Petasites hybridus (L.) G. Gaertn., B. Mey. et Scherb.
(a cura di Giuseppe Laino)
(a cura di Giuseppe Laino)
Etimologia: l’epiteto specifico deriva dal latino petasus, -i, m., = “petaso” (cappello di Mercurio a larga tesa), ereditato dal greco petaso con lo stesso significato, con allusione alla dimensione delle sue foglie che potrebbero fungere da parapioggia. L’epiteto specifico deriva dal latino hybrida, -ae, m. e f. = “ibrido” 1) di animale generato da incrocio, da una scrofa e un cinghiale [Plinio 8, 213], 2) di persona nata da genitori di condizione o razza diversa [Orazio et al.], con allusione ai caratteri intermedi tra Petasites albus (L.) Gaertner e Petasites paradoxus (Retzius) Baumgarten.
Sinonimi: Petasites officinalis Moench.
Nomi volgari: Farfaraccio maggiore, Cavolaccio, Petaside ibrido, Tossilaggine maggiore (italiano). Liguria: Barde (Castagnola). Piemonte: Ciapelass (Val S. Martino); Lavassa (Alessandria). Lombardia: Capelocc, Redoi, Ridoi, Rodoi (Brescia); Cappellotto (Valtellina). Veneto: Bardano domestico, Petasside (Verona); Slavazza (Belluno). Friuli: Lesche, Lesciat, Lesciat verd; Barbaz, Ciapiei, Lavaz (Carnia). Emilia-Romagna: Erba per la tegna, Falfarazz (Romagna); Farfarazz (Bologna); Vanigliun salvadegh (Reggio). Toscana: Farfaraccio, Petasite, Tossilagine delle foglie grandi, Tossilagine maggiore; Caffarì (Bagni di Lucca); Fior di cipresso (Val di Chiana). Campania: Lampazzo, Neja (Napoli).
Forma biologica e di crescita: geofita rizomatosa.
Tipo corologico: Europa orientale e Asia occidentale (regioni fredde e temperato-fredde). Diffusa anche nel Nordamerica dove pare sia stata introdotta incidentalmente.
Fenologia: fiore: III-V, frutto: V-VII.
Limiti altitudinali: dal piano a 1600 m di altitudine.
Abbondanza relativa e distribuzione geografica in Italia: nel nostro Paese è diffusa e frequente dal piano submontano al piano montano, nelle Alpi e negli Appennini, fino in Calabria; manca nelle isole.
Habitus: erbacea perenne, con un grosso rizoma strisciante, tuberoso, carnoso da cui in primavera si sviluppa il fusto fiorifero (alto fino a 1 m a maturità) privo di foglie; queste appaiono al termine della fioritura. Tutta la pianta emana un odore fetido che ricorda quello delle cimici delle foglie o Pentadomide (Palomena prasina).
Foglie: le foglie basali, che in estate raggiungono grandi dimensioni, sono portate da lunghi piccioli scanalati, soffusi di porpora. La lamina fogliare, ovato reniforme, è verde sulla pagina superiore, tomentosa su quella inferiore con tomento persistente sulle nervature, e può raggiungere i 60-70(-90) cm di diametro; il margine è irregolarmente dentato. Le foglie cauline, invece, sono piccole, squamiformi e arrossate.
Fiore: i capolini, numerosi, sono riuniti in un’infiorescenza racemosa con brattee di color porpora, portano fiori tutti tubulosi bianco rossastri, inodori o leggermente profumati. Involucro glabro con squame lanceolate. La corolla, tubulare, è divisa alla fauce in sottili filamenti. Capolini delle piante più o meno maschili (pistillo abortito) larghi 7-8 mm, in grappolo ovoide. Capolini delle piante più o meno femminili (stami abortiti) larghi 3-4 mm. Infiorescenza che si allunga molto dopo la fioritura (fino a circa 30 cm).
Frutto: achenio lungo 3 mm sormontato da un pappo di setole bianco giallognole.
Polline: granuli pollinici monadi, di medie dimensioni (26-50 mµ), sferoidali; perimetro equatoriale: circolari; tricolporati; esina: echinata-perforata, eutectata. L’impollinazione è autogama.
Numero cromosomico: 2n = 60.
Sottospecie e/o varietà: nessuna.
Habitat ed ecologia: rive, fossi, sponde dei fiumi, margini di boschi; vive in terreni umidi, sassosi e calcarei; pianta frequente.
Syntaxon (syntaxa) di riferimento:
Life-strategy (sensu Grime & Co.): Stress tolleranti (S).
IUCN: non a rischio (LC).
Farmacopea: si usano i grossi rizomi e le radici estratte all’inizio della primavera ed anche le foglie raccolte in maggio; contengono un principio glucosidico amaro, tracce di un olio etereo, resine, fenoli, colina, sostanze tanniche e pectiche ed abbondanti carboidrati di riserva e sono ritenute stomachiche ed antiartritiche; sono anche state suggerite come emmenagoghi. Tanto le foglie quanto il rizoma, freschi e contusi, servono a preparare cataplasmi per la cura delle ulcerazioni cutanee torpide e per la risoluzione degli ascessi.
Il Farfaraccio è stato lungamente usato nella tradizione popolare come pianta tossifuga (da qui il nome popolare di Tossilaggine maggiore). Ricercatori moderni hanno trovato che il Farfaraccio ha un’azione sedativa generale utile per l’eccitazione nervosa e l’insonnia, gli stati ansiosi, le turbe nervose del climaterio. È utile in particolare agli ipertesi e agli arteriosclerotici, di cui regola la pressione e lo stato di eccitazione psichica, e agli asmatici, cui allevia lo stato di ansia. La sua azione è collegata alla presenza di un principio attivo, la petasina, e a sostanze a essa simili; la loro azione, abbastanza regolare e sicura, non è però immediata. I rizomi sono leggermente più attivi delle foglie. Per uso esterno il Farfaraccio ha proprietà vulnerarie.
Sinonimi: Petasites officinalis Moench.
Nomi volgari: Farfaraccio maggiore, Cavolaccio, Petaside ibrido, Tossilaggine maggiore (italiano). Liguria: Barde (Castagnola). Piemonte: Ciapelass (Val S. Martino); Lavassa (Alessandria). Lombardia: Capelocc, Redoi, Ridoi, Rodoi (Brescia); Cappellotto (Valtellina). Veneto: Bardano domestico, Petasside (Verona); Slavazza (Belluno). Friuli: Lesche, Lesciat, Lesciat verd; Barbaz, Ciapiei, Lavaz (Carnia). Emilia-Romagna: Erba per la tegna, Falfarazz (Romagna); Farfarazz (Bologna); Vanigliun salvadegh (Reggio). Toscana: Farfaraccio, Petasite, Tossilagine delle foglie grandi, Tossilagine maggiore; Caffarì (Bagni di Lucca); Fior di cipresso (Val di Chiana). Campania: Lampazzo, Neja (Napoli).
Forma biologica e di crescita: geofita rizomatosa.
Tipo corologico: Europa orientale e Asia occidentale (regioni fredde e temperato-fredde). Diffusa anche nel Nordamerica dove pare sia stata introdotta incidentalmente.
Fenologia: fiore: III-V, frutto: V-VII.
Limiti altitudinali: dal piano a 1600 m di altitudine.
Abbondanza relativa e distribuzione geografica in Italia: nel nostro Paese è diffusa e frequente dal piano submontano al piano montano, nelle Alpi e negli Appennini, fino in Calabria; manca nelle isole.
Habitus: erbacea perenne, con un grosso rizoma strisciante, tuberoso, carnoso da cui in primavera si sviluppa il fusto fiorifero (alto fino a 1 m a maturità) privo di foglie; queste appaiono al termine della fioritura. Tutta la pianta emana un odore fetido che ricorda quello delle cimici delle foglie o Pentadomide (Palomena prasina).
Foglie: le foglie basali, che in estate raggiungono grandi dimensioni, sono portate da lunghi piccioli scanalati, soffusi di porpora. La lamina fogliare, ovato reniforme, è verde sulla pagina superiore, tomentosa su quella inferiore con tomento persistente sulle nervature, e può raggiungere i 60-70(-90) cm di diametro; il margine è irregolarmente dentato. Le foglie cauline, invece, sono piccole, squamiformi e arrossate.
Fiore: i capolini, numerosi, sono riuniti in un’infiorescenza racemosa con brattee di color porpora, portano fiori tutti tubulosi bianco rossastri, inodori o leggermente profumati. Involucro glabro con squame lanceolate. La corolla, tubulare, è divisa alla fauce in sottili filamenti. Capolini delle piante più o meno maschili (pistillo abortito) larghi 7-8 mm, in grappolo ovoide. Capolini delle piante più o meno femminili (stami abortiti) larghi 3-4 mm. Infiorescenza che si allunga molto dopo la fioritura (fino a circa 30 cm).
Frutto: achenio lungo 3 mm sormontato da un pappo di setole bianco giallognole.
Polline: granuli pollinici monadi, di medie dimensioni (26-50 mµ), sferoidali; perimetro equatoriale: circolari; tricolporati; esina: echinata-perforata, eutectata. L’impollinazione è autogama.
Numero cromosomico: 2n = 60.
Sottospecie e/o varietà: nessuna.
Habitat ed ecologia: rive, fossi, sponde dei fiumi, margini di boschi; vive in terreni umidi, sassosi e calcarei; pianta frequente.
Syntaxon (syntaxa) di riferimento:
Life-strategy (sensu Grime & Co.): Stress tolleranti (S).
IUCN: non a rischio (LC).
Farmacopea: si usano i grossi rizomi e le radici estratte all’inizio della primavera ed anche le foglie raccolte in maggio; contengono un principio glucosidico amaro, tracce di un olio etereo, resine, fenoli, colina, sostanze tanniche e pectiche ed abbondanti carboidrati di riserva e sono ritenute stomachiche ed antiartritiche; sono anche state suggerite come emmenagoghi. Tanto le foglie quanto il rizoma, freschi e contusi, servono a preparare cataplasmi per la cura delle ulcerazioni cutanee torpide e per la risoluzione degli ascessi.
Il Farfaraccio è stato lungamente usato nella tradizione popolare come pianta tossifuga (da qui il nome popolare di Tossilaggine maggiore). Ricercatori moderni hanno trovato che il Farfaraccio ha un’azione sedativa generale utile per l’eccitazione nervosa e l’insonnia, gli stati ansiosi, le turbe nervose del climaterio. È utile in particolare agli ipertesi e agli arteriosclerotici, di cui regola la pressione e lo stato di eccitazione psichica, e agli asmatici, cui allevia lo stato di ansia. La sua azione è collegata alla presenza di un principio attivo, la petasina, e a sostanze a essa simili; la loro azione, abbastanza regolare e sicura, non è però immediata. I rizomi sono leggermente più attivi delle foglie. Per uso esterno il Farfaraccio ha proprietà vulnerarie.
La cautela, d’obbligo sempre nelle automedicazioni erboristiche, deve essere aumentata nei confronti di questa pianta in quanto è stata inserita recentemente tra quelle velenose per il suo contenuto di alcaloidi epatotossici; pertanto l'impiego a fini terapeutici non è raccomandabile, non essendo stata dimostrata l'efficacia delle preparazioni a base di Petasites per le specifiche indicazioni ed in considerazione degli effetti collaterali.
Curiosità: l’erborista inglese del secolo XVI John Gerard scriveva che la foglia [del Farfaraccio] «è grande e larga abbastanza da proteggere il capo di un uomo dalla pioggia o dal calore del sole», mentre l’antica medicina popolare riteneva che i bambini guarissero dalla tigna ricoprendo le loro teste con una foglia di Farfaraccio.
Pianta dioica: i capolini sono, infatti, formati soltanto da flosculi maschili o femminili e sono portati da piante diverse. Spesso le piante maschili e femminili non sono distribuite a poca distanza e quindi l’impollinazione è scarsa. Occasionalmente, come accennato, singoli fiori femminili nascono su piante altrimenti maschili e viceversa ed è presumibilmente grazie a loro che il Farfaraccio si dissemina. Si propaga comunque in modo efficace per mezzo dei suoi rizomi.
Nel Medioevo i rizomi della pianta venivano ridotti in polvere e adoperati per togliere macchie e imperfezioni della pelle.
Bibliografia:
MARIA TERESA DELLA BEFFA, Fiori di campo (Conoscere, riconoscere e osservare tutte le specie di fiori selvatici più noti), Istituto Geografico De Agostini SpA, Novara, 1999.
KONRAD LAUBER, GERHART WAGNER, Flora Helvetica (Flore illustrée de Suisse), 2ème édition, Editions Paul Haupt, 2001.
GIOVANNI NEGRI, Nuovo erbario figurato (Descrizione e proprietà delle piante medicinali e velenose della flora italiana), V edizione, Ulrico Hoepli, Milano1991.
HALBRITTER H., Petasites hybridus. In: BUCHNER R. & WEBER M. (2000 onwards). PalDat - a palynological database: Descriptions, illustrations, identification, and information retrieval.
UMBERTO BONI, GIANFRANCO PATRI, Scoprire, riconoscere, usare le erbe, Edizione Mondolibri SpA, Milano, 2000.
CARLO FERRARI, Guida pratica ai fiori spontanei in Italia, Edizione italiana, VI ristampa febbraio 2001, Camuzzi Editoriale SpA Milano, licenziataria di The Reader’s Digest Association, Inc.
D. AICHELE, M. GOLTE-BECHTLE, Che fiore è questo? Edizione Club degli Editori, Milano.
www.dryades.eu
www.paldat.org
Pianta dioica: i capolini sono, infatti, formati soltanto da flosculi maschili o femminili e sono portati da piante diverse. Spesso le piante maschili e femminili non sono distribuite a poca distanza e quindi l’impollinazione è scarsa. Occasionalmente, come accennato, singoli fiori femminili nascono su piante altrimenti maschili e viceversa ed è presumibilmente grazie a loro che il Farfaraccio si dissemina. Si propaga comunque in modo efficace per mezzo dei suoi rizomi.
Nel Medioevo i rizomi della pianta venivano ridotti in polvere e adoperati per togliere macchie e imperfezioni della pelle.
Bibliografia:
MARIA TERESA DELLA BEFFA, Fiori di campo (Conoscere, riconoscere e osservare tutte le specie di fiori selvatici più noti), Istituto Geografico De Agostini SpA, Novara, 1999.
KONRAD LAUBER, GERHART WAGNER, Flora Helvetica (Flore illustrée de Suisse), 2ème édition, Editions Paul Haupt, 2001.
GIOVANNI NEGRI, Nuovo erbario figurato (Descrizione e proprietà delle piante medicinali e velenose della flora italiana), V edizione, Ulrico Hoepli, Milano1991.
HALBRITTER H., Petasites hybridus. In: BUCHNER R. & WEBER M. (2000 onwards). PalDat - a palynological database: Descriptions, illustrations, identification, and information retrieval.
UMBERTO BONI, GIANFRANCO PATRI, Scoprire, riconoscere, usare le erbe, Edizione Mondolibri SpA, Milano, 2000.
CARLO FERRARI, Guida pratica ai fiori spontanei in Italia, Edizione italiana, VI ristampa febbraio 2001, Camuzzi Editoriale SpA Milano, licenziataria di The Reader’s Digest Association, Inc.
D. AICHELE, M. GOLTE-BECHTLE, Che fiore è questo? Edizione Club degli Editori, Milano.
www.dryades.eu
www.paldat.org