Carciofo coltivato nel sud dell’Italia e nel sud della Spagna. A sua volta, De Candolle (1890) suggeriva che il Carciofo coltivato fosse sconosciuto nel mondo classico. Montelucci (1962) dichiara che Teofrasto (371-287 a.C.) riporta la coltivazione del Carciofo in Sicilia ma non in Grecia; una specie di Cynara non identificata è rappresentata in un mosaico al Museo del Bardo a Tunisi risalente al periodo Imperiale (III secolo d.C.); Columella (I secolo d.C.) nel De rustica riporta di una coltivazione di cinara in Italia, ma definisce la pianta hispida (= “spinosa”) e dichiara che pinea vertice pungit (= “la parte superiore della testa punge”). Basandosi sugli scritti di Plinio e Columella, Foury (1989) dedusse che la coltivazione del Carciofo iniziò attorno al I secolo a.C.; comunque è probabile che attorno al primo secolo dell’era moderna la domesticazione del Carciofo fosse in atto, ma non compiuta.
A dispetto del ruolo positivo che gli Arabi ebbero nella diffusione del Carciofo, solo i nomi volgari di questa pianta in italiano, spagnolo e portoghese (Carciofo, Alcachofa e Alcachofra, rispettivamente) derivano dall’arabo al harshuff, mentre in inglese, francese e tedesco, così come nelle lingue nordeuropee e in russo, il nome di questa pianta deriva dal tardo latino/italiano antico alcocalum, articocalus, articiocco o articoca di origine incerta, ma probabilmente correlato al latino coculum (= “cardo”; Lonitzer, 1551-1555), mentre in Grecia la pianta è conosciuta come agginara correlato al greco antico kyon = “cane”, e kynára = “canino” (con allusione alle spine che richiamano i denti del cane). Tutto ciò suggerisce con forza che l’Italia è stato il ponte per la diffusione del Carciofo coltivato in Europa.
Alcuni Autori ipotizzano un'origine orientale del Carciofo coltivato. Ma le imponenti popolazioni selvatiche di Cynara cardunculus L. subsp. cardunculus nella fascia collinare tra Civitavecchia ed i Monti della Tolfa, in tutta vicinanza degli insediamenti etruschi di Cerveteri fanno supporre che in questa zona abbia potuto aver origine, come pianta coltivata, il Carciofo comune e questo probabilmente proprio ad opera degli Etruschi. (Pignatti, F.I., vol. III, p. 163).
Bibliografia:
BANFI E., CONSOLINO F., Flora mediterranea (Conoscere, riconoscere e osservare tutte le piante mediterranee più diffuse), Istituto Geografico De Agostini SpA, Novara, 2000.
DE LEONARDIS W., PICCIONE V., ZIZZA A. (Istituto e Orto botanico Università di Catania), Flora melissopalinologica d’Italia. Chiavi d’identificazione, Bollettino Accademia Gioenia Scienze Naturali, Vol. 19, n. 329, pp.309-474, Catania 1986.
LAUBER K., WAGNER G., Flora Helvetica (Flore illustrée de Suisse), 2ème édition, Editions Paul Haupt, 2001.
NEGRI G., Nuovo erbario figurato (Descrizione e proprietà delle piante medicinali e velenose della flora italiana), V edizione, Ulrico Hoepli, Milano1991.
www.dryades.eu
http://aob.oxfordjournals.org/cgi/content/full/mcm127v1
Sinonimi: Cynara sylvestris Lam., Cynara horrida Ait., Cynara spinosissima Presl.
Nomi volgari: Carciofo selvatico, Cardo (italiano). Liguria: Cardu, Gardu (Genova). Piemonte: Card, Card djj ost. Lombardia: Cardo. Emilia-Romagna: Card, Cherd, Gobb (Reggio, Romagna); Gard (Piacenza). Tosca-na: Caglio, Callio, Carciofo salvatico, Cardaccio, Cardo spinoso, Cardoncello, Carduccio, Presame, Pre-suola, Presura, Sgalera (Siena). Campania: Carcioffa bianca (Ischia). Sicilia: Carduni dumestici; Cacorciulu jancu (Avola); Carduni sarvaggi (Catania). Sardegna: Barduleu (Bosa); Cardureu (Cagliari).
Forma biologica e di crescita: emicriptofita scaposa.
Tipo corologico: steno-mediterranea. Specie con areale limitato alle coste mediterranee (area dell'Olivo) e al Portogallo meridionale.
Fenologia: fiore: VI-VIII, frutto: VII-IX.
Limiti altitudinali: dal piano a 1000 m di altitudine.
Abbondanza relativa e distribuzione geografica in Italia: nel nostro Paese diventa comune a tratti dalla Maremma Grossetana e dalla provincia di Teramo a tutto il Sud e alle Isole.
Habitus: erbacea perenne, robusta, alta da 30 fino a 150 cm, con fusto robusto, semplice, striato, ramificato in alto, glabro o densamente ragnateloso tomentoso, privo di spine. Dalle gemme poste al livello del suolo si sviluppano nuovi getti detti “carducci”.
Foglie: lunghe fino a 50 cm, le basali, raccolte in ampia rosetta, picciolate, le cauline sessili, subcoriacee, spesso brevemente decorrenti con alette spinose, verde vivo e brevemente tomentose sulla pagina superiore, bianco lanose con nervature prominenti sulla pagina inferiore. Lamina con profonde incisioni o bipennatosetta, a segmenti terminali da ovali a lanceolato lineari, provvisti di robuste e lunghe spine (1-3 cm), gialle.
Fiore: calatidi (capolini) terminali in infiorescenze corimbiformi, sono grosse, lunghe fino a 6 cm e larghe 4-5 cm, con brattee (squame) involucrali glaucescenti o arrossate, ovate o ellittiche, embriciate, con base appressata e ristrette all’apice in una spina eretto patente, robusta e lunga fino a 5 cm. Ricettacolo piano, stipato di setole fitte; fiori uguali, ermafroditi, a corolla azzurra, con tubo urceolato ventricoso sotto le lacinie, che sono 5 e disuguali; stami con filamento libero, papilloso barbellato, brevemente sagittato alla base ed antere sormontate da una appendice ottusa; stimmi saldati, lungamente sporgenti.
Frutto: ad achenio (cipsela) ovoide, lungo 6-8 mm, subtetragono, duro, costoluto, glabro, con areola di inserzione ampia ed un po’ obliqua, e pappo con setole piumose pluriseriate lunghe 2,5-4 cm, riunite alla base e caduche con esso. La disseminazione è anemocora.
Polline: granuli pollinici monadi, radiosimmetrici, isopolari; perimetro in visione polare subtriangolari, pticotremi, in visione equatoriale: circolari 77%, subcircolari 23%; forma: oblato sferoidali 70%, prolato sferoidali 30%; trizonocolporati; aperture: ora: lolongati, colpi: irregolari e poco visibili; esina: tectata, perforata, con spinae; dimensioni: asse polare 59 (56) 52 mµ, asse equatoriale 61 (56) 50 mµ. La morfologia fiorale ed il meccanismo di antesi impediscono normalmente l'autoimpollinazione, per cui la fecondazione avviene per opera degli insetti.
Numero cromosomico: 2n = 34.
Sottospecie e/o varietà: Cynara cardunculus subsp. scolymus (L.) Hayek (Carciofo coltivato). Foglie basali lunghe fino a 70 cm, con divisioni larghe o quasi intere, con spine violette o inermi. Diametro dei capolini che può oltrepassare i 10 cm, con squame involucrali più larghe e carnose alla base e terminate, a seconda della varietà, da una appendice ora inerme, ora sinuato dentata all’apice ed introflessa, ora munita di una breve spina. Non lo si conosce spontaneo, ma avventizio e subspontaneo. Coltivato sin dall’antichità a scopo alimentare come verdura utilizzando la parte carnosa delle brattee involucrali e del ricettacolo, rappresenta una importante componente dell’economia agricola del sud Europa (Blanco, 1990); la produzione commerciale è principalmente basata sulla coltivazione perenne di cloni propagati vegetativamente.
Cynara cardunculus L. subsp. flavescens Wiklund. Presenta delle differenze morfologiche alle brattee involucrali ed in una recente revisione tassonomica è stata riconosciuta come una sottospecie indipendente e separata dalla subsp. cardunculus. Nella flora italiana è presente solo in Sicilia.
Cynara cardunculus var. altilis DC. (Cardo coltivato, Cardo domestico). Somigliante alla subsp. scolymus, a coste e piccioli grossi, carnosi, eduli, suscettibili di imbiancare per privazione di luce (interramento), con foglie tutte inermi o con spine rade e brevi. Ha una importanza economica regionale in Italia, Spagna e Francia (Dellacecca, 1990); la sua propagazione è condotta attraverso la semina.
Habitat ed ecologia: suoli con elevata componente argillosa, non scarsi di nutrienti. Il Carciofo selvatico presenta una spiccata adattabilità all'ambiente mediterraneo, la quale si concretizza fondamentalmente in una stagione di crescita, che coincide con il periodo in cui si hanno i maggiori apporti idrici naturali, e con l'accumulo nelle radici di sostanze di riserva in grado di sostenere la riattivazione vegetativa, dopo la quiescenza estiva.
Syntaxon (syntaxa) di riferimento: Echio-Galactition tomentosae
Life-strategy (sensu Grime & Co.): Competitive (C) +Stress tolleranti (S) + Ruderali (R).
IUCN: N.A.
Farmacopea: farmacologicamente si usano del Carciofo selvatico non le squame involucrali ma le grandi foglie e le radici, molto amare per il principio caratteristico che contengono (cinarina), oltre ad inulina e fitochimasi. Le sostanze di riserva sono particolarmente abbondanti nelle squame involucrali (allo stato secco, saccarosio 59,04%, inulina 9,41%, zuccheri riducenti 3,43%), oltre a vari enzimi (inulasi, invertasi, fitochimasi) e poca o punta cinarina. Il Carciofo selvatico agisce come coleretico, colagogo e diuretico e leggermente lassativo, così da stimolare beneficamente la funzione secretrice ed antitossica del fegato, esercitando un’azione benefica nelle forme itteriche subacute e croniche e giovando particolarmente nei casi in cui l’insufficienza del fegato si manifesta sotto forma di stitichezza o di oliguria. Alla eccitazione della funzione antitossica del fegato sembra dovuta anche la felice influenza della droga sui soggetti artritici, nei quali le manifestazioni cliniche sono per lo più migliorate e particolarmente i segni soggettivi della piccola uremia (sensazioni di dita morte, formicolio, vertigini, atralgie, ecc.). L’influenza sul meccanismo regolatore dell’azotemia e della colesterina è tale che basta il trattamento di una quindicina di giorni per vedere abbassarsi il tasso dell’urea e della colesterina nel sangue (Inverni). Come tutti gli amari, anche il Carciofo è stato usato come febbrifugo e, in particolare, contro il paludismo, associato alla chinina durante gli accessi ed isolato nei periodi interaccessuali. Si prescrive la decozione delle foglie o meglio, l’estratto alcoolico.
Avversità: il Carciofo selvatico (come il Carciofo coltivato e il Cardo domestico) è dotato di ampia espansione fogliare e di fusti e gemme molto carnose, per cui è particolarmente soggetto agli attacchi di parassiti animali. Il più temuto parassita è l'arvicola (topo campagnolo). Tra gli insetti che danneggiano i capolini due specie di lepidotteri sono degne di particolare attenzione: la nottua del carciofo (Gortyna xanthenes) e la depressaria (Depressaria erinaceella). Altri fitofagi ricorrenti sono gli afidi (Brachycaudus cardui, Aphis fabae, Myzus persicae ecc.) e la cassida (Cassida deflorata).
Usi: nel Meridione se ne utilizzano le calatidi prima della fioritura, che devono essere attentamente spinate essendo assai meno maneggevoli di quelle del Carciofo coltivato, ma che in compenso offrono un cibo di elevata qualità alimentare. Viene consumato sia cotto, preparato in vari modi, anche come componente di minestre rustiche di erbe spontanee, o crudo in insalata irrorato di abbondante succo di limone e un filo d’olio. Piccole aziende artigianali lo preparano e vendono in vasetti sott’olio, per antipasti.
È molto apprezzato anche il miele di nicchia ricavato dai suoi fiori che conserva il retrogusto amaricante. Dai fiori si ottiene un caglio vegetale, chiamato “cagliofiore”, ancora oggi utilizzato in alcune località per la produzione di formaggi.
Curiosità: si ritiene che il Carciofo coltivato (Cynara cardunculus subsp. scolymus (L.) Hayek) ed il Cardo domestico (Cynara cardunculus var. altilis DC.) derivino entrambi da quello selvatico (Cynara cardunculus L. subsp cardunculus), in seguito ad un processo di selezione che ha favorito lo sviluppo dell'infiorescenza nel primo e della nervatura mediana delle foglie e del picciolo nel secondo.
Se il Carciofo coltivato fosse o no conosciuto nell’antico mondo classico è ancora questione aperta. Scrittori sia Greci che Romani riportano del consumo di queste specie, ma la letteratura classica può indurre in errore. Per esempio, nell’antica Grecia la parola scolymos significa “spinoso” e potrebbe riferirsi a cardi diversi dal cardunculus. Di questa vaghezza si deve tener conto quando si legge, per esempio, Plinio il Vecchio (23-79 d.C.), in Naturalis historia i cui commenti sono stati interpretati come indicanti il Carciofo coltivato nel sud dell’Italia e nel sud della Spagna. A sua volta, De Candolle (1890) suggeriva che il Carciofo coltivato fosse sconosciuto nel mondo classico. Montelucci (1962) dichiara che Teofrasto (371-287 a.C.) riporta la coltivazione del Carciofo in Sicilia ma non in Grecia; una specie di Cynara non identificata è rappresentata in un mosaico al Museo del Bardo a Tunisi risalente al periodo Imperiale (III secolo d.C.); Columella (I secolo d.C.) nel De rustica riporta di una coltivazione di cinara in Italia, ma definisce la pianta hispida (= “spinosa”) e dichiara che pinea vertice pungit (= “la parte superiore della testa punge”). Basandosi sugli scritti di Plinio e Columella, Foury (1989) dedusse che la coltivazione del Carciofo iniziò attorno al I secolo a.C.; comunque è probabile che attorno al primo secolo dell’era moderna la domesticazione del Carciofo fosse in atto, ma non compiuta.
A dispetto del ruolo positivo che gli Arabi ebbero nella diffusione del Carciofo, solo i nomi volgari di questa pianta in italiano, spagnolo e portoghese (Carciofo, Alcachofa e Alcachofra, rispettivamente) derivano dall’arabo al harshuff, mentre in inglese, francese e tedesco, così come nelle lingue nordeuropee e in russo, il nome di questa pianta deriva dal tardo latino/italiano antico alcocalum, articocalus, articiocco o articoca di origine incerta, ma probabilmente correlato al latino coculum (= “cardo”; Lonitzer, 1551-1555), mentre in Grecia la pianta è conosciuta come agginara correlato al greco antico kyon = “cane”, e kynára = “canino” (con allusione alle spine che richiamano i denti del cane). Tutto ciò suggerisce con forza che l’Italia è stato il ponte per la diffusione del Carciofo coltivato in Europa.
Alcuni Autori ipotizzano un'origine orientale del Carciofo coltivato. Ma le imponenti popolazioni selvatiche di Cynara cardunculus L. subsp. cardunculus nella fascia collinare tra Civitavecchia ed i Monti della Tolfa, in tutta vicinanza degli insediamenti etruschi di Cerveteri fanno supporre che in questa zona abbia potuto aver origine, come pianta coltivata, il Carciofo comune e questo probabilmente proprio ad opera degli Etruschi. (Pignatti, F.I., vol. III, p. 163).
Bibliografia:
BANFI E., CONSOLINO F., Flora mediterranea (Conoscere, riconoscere e osservare tutte le piante mediterranee più diffuse), Istituto Geografico De Agostini SpA, Novara, 2000.
DE LEONARDIS W., PICCIONE V., ZIZZA A. (Istituto e Orto botanico Università di Catania), Flora melissopalinologica d’Italia. Chiavi d’identificazione, Bollettino Accademia Gioenia Scienze Naturali, Vol. 19, n. 329, pp.309-474, Catania 1986.
LAUBER K., WAGNER G., Flora Helvetica (Flore illustrée de Suisse), 2ème édition, Editions Paul Haupt, 2001.
NEGRI G., Nuovo erbario figurato (Descrizione e proprietà delle piante medicinali e velenose della flora italiana), V edizione, Ulrico Hoepli, Milano1991.
www.dryades.eu
http://aob.oxfordjournals.org/cgi/content/full/mcm127v1